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Il treno notturno per Parigi – Racconto erotico – Claudia Neri

A Milano Centrale è già notte fonda quando salgo sul treno, e ho una bottiglia di vino rosso nella borsa di tela. L’ho comprata cinque minuti prima di partire al chioschetto sotto la pensilina, dove un ragazzo me l’ha messa in un sacchetto di carta marrone come si fa con le cose di contrabbando. È un Nero d’Avola da undici euro, un vino onesto, di quelli che berrei a casa con la pasta. Ma stasera, infilato accanto al taccuino e ai testi che devo rileggere prima della fiera, pesa diverso, come se la bottiglia stessa sapesse di non essere una bottiglia qualunque, di essere già una promessa che mi sono fatta senza nemmeno averla detta a parole.

Sono una traduttrice. Domani sera, alla foire du livre, devo presentare con l’autrice il romanzo a cui ho lavorato per otto mesi, e ho davanti quarantacinque ore per non pensarci. Ho scelto il treno notturno apposta: l’aereo dura due ore e costa meno, ma in due ore non si entra mai nella notte. Il treno sì.

La cuccetta è la numero ventidue, vagone otto. Quando entro nello scompartimento ci sono già due signori sulla sessantina che mi salutano in piemontese. Scendono a Torino, dicono, hanno il matrimonio del nipote, partono al mattino presto e così risparmiano un albergo. Si tolgono le giacche, mettono via le valigie sotto la cuccetta in basso, parlano tra loro a voce bassa di questioni di famiglia che non mi riguardano. Mi sistemo in basso anch’io, dalla parte opposta, mi tolgo gli stivali, infilo le calze scure dentro di essi e li allineo sotto il sedile come si fa quando si vuole dire al proprio corpo che la giornata non è finita ma sta cambiando forma.

La luce blu del corridoio entra dalla porta socchiusa. L’altoparlante della stazione manda l’ultimo annuncio in due lingue, poi il treno si scuote piano, una volta sola, e comincia a muoversi.

Lui entra che il treno è già fermo da qualche minuto. Capisco poi che ha preso un Frecciarossa da Roma fino a Milano e ha dovuto correre per non perdere la coincidenza. Sento prima il rumore della porta scorrevole, poi la voce — un bonsoir a tutto lo scompartimento, seguito da un buonasera con l’accento francese, il tipo di accento che non si ammorbidisce mai, che resta sotto l’italiano come una piega del tessuto.

Alzo la testa.

È alto, sulla cinquantina, con i capelli scuri striati di grigio alle tempie e una giacca di velluto verde bottiglia che ha visto cose. Porta una custodia rigida e nera che appoggia con cautela accanto al sedile, e capisco subito che dentro c’è uno strumento perché la maneggia come si maneggia qualcuno che dorme. Le mani le noto un secondo dopo: lunghe, asciutte, i polpastrelli larghi e indurati, le unghie corte e curate, quel tipo di mani che si riconosce subito — mani di chi preme corde, di chi ha passato decenni a fare un mestiere fisico col silenzio.

«C’est la mienne, là-haut» dice indicando la cuccetta sopra la mia. Sorride. Ha gli occhi scuri, profondi nelle orbite, due piccole pieghe agli angoli che si muovono prima della bocca.

Sorrido anch’io, mi sposto un poco per lasciarlo passare. Mentre infila la custodia nel vano e si toglie la giacca, sento l’odore — non un profumo, un odore di treno e di concerto, sapone e qualcosa di asciutto sul collo, forse un dopobarba di tre giorni prima. Si siede sulla cuccetta sopra di me, le scarpe ancora ai piedi, le gambe lunghe penzoloni nello spazio stretto.

I due signori parlano ancora un poco, poi spengono la lucetta sopra le loro teste e si stendono. Io e lui ci guardiamo, sopra le loro spalle, come due che si trovano nella stessa carrozza di un treno chiuso e che si saluteranno otto ore dopo come se non si fossero mai visti. Lui mi fa l’occhio: un mezzo sorriso che dice passerà presto.

Il treno corre dentro la pianura buia. Provo a leggere, ma le frasi non si reggono. Sento sopra di me lo scricchiolio della cuccetta ogni volta che lui si muove, il respiro che diventa più lento poi più sveglio, e immagino senza volerlo il suo corpo lì sopra di me, il torace nel maglione scuro, le mani lunghe abbandonate sul materasso.

