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Quindici anni – Racconto erotico – Claudia Neri

È stata un’idea mia. Lo ripeto come una formula difensiva mentre scendo dal bus al capolinea, quattro fermate dopo dove sarei dovuta scendere se avessi voluto davvero tornare a casa subito. Il bar è dall’altra parte del cavalcavia, sotto un’insegna al neon che da troppi anni promette aperitivi e non ha mai cambiato la M sbiadita di “Bambù”. La sera di maggio è tiepida ma sa di asfalto e di smog, il rumore della superstrada arriva ovattato dalla collinetta erbosa, le luci dell’Ipercoop sull’altro lato del parcheggio illuminano file di carrelli abbandonati. Tiro fuori il telefono per la quarta volta. Niente di nuovo. Andrea ha scritto due ore fa “Ci sono dalle nove, prenditi il tempo che ti serve” e io quel tempo me lo sono presa per intero, come una vigliacca, per chiamare e dirmi cento volte che non era niente, solo una birra con un amico che non vedevo da quindici anni.

Quindici anni. Lo ripeto piano, mentre i tacchi delle scarpe basse battono sul marciapiede umido. Quindici anni fa Andrea aveva i capelli lunghi sugli occhi e una felpa grigia dell’università che lasciava sempre sul sedile della mia macchina. Eravamo nello stesso gruppo, e io sapevo a memoria il suo turno in biblioteca, l’ora a cui usciva, il bar dove ordinava il caffè. Lui non l’ha mai saputo, e questa è l’unica cosa di cui non mi sono mai pentita davvero: nessuno ha mai trovato la mia faccia nella sua. Mi sono tenuta tutto dentro come una febbre lenta, e quando se n’è andato a Milano la febbre si è abbassata da sé, è diventata una cicatrice che ogni tanto mi capita ancora di toccare con la lingua, per ricordarmi che c’è.

Spingo la porta del Bambù. L’interno è esattamente come dieci anni fa: i tavolini in formica gialla, il calcetto in fondo dove due ragazzini giocano in silenzio, il bancone lungo con le bottiglie a specchio, la TV accesa senza audio. Andrea è seduto al banco, di spalle, e io lo riconosco prima ancora di guardarlo davvero. Le spalle larghe, più piene di prima, sotto una camicia blu scuro arrotolata sui gomiti. I capelli sono corti adesso, una nuca rasata che non gli avevo mai visto. Quando si volta verso il barista per ordinare riconosco il profilo del naso e la fronte alta, e qualcosa dentro di me si stringe, secco, come una piega di tessuto che si rifà dopo anni.

Mi vede. Sorride con tutta la faccia, scende dallo sgabello, mi viene incontro a braccia aperte. Mi abbraccia forte e io sento il suo dopobarba, qualcosa di legnoso, e il calore della sua camicia, e per un istante mi torna in mente come stava una volta, sopra di me, in macchina, vestito, senza che succedesse niente.

«Sei uguale» dice, staccandosi e tenendomi per le spalle. Mi guarda come si guarda un libro che non si ricordava di possedere. «Sul serio. Sei uguale.»

«Sei un bugiardo» rispondo, e sono già rossa.

Ci sediamo al banco. Lui ordina una birra per me senza chiedermelo, perché si ricorda che a quell’ora bevevo birra, e io questo lo registro come un’altra cosa che dovrei dimenticare. Le sue mani sul banco di legno sono le stesse di quindici anni fa, larghe, con le dita lunghe e le nocche un po’ arrossate, le vene che salgono sull’avambraccio dove la camicia è risvoltata. Erano quelle mani che fissavo durante gli esami, durante le cene, durante i film, immaginando come mi avrebbero toccata e non sapendolo mai.

Parliamo. Mi racconta di Milano, dell’agenzia, del fatto che è tornato a Firenze perché suo padre non sta bene. Io gli dico del lavoro alla biblioteca comunale, della casa che ho preso in affitto sopra il fioraio, del cane che mi sono presa l’anno scorso e che adesso è da mia sorella. Non gli dico niente che conti. Non gli dico che sono sola, che gli ultimi due anni li ho passati a leggere in cucina con la luce gialla del lampadario tarlato che mi fa sembrare più triste di quanto sia, non gli dico che ho smesso di uscire perché non sopporto le facce nuove. Lui non chiede. Beve. Mi guarda. Mi tocca il polso una volta per indicare qualcosa fuori dal vetro — un cane che passa, un’auto, non importa — e quel tocco mi resta sotto la pelle per i venti minuti seguenti come una scottatura piccola.

A un certo punto, alla terza birra, gli dico:

«Sai che ero innamorata di te?»

Lo dico così, con il tono di chi recita una battuta, ridendo prima della battuta come per anestetizzarla. Lo guardo, e per un secondo ho paura di averlo perso, di aver rotto tutto. Lui non ride. Mi guarda con un’espressione lenta che non ricordavo di avergli mai visto addosso.

