Il richiamo della foresta – l’istinto selvaggio in ognuno di noi

La mia recensione per Jack London –

È strano leggere un romanzo così breve e avere così tante cose da dire a riguardo. Probabilmente è questo il caso in cui è molto più quello che il lettore percepisce, influenzato dalla sua esperienza, che non quello che l’autore voleva veramente dire. Ma Jack di certo non mi rimprovererà di nulla, e quindi diamo subito sfogo alla meraviglia di sentimenti che, pagina dopo pagina, la storia del cane Buck ha risvegliato in me.

Ambientato a Klondike, nell’epoca della corsa all’oro, la storia ha come protagonista il cane Buck, il quale, cresciuto negli agi e nelle comodità di una casa confortevole, viene strappato alla sua vita tranquilla per essere venduto come cane da slitta. Viene picchiato, maltrattato, torturato da uomini e cani stessi e man mano che la sua nuova vita priva d’amore e d’affetto prosegue, si risveglia in lui l’istinto primordiale e selvaggio che lo aveva abbandonato.

È una pazienza della foresta, ostinata, instancabile, persistente come la vita stessa, che trattiene per ore il ragno, immobile, nella sua tela, e il serpente nelle sue spire e la pantera nella tensione dell’agguato; è la pazienza caratteristica della vita quando caccia una preda viva.

Questo istinto, questo richiamo, si risveglia in lui nell’anima ma anche nei sensi, acuiti dal bisogno – che mai aveva sperimentato prima – di procurarsi cibo, di cercare riparo dal freddo, di difendersi da un altro cane, di ingannare l’uomo e, soprattutto, di dominare.

Questa ricerca della purezza dell’anima, del ritorno alle origini, della meraviglia della libertà è un tema ricorrente nel romanzo ma non stancante, sapientemente intonato dallo scrittore attraverso i sentimenti del cane e le sue riflessioni. Dico intonato perché Il richiamo della foresta è scritto come se fosse un poema epico, sia per la trama – trauma, avventura lontano da casa, nuova identità, ritorno alla quiete -, sia per il linguaggio.

L’istinto e la legge gli chiedevano l’ubbidienza, mentre la crescita esigeva da lui la disobbedienza. La madre e la paura lo invitavano a tenersi lontano dalla parete di luce. Però la crescita è vita, e la vita è un invito alla luce. Non era perciò possibile fermare in lui la prepotente marea della vita che lo sommergeva a ogni boccone di carne che ingoiava, a ogni respiro che gonfiava i suoi polmoni. E piano piano, la paura e l’ubbidienza si dissolsero mentre cresceva l’impulso alla vita.

Nella versione che ho letto, Einaudi tradotta da Gianni Celati, il traduttore parla della difficoltà di rendere il linguaggio di London in italiano per il ritmo e le scelte sintattiche fatte dall’autore per la costruzione del periodo inglese che in italiano non hanno lo stesso effetto.

Ad esempio in inglese London utilizza frasi brevi, ripete il soggetto, inverte sintatticamente quest’ultimo e il predicato. Tutte queste decisioni sono fondamentali a conferire un tono unico al romanzo che il lettore legge d’un fiato, preso dall’epicità del racconto accompagnata dalla scioltezza del linguaggio tipica degli scrittori del tempo. Anche il past tense, tempo verbale scelto da London, in inglese ha un ruolo perfettivo, genera un ritmo incalzante e definitivo, mentre in italiano corrisponde a così tanti tempi verbali che bisogna usare altre tattiche per rendere la stessa sensazione di essenzialità.

Ne Il richiamo della foresta non c’è nessuna parola di troppo, nessuna frase casuale, nessun riempimento stilistico. Ogni evento narrato e ogni parola che lo descrive mi ha portato più volte a voler rileggere certi passaggi, di cui si comprende l’intensità solo quando ci si sofferma.

Dal momento in cui la storia di Buck sembra volgere verso un lieto fine, il lettore aspetta, conscio o inconscio, che questo coraggioso e fedele cane ricostruisca se stesso e tutta la sua natura, richiamato dalla foresta selvaggia, dalla natura incontaminata e dai suoi simili.

Quando, nella gelida fissità delle notti, egli puntava il naso verso una stella, e ululava a lungo come un lupo, erano i suoi antenati, morti e divenuti polvere, che puntavano il naso verso la stella e ululavano attraverso i secoli…

Il simbolico ululato che si ripete già dalle prime pagine acquista man mano un diverso valore, sempre più forte, sempre meno casuale e più intenso. Sempre più vicino alla natura incomprensibile all’uomo e vicina solo a lui, Buck, nelle ultime pagine, cammina attraverso le parole del narratore e si distacca da noi proprio nel momento in cui siamo più affezionati e commossi.

C’è un’estasi che segna l’apice della vita e oltre la quale la vita non può innalzarsi. Ed è questo il paradosso dell’esistenza: questa estasi viene quando più si è vivi, e viene come completo oblio della vita. Questa estasi, questo oblio della vita coglie l’artista e lo strappa fuori dal suo io in una fiammata; coglie il soldato che si batte furente in campo aperto e non concede tregua a chi si arrende.

Claudia Neri

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