Verso mezzanotte e mezzo arriviamo a Torino. I due signori si svegliano da soli, ringraziano, escono con le valigie e ci salutano con la cortesia di chi non vuole svegliarci ma sa che siamo svegli. La porta scorrevole si chiude alle loro spalle. Restiamo in due.

Sento la cuccetta sopra di me scricchiolare. Lui scende, atterra in piedi nello stretto corridoio fra le due paia di letti, mi guarda. Senza giacca, senza scarpe — calze grigie scure, una camicia di lino blu sgualcita, le maniche già piegate sopra i gomiti, gli avambracci tesi di vene.

«Non riesco a dormire» dice. «Et toi?»

«Nemmeno.»

«Tu hai del vino» dice, e sorride. «Lo so perché te l’ho visto comprare. Eri davanti a me nella fila.»

Mi viene da ridere, di un riso piccolo, sorpreso. Tiro fuori la bottiglia dalla borsa, gli mostro l’etichetta. Lui inarca le sopracciglia, alza i pollici. Très bien. Si siede di fronte a me sulla cuccetta che era dei due signori, le ginocchia che quasi toccano le mie, e tira fuori dalla tasca interna della giacca un cavatappi piccolo, di quelli che hanno i camerieri. «Per il sapore» dice. «Servirà.»

Stappa la bottiglia con i gesti di chi l’ha fatto migliaia di volte. Versa nel mio bicchierino di plastica — ne ho portato solo uno — e me lo porge. Beviamo a turno dalla stessa plastica, e nessuno dei due lo dice ma è la prima cosa che facciamo insieme con la stessa bocca.

Mi racconta del concerto a Roma — un piccolo club in via dei Banchi Vecchi, due set, quaranta persone, una signora francese al tavolo davanti che piangeva durante Body and Soul. È bassista, jazz, contrabbasso. Contrebasse, dice, e la parola in francese suona enorme, una cosa di legno e di pelle. Vive a Parigi, vicino al parco delle Buttes-Chaumont. Da qualche anno fa solo questo, dice — prima ha insegnato musica, prima ha avuto una moglie, prima molte cose. Lo dice senza tristezza, come un elenco di stagioni passate.

Io gli racconto del libro. Del romanzo di un’autrice francese che ho tradotto, di come abbia passato l’autunno a cercare l’equivalente italiano di una parola che non esisteva, di come a un certo punto l’abbia inventata io. Lui mi guarda mentre parlo, le mani intorno al bicchierino, e quando me lo passa di nuovo i suoi polpastrelli sfiorano i miei un istante più del necessario. Lo sento, e lui sa che lo sento.

Fuori il finestrino è una lavagna nera. Ogni tanto un lampione passa veloce e disegna sulla mia coscia un rettangolo giallo che dura mezzo secondo, poi sparisce.

A un certo punto — non so quando, le due e qualcosa — il treno fa una frenata lunga e morbida, di quelle che svuotano lo stomaco, e si ferma in una stazione che non riconosco. Resta lì un minuto, due. Tutto è zitto. Si sente solo l’aria che esce dai freni, un fischio basso, e fuori una voce metallica che annuncia qualcosa in francese stanco. Il libro che avevo sulle ginocchia — il volume che dovevo rileggere, l’edizione Gallimard — scivola dal lembo della cuccetta e cade sul pavimento con un tonfo morbido. Lui si china a prenderlo nello stesso momento in cui mi chino io.

Le nostre teste si sfiorano. I suoi capelli odorano di treno e di sapone bianco. Resta lì, basso, a mezza altezza dal pavimento, con il libro in mano. Mi guarda.

«Tu trembles» dice piano.

Non sapevo di tremare. Adesso lo so.

Mi porge il libro e quando lo prendo non lo lascia. Resta con la mano sopra la mia, sul dorso del libro, un peso caldo e leggero. Poi sposta le dita, lentamente, dal libro alla mia mano, e dalla mia mano al mio polso, e dal mio polso all’interno del mio avambraccio, dove la pelle è più sottile. Sento il suo polpastrello duro percorrermi la vena come si preme una corda di contrabbasso, una pressione lenta che mi mette tutto il sangue in fila.

Il treno si rimette in moto. Riprende il suo respiro.