«Lo sapevo» dice piano. E poi, dopo un secondo: «L’ho sempre saputo.»

C’è un silenzio. Fuori passa un motorino. Il barista ride di qualcosa che dice la TV muta. Io respiro piano e mi accorgo di avere le mani strette sul bicchiere come se dovessi spaccarlo.

«Stronzo» mormoro, senza convinzione.

Lui sorride con la bocca chiusa, e non è una risata. Mi guarda le labbra. Non mi guarda gli occhi. Mi guarda le labbra come se fosse la prima volta che le vede davvero, e io capisco — con un colpo netto al petto — che lui se ne va da Firenze tra due settimane, forse tre, e che stanotte è l’unica notte che ci sarà mai.

«Andiamo» dico, e mi alzo prima che il fiato mi tradisca.

Paga lui. Usciamo. Il parcheggio dell’Ipercoop adesso è semivuoto, il neon del Bambù si riflette nelle pozzanghere lasciate dall’acqua di lavaggio. Camminiamo verso casa mia in silenzio, lui un passo dietro di me che mi piazza la mano dietro la schiena ogni volta che attraversiamo, una mano larga e ferma all’altezza dei reni che mi fa stringere lo stomaco. Non parliamo. Non ce n’è bisogno. Quando arriviamo al portone del fioraio cerco le chiavi nella borsa, le faccio cadere, lui le raccoglie prima di me, apre lui.

La mia casa è quello che è. Una cucina stretta, un divano sfondato, lo scaffale dei libri lungo il corridoio, una camera con il letto sfatto. Mi vergogno per due secondi, poi smetto. Lui non guarda niente. Guarda me. Si toglie le scarpe alla porta come se fosse a casa sua.

Lo porto in cucina. Faccio la mossa di accendere la moka — un riflesso scemo, un alibi — ma lui mi prende il polso e mi gira verso di lui. Mi appoggia all’angolo del tavolo, le mani sulla mia vita.

«Era da quanto che volevi?» mi chiede, vicinissimo.

«Quindici anni» dico, e mi accorgo che mi è scappata la voce. È quasi un sussurro.

Mi bacia. Mi bacia come si bacia qualcuno per cui non si ha tempo da perdere — affamato, deciso, la sua lingua subito dentro la mia bocca, le mani sui fianchi che mi tirano contro di lui. Lo sento duro contro il ventre, attraverso i jeans, e quel solo dettaglio mi fa cedere le ginocchia. Mi appoggio al tavolo. Lui mi sfila la maglietta dalla testa senza chiedere, me la lascia cadere sul pavimento, mi guarda. Resto davanti a lui con il reggiseno semplice di tutti i giorni, quello bianco di cotone che mi metto quando non aspetto nessuno, e mi sento esposta come non lo sono mai stata in vita mia. Lui non sorride, non commenta. Mi spinge in avanti con due dita sotto il mento, mi bacia ancora, mi morde il labbro inferiore e tira.

«Dimmi cosa vuoi» dice piano. «Stasera dimmelo.»

«Tutto» rispondo. «Voglio tutto.»

Sa cosa intendo. Mi gira la faccia verso il tavolo, mi appoggia con un palmo tra le scapole, mi piega in avanti finché la guancia non tocca il piano freddo della formica. Sento le sue mani sui miei fianchi che mi sbottonano i jeans e me li tirano giù insieme alle mutandine, lentamente, fino alle caviglie. Resto piegata, mezza vestita, con i seni che sfregano contro il bordo del tavolo, e sento i suoi occhi addosso. Non si muove subito. Mi guarda. Lo lascio guardarmi tutto il tempo che vuole, perché glielo devo, perché glielo devo da quindici anni.

Poi sento la sua bocca. Bassa, calda, tra le cosce. Mi apre con le dita e mi lecca lentamente, dal basso verso l’alto, una volta, due, tre, finché mi escono dei suoni che non avevo mai fatto. Mi tengo al tavolo con tutte e due le mani, i denti stretti sulla formica. La sua lingua trova il clitoride e ci si ferma, gira piano, e io spingo i fianchi indietro contro la sua bocca senza vergogna, senza riserva, come se finalmente potessi smettere di fingere. Geme contro di me, e quel suono — di lui che gode del mio sapore — mi fa quasi venire subito. Si stacca. Si alza. Mi sento abbandonata per un secondo, poi sento il rumore della sua cintura, della cerniera, del jeans che cade, e capisco che è adesso.

Mi penetra da dietro, in piedi, una mano sull’anca e l’altra fra i miei capelli, raccolti in una stretta che mi tira la testa indietro quel tanto che basta. Entra dentro di me piano la prima volta, poi più affondo la seconda, e alla terza è dentro tutto. Gemo contro il tavolo, gli occhi chiusi, e per un istante non c’è niente al mondo se non il suo sesso dentro il mio, la sua mano nei miei capelli, e quindici anni di me che cedono in una volta sola.

