O partigiano, portami via

Analisi Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino –

Italo Calvino ha scritto “Il sentiero dei nidi di ragno” in venti giorni e questo è il suo primo romanzo. Mi ha sempre incuriosito questo titolo, che nasconde all’immaginazione il contenuto del libro.

Il sentiero dei nidi di ragno è un posto segreto, vicino a un fiume nelle pianure liguri, che solo il protagonista Pin conosce e che rappresenta il suo rifugio e il suo nascondiglio.

Pin è un bambino che ha circa dieci anni, ha perso i genitori e vive con sua sorella che non troppo lo sopporta e fa la prostituta. È molto sveglio, a Napoli lo chiameremmo scugnizzo. Ci troviamo nell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale in un clima confuso e balordo, dove non si sa bene in che posizione stare e chi combatte per cosa, soprattutto agli occhi di un bambino in un remoto paesino di provincia.

Ciò che è certo però è che ci sono i nazisti, tra cui il soldato amante della sorella di Pin, e ci sono i partigiani, che Pin capisce essere “i buoni”. Il nostro protagonista, a cui ci affezioniamo con un misto di tenerezza e pena, si trova in una sorta di terra di mezzo: i ragazzini lo evitano perché sa troppo del mondo dei grandi e parla troppo come loro (“Ma lo sai tu chi è mia sorella? Mia sorella è la nera del Carrugio!” esclama spesso Pin fiero della fama di lei) ed è emarginato dai grandi perché è troppo piccolo per essere preso sul serio. La vita di Pin è un conflitto continuo: combattuto tra il desiderio di essere integrato e compiacere gli adulti e afflitto dalle paure tipiche dei ragazzini e la solitudine che gli comporta la sua diversità dagli altri.

Gli “adulti”, quelli del bar dove Pin già beve alcolici e canta canzoni sporche di cui neanche capisce il senso, si divertono per le sue esibizioni e hanno l’idea di commissionargli il furto della pistola del tedesco cliente di sua sorella.
Pur di sentirsi parte di quel gruppo, Pin accetta, ruba la pistola e la nasconde proprio nel nido di un ragno, poco prima di essere arrestato per il furto e sbattuto in prigione. È proprio qui che Pin, nel degrado di una povertà sporca e malata, prende la sua decisione di essere un partigiano.

C’è che noi [partigiani] siamo dalla parte del riscatto, loro [i fascisti] dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi.

Il famigerato partigiano Lupo Rosso, conosciuto da Pin prima di fama e poi di fatto, coinvolge il ragazzino nel suo piano di fuga e i due scappano di prigione. Da questo momento in poi Pin vivrà con una brigata in una cascina e farà la conoscenza di tanti personaggi particolari, tra cui Cugino (unico suo vero amico, convinto che la guerra è colpa delle donne) e il Dritto, capo della brigata e personaggio iconico.

Il Dritto rappresenta un capo forte e deciso che però guida con passività i suoi uomini, per tutto il tempo è rassegnato e il suo spirito rivoltoso pare affievolito. È l’amante di Giglia e sarà proprio a causa sua (in una delle scene più evocative del romanzo) che per una distrazione farà bruciare il rifugio attirando i tedeschi e costringendo tutti a scappare. Qui entrano in gioco i due personaggi più intelligenti della storia, che rappresentano un po’ il punto di vista sopra le parti, quello dell’autore.

Saranno loro a comunicare con il Dritto prima che vengano a chiamarlo per fucilarlo a causa del suo errore e tra loro si svolge il dialogo più bello (secondo me) della storia, quello che più rimane impresso. Ne riporto un passaggio:

Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlar di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall’altra parte ne hanno di ideali. Vedi cosa succede quando quel cuoco estremista comincia le sue prediche? Gli gridano contro, lo prendono a botte. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore così, senza gridare evviva.
– E perché allora? – Ferriera sa perché combatte, tutto è perfettamente chiaro in lui.
– Vedi, – dice Kim, – a quest’ora i distaccamenti cominciano a salire verso le postazioni, in silenzio. Domani ci saranno dei morti, dei feriti. Loro lo sanno. Cosa li spinge a questa vita, cosa li spinge a combattere, dimmi?

In questa citazione invece, Calvino per me ha raccolto tutto il senso della lotta partigiana e di tutte le lotte per la giustizia che l’umanità combatterà sempre.

Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: «ti amo, Adriana». Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.

Ci sono moltissimi altri aspetti di questo libro di cui varrebbe la pena parlare, ma rischierei di rovinarne la lettura svelando troppe cose. È leggero, scorrevole, i dialoghi lo rendono comprensibile e assolutamente efficace. Calvino era un maestro dei dialoghi e chiunque scriva sa quanto è difficile rendere credibile un discorso come fa lui.

Ci sarà sempre qualcosa per cui lottare e, dagli occhi di un bambino partigianissimo che sputa e ingiuria in continuazione, Calvino ci insegna che ne vale sempre la pena, che ogni lotta cambia qualcosa e che questo qualcosa avrà sempre più il sapore della libertà.

Claudia Neri

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