«Viens» dice. Si sposta verso il lato della mia cuccetta, contro la parete del finestrino, e batte due volte sul materasso accanto a lui.

Mi alzo dal posto di fronte e mi siedo accanto a lui, sulla mia cuccetta che adesso non è più solo mia. La coperta di lana sotto di noi è ruvida, color cammello, di quelle ferroviarie che pizzicano attraverso i vestiti. Lui mi mette una mano dietro la nuca, sotto i capelli, e mi attira a sé senza fretta. Mi bacia.

Il bacio è lungo, lento, sa di vino caldo e di stanchezza intelligente. La sua bocca conosce. Le sue mani non vanno subito, restano una sulla mia nuca e una sulla mia coscia sopra la stoffa della gonna, come per dirmi: non c’è treno che basti, abbiamo otto ore, ne useremo ogni minuto. Io gli infilo le dita dentro la camicia, sui fianchi caldi, sento i muscoli lunghi dei lombi e le costole che si dilatano sotto il mio palmo.

Mi sdraio sulla cuccetta, lui sopra di me, il suo corpo lungo che si incastra nello spazio stretto. Si toglie la camicia con un solo gesto, poi anche la canottiera bianca sotto. Ha il petto magro, asciutto, una traccia di peli grigi al centro che ho voglia di toccare prima ancora di averlo deciso. Mi sbottona la camicetta lentamente, un bottone alla volta, e ogni bottone è uno scatto della sua mano che ho già voglia di sentire altrove.

Quando arriva al reggiseno lo lascia, non lo slaccia ancora. Si china e mi bacia sopra la stoffa, una pressione di labbra calde attraverso il pizzo, e io sento il capezzolo indurirsi sotto di lui come se la mia pelle obbedisse a una lingua straniera che però capisce benissimo. Poi sì, lo slaccia, lo sposta dietro la mia schiena senza toglierlo del tutto, e prende il mio seno in bocca, prima uno e poi l’altro, con una pazienza musicale, mordendo piano, leccando, ricominciando.

Sento la cuccetta scuotersi piano sotto di noi al ritmo del treno, le rotaie che battono sotto il nostro peso un tum-tum sordo che diventa il nostro ritmo. Quando lui mi mette una mano fra le cosce, sotto la gonna che gli è scivolata su, gemo piano contro la sua spalla per non farmi sentire dal corridoio. Mi tocca sopra le mutande, poi sotto, le sue dita di bassista che trovano il punto come se l’avessero studiato per anni, lente, precise, una pressione circolare che mi fa inarcare i fianchi alla ricerca di lui.

«Doucement» mormora. «Abbiamo tempo.»

Ma io tempo non ne ho. Gli sbottono i pantaloni, gli abbasso la cerniera, lo trovo duro nella mia mano, caldo. Lo accarezzo lentamente e lui chiude gli occhi un istante, la mascella che si serra, e io capisco di averlo nella mia mano come si ha un musicista durante un assolo, in quel momento in cui sta tirando una nota lunga e tutto il pubblico è zitto.

Scivola giù lungo il mio corpo, mi solleva la gonna fino alla vita, mi toglie le mutande con un gesto lento. La coperta di lana mi sfrega le natiche, ruvida, e quella ruvidezza fa parte della scena, mi tiene presente, mi ricorda dove siamo. Apre le mie cosce con i palmi delle mani — quei palmi larghi — e mette la bocca su di me. Lecca lento, attento, con la stessa concentrazione con cui prima reggeva la custodia del contrabbasso. Le sue mani mi tengono i fianchi, ferme, mentre io cerco di muovermi e lui non me lo lascia fare, mi tiene lì, sotto la sua lingua, e mi fa attendere ogni passaggio.

Il treno frena di nuovo a una stazione, e per un secondo il movimento si ferma — la cuccetta non oscilla più, le rotaie non battono, c’è solo la sua bocca su di me e il mio respiro che sento per la prima volta isolato, alto. Poi il treno si rimette in moto e ricomincia il ritmo, e con il ritmo lui accelera, le sue dita entrano insieme alla lingua, e io vengo contro la sua bocca con un gemito che soffoco contro il dorso del mio polso, le cosce che gli stringono la testa, il piacere che mi sale dal basso ventre come un’onda lenta e grossa che mi attraversa tutta e per qualche secondo mi cancella.