«Più forte» dico, e non riconosco la mia voce. «Ti prego, più forte.»

Lui ascolta. Spinge più forte, ritmico, deciso, e io sento il piano del tavolo che striscia di poco sul pavimento ad ogni colpo, sento i miei seni che sbattono contro il bordo, sento la sua mano che lascia i capelli per scendere alla nuca e poi alla schiena, premendomi giù, tenendomi ferma. Mi piace così. Lo voglio così. Glielo dico, e gli esce un mezzo gemito di gola, una specie di risata di sorpresa, come se non se l’aspettasse, come se non avesse mai immaginato che la ragazza taciturna del gruppo, la ragazza dei libri, gli avrebbe chiesto questo. Affonda di più. Sento il suo respiro che si rompe sopra la mia nuca, il sudore che cola dalla sua fronte sulla mia schiena, e ogni colpo è una parola che non gli ho detto mai.

A un certo punto si ferma. Si sfila. Mi gira. Mi prende per le spalle e mi mette in ginocchio sul pavimento di cucina, sopra la sua camicia che si è levato senza che me ne accorgessi. Gli vedo finalmente il petto, largo, con la peluria scura sullo sterno che ho immaginato per anni. La sua erezione è davanti alla mia faccia, lucida del mio sapore. Mi guarda. Non dice niente. Non c’è bisogno.

Apro la bocca. Lo prendo dentro, piano, lentamente, fino in fondo, e lo sento che gli si piega leggermente la schiena, le mani che mi cercano i capelli e me li raccolgono dietro la nuca con una delicatezza che stride con tutto il resto. Lo lecco lentamente, poi più veloce. Lo guardo da sotto in su, perché voglio che mi veda, voglio che si ricordi questa faccia per sempre, voglio che a Milano, fra due settimane, fra due anni, fra dieci, gli torni in mente la bibliotecaria di periferia che lo guardava da sotto, le ginocchia nude sulla sua camicia, e che era sua perché lo aveva deciso lei.

Mi tira su. Mi prende in braccio per qualche passo — non lo avrei mai detto, ho la sensazione assurda di pesare niente — e mi porta sul divano, mi stende, mi apre le gambe con le ginocchia, si infila di nuovo. Adesso mi guarda. Mi guarda in faccia, finalmente, e mi muove dentro lentamente, profondamente, le sue mani che mi tengono i polsi sopra la testa, ferme contro il bracciolo. Io non posso muovermi. Non voglio muovermi. Sento il piacere che mi sale dal basso ventre come un’onda lunga, lenta, che non smette di salire, e mi accorgo che sto piangendo senza accorgermene, lacrime piccole che mi scendono ai lati delle tempie e che lui non commenta. Si abbassa, mi bacia gli occhi, e nel bacio sento il mio sapore, il suo, e tutta la vita che non abbiamo avuto.

Quando vengo è un gemito lungo che si rompe in fondo alla gola. Mi stringo intorno a lui, le gambe alzate, i talloni che gli premono i reni, e lui accelera, accelera, e viene dentro di me con un suono basso, animale, la testa nel mio collo, tutto quel peso grande sopra di me che per un istante non pesa.

Resta. Mi resta dentro per minuti, mi accarezza la tempia con il pollice, mi guarda in faccia da vicinissimo. Non parla. Non parlo neanche io. Sento solo il suo respiro che torna piano, e il mio.

Più tardi — non so quanto più tardi, ho perso le ore — sono in bagno e mi guardo allo specchio. Ho le guance arrossate, il collo segnato di morsi piccoli, gli occhi gonfi. Sono bella in un modo che non sono mai stata. Quando torno in soggiorno lui è già in piedi, in jeans, mi tende la camicia perché me la metta addosso al posto della maglietta che è rimasta in cucina. Lo faccio. Mi va larga e mi arriva alle cosce.

Si avvicina. Mi bacia la fronte, lungamente, come si bacia una sorella, o qualcosa di più triste.

«Vado» dice. «Sennò non vado più.»

Annuisco. Non gli chiedo niente. Lo accompagno alla porta. Quando esce gli guardo la schiena scendere le scale, la nuca rasata, le spalle larghe, e penso che lo riconoscerei da dietro anche fra altri quindici anni.

Chiudo la porta. La cucina è esattamente come l’abbiamo lasciata: il tavolo storto, la mia maglietta per terra, le mutandine appallottolate sulla sedia. La moka è ancora vuota sul fornello. Mi siedo sul pavimento, addosso alla porta, con la sua camicia che sa di lui, e resto lì un po’, con quel sapore in bocca e quel calore tra le gambe, fingendo di non sapere ancora che a Milano ci tornerà, e che non chiamerà.

Domani penserò a domani. Stanotte no.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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