Quando riapro gli occhi lui sta risalendo lungo il mio corpo, mi bacia il ventre, lo sterno, la gola. Sento il mio sapore, mescolato al vino, nella sua bocca quando mi raggiunge. Si toglie i pantaloni e i boxer e resta nudo accanto a me sulla cuccetta stretta, e a quel punto siamo solo due corpi e un treno e una bottiglia mezza vuota appoggiata in equilibrio sul tavolino.

«Tu es belle» dice. Lo dice come si dice una cosa vera, senza enfasi, come si commenta il tempo.

Mi sale sopra. Entra dentro di me piano, guardandomi, e io lo accolgo arcuandomi sotto di lui, le braccia attorno alle sue spalle, le mani nei suoi capelli grigi alle tempie. Si muove lento, lunghe spinte che seguono il ritmo del treno, ogni rotaia un colpo dentro di me. La cuccetta scricchiola. Il finestrino è ancora nero e ogni tanto un lampione lo attraversa e ci stampa addosso una striscia gialla che dura un istante e sparisce.

Lo tiro dentro con le gambe, accelera, e adesso le sue spinte non seguono più le rotaie, le precedono. Mi tiene una mano sulla bocca per farmi tacere e io gliela mordo piano, sento il sale del suo palmo, la stanchezza buona della sua pelle. Le sue spalle sopra di me sono larghe e magre insieme, una bella architettura nervosa di un uomo che ha sempre fatto un mestiere fisico. Quando viene, viene dentro di me con un suono basso, quasi una nota di contrabbasso anche quella, e io gli stringo i capelli mentre lo sento tremare e lo accolgo senza dire niente.

Restiamo così a lungo, lui sopra di me, il treno che corre. La coperta di lana ci pizzica le caviglie. La bottiglia sul tavolino oscilla appena. Sento il suo cuore battere contro il mio attraverso lo sterno, due ritmi diversi che a poco a poco si avvicinano e non coincidono mai del tutto.

Beviamo l’ultimo dito di vino dal bicchierino. Lui dice qualcosa a voce bassa in francese che metà capisco e metà no — qualcosa sulle donne italiane e sui treni e sul fatto che certe notti sono nate apposta. Non gli chiedo di tradurmela. Ci rivestiamo pian piano, ci passiamo addosso i vestiti come ci siamo passati il bicchierino, in un ordine che è già diventato nostro.

Mi addormento contro la sua spalla. Lui non sale più sulla cuccetta sopra, resta lì, con un braccio sotto il mio collo, l’altro abbandonato lungo il fianco. Il treno continua a portarci dentro la notte. A un certo punto sogno di parlare francese senza accento, e mi sveglio quando il treno frena.

Il mattino arriva nel finestrino lentamente, prima un grigio, poi un rosa sporco. Parigi mi viene incontro dalle vetrate dei palazzi della banlieue, i graffiti, i cavi della metropolitana di superficie. Lui si è già rivestito del tutto. La giacca di velluto verde è tornata addosso. La camicia di lino blu è sgualcita esattamente come prima, ma in un altro modo.

Arriviamo a Gare de Lyon alle sette e venti. Scendiamo insieme dalla carrozza, e lui mi tiene la custodia mentre io tiro giù il trolley. Sul marciapiede c’è odore di caffè dei chioschi, di città che si è svegliata da un pezzo. Le mie scarpe risuonano sulla pietra. Lui posa la custodia accanto a me, mi guarda, e io aspetto.

«Bonne foire» dice.

«Buon concerto.»

Mi mette una mano sulla guancia per un secondo, fredda — fuori fa più fresco che in Italia, lo sento adesso. Non mi bacia. Non ce lo diciamo, ma sappiamo entrambi che baciarsi qui, con la luce, con i tabelloni, sarebbe sbagliato. Lascia cadere la mano. Solleva la custodia.

Si volta e cammina verso l’uscita lato Rue de Lyon. Io vado nella direzione opposta, verso la metro. Non mi giro a guardarlo, e so che lui non si gira a guardare me. La folla del mattino ci inghiotte ognuno per conto suo, ognuno nella propria lingua, con il sapore dell’altro ancora addosso e otto ore di treno chiuse in una bottiglia vuota lasciata sulla cuccetta numero ventidue.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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