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Sabbia e sale – Racconto erotico – Claudia Neri

La spiaggia si svuota piano, è quasi un rito di fine giornata. Le donne raccolgono i teli scuotendoli contro il vento, i bambini si trascinano dietro i secchielli mezzi pieni d’acqua, gli uomini ripiegano le sedie con uno schiocco secco e si avviano verso il parcheggio. Io resto. Sono arrivata venerdì pomeriggio con una valigia troppo grande e nessun piano, ho preso una stanza in una pensione che sa di pino marittimo e di salsedine, e da quel momento il mio unico programma è stato non parlare con nessuno.

L’ho lasciato un mese fa, dopo nove anni. L’ho lasciato perché non sapevo più riconoscermi nella donna che gli rispondeva alle stesse domande ogni sera, e a quaranta anni svuotarsi è un lavoro che si paga caro. La fuga nel Cilento è venuta da sé. Una collega ha detto «vai», e io sono andata. Sola, con due libri che non ho aperto e due costumi nuovi che nessuno ha ancora visto.

Sono le sette passate, e qui il tramonto non è una cartolina: è una mareggiata di colore che ti entra negli occhi senza chiedere permesso. Il sole è ancora un dito sopra il mare, l’acqua sotto è oro liquido, le ombre delle cabine si allungano sulla sabbia come dita, lunghe e fredde dove sono passate. È in questa luce obliqua che lo guardo davvero per la prima volta.

L’avevo notato anche ieri, e l’altro ieri. È il ragazzo del posto — non un ragazzo, in realtà, avrà più di trent’anni, ma qui in spiaggia li chiamano tutti così. Ha la pelle scura, di quel marrone caldo di chi vive al sole da sempre, i capelli neri e ricci lasciati lunghi sulla nuca, le mani grosse — mani che sanno il peso delle cose, da contadino, da pescatore, mani che ho visto stringere un ombrellone per chiuderlo come se fosse niente. Indossa un paio di pantaloncini militari e una maglietta bianca incrostata di sale ai bordi delle maniche. Quando si china a sbloccare la base dell’ombrellone i muscoli della schiena gli si tendono sotto il cotone, e qualcosa nel mio basso ventre si muove per la prima volta da settimane. È un movimento piccolo, una contrazione tenue. Lo registro. Mi tengo la cosa per me come una piccola scoperta personale.

Si avvicina alla mia fila, lavora veloce. Chiude un ombrellone, poi un altro, poi raccoglie due sdraio alla volta e le impila contro la cabina come una cosa che ha fatto mille volte. Quando arriva al mio passa accanto e si ferma. Mi guarda da sotto i suoi ricci, con un’aria che non saprei descrivere — non corteggiamento, non cortesia di servizio, qualcosa che sta nel mezzo, una specie di pazienza calma.

«Chiudo?» chiede. La voce è bassa, di gola, con quella cadenza meridionale che si mangia gli ultimi suoni.

«Resto ancora un po’» rispondo. «Se posso.»

«Resta quanto vuoi» dice. «Tanto ci sono io.»

Non aggiunge altro. Si china, prende l’ombrellone vicino al mio e lo chiude con lo stesso gesto di prima. Gli guardo le mani — i polsi spessi, le vene che gli salgono sull’avambraccio, un graffio fresco sopra il pollice che chissà dove se l’è fatto. Quando si rialza, un granello di sabbia gli si stacca dalla guancia e gli scende lungo il collo, fino a perdersi nello scollo della maglietta. Devo sforzarmi per smettere di guardarlo.

Le sdraio sbattono, una dopo l’altra. Il rumore della spiaggia che si chiude è il rumore di un palcoscenico che si svuota — le ultime voci di bambini che si allontanano, una macchina che parte, il bagnino che ammaina la bandiera rossa e fischietta una canzone che non riconosco. Resto io, e lui, e il mare che ha cambiato colore, è diventato vino scuro.

Torna verso la mia fila con un’altra cabina da chiudere. Sento la sua presenza prima di alzare lo sguardo. È in piedi vicino alla mia sdraio, e ha in mano una bottiglietta d’acqua, gelata, ancora chiusa.

«Tieni» dice. «Hai preso troppo sole oggi. Si vede.»

Allungo la mano, lui me la mette nel palmo. Le sue dita sfiorano le mie, e c’è — c’è qualcosa, qualcosa che non è solo cortesia. Sento il calore della sua pelle, ruvida, leggermente umida di sudore. Trattengo il fiato per un mezzo secondo, poi sorrido.

«Grazie. Mi chiamo —»

«Non importa» mi interrompe, piano. «Tanto domenica te ne vai.»

Mi guarda dritto. Non è una scortesia. È una constatazione, quasi un patto. Capisco in quel momento — capisco con tutto il corpo, prima che con la testa — che è una cosa che sta per succedere, che se voglio posso farla succedere, che me lo sta dicendo senza dirlo. La spiaggia è vuota, il sole sta toccando l’acqua, e c’è un uomo in piedi davanti a me con le mani salate e gli occhi neri.

«Domenica» dico. «Sì.»

«Allora abbiamo stasera.»

Sento il cuore battermi nelle tempie, e nel posto sotto l’ombelico dove non sentivo niente da mesi. Apro la bottiglietta, bevo un sorso. L’acqua è freddissima. Gliela tendo. Lui la prende, beve dallo stesso punto in cui ho bevuto io, e questo gesto banale mi fa male in un modo che riconosco e che mi piace.

«Devi finire di chiudere?» chiedo.

«Cinque minuti.»

«Allora aspetto.»

Lui sorride. È un sorriso lento, che non gli scopre i denti — solo un piegarsi delle labbra. Si gira e va a chiudere le ultime sdraio, e io lo guardo lavorare, le braccia, la schiena, le natiche tese sotto i pantaloncini militari mentre si china. Non distolgo lo sguardo. Non c’è più nessuno a cui dover spiegare cosa sto facendo. Mi sento brutta e bellissima insieme, con la pelle che mi tira per il sole, i capelli arruffati dal vento, il costume bagnato che si è asciugato addosso lasciando aloni di sale.

Quando torna, mi tende la mano. La prendo. Mi alza dalla sdraio con un gesto sicuro, e per la prima volta sento quanto è più alto di me, quanto le sue spalle sono più larghe. Mi conduce dietro la cabina, una di quelle cabine di legno con la doccia esterna per togliersi la sabbia. Non c’è nessuno a vederci. Il bar della spiaggia ha già abbassato la saracinesca. Il bagnino è andato via. Restano solo gli ombrelloni chiusi come scheletri di funghi, e il mare che batte piano.

Mi appoggia con la schiena al legno della cabina e mi guarda. Aspetta. Non si avvicina ancora, e questo aspettare è già una mano addosso. Io lo guardo dal basso, vedo il sale a piccoli granelli sul mento, sul labbro inferiore. Alzo una mano e glieli tocco, queste piccole pietre bianche di mare seccato. Lui chiude gli occhi un istante quando lo faccio.

Poi mi bacia. Non è un bacio educato. È una bocca calda che si chiude sulla mia, una lingua che entra senza chiedere, una mano che mi prende la nuca per tenermi ferma. Sa di sale, di acqua e di qualcosa di amaro — limone, forse, o tabacco. Apro la bocca, lo lascio entrare, lo cerco con la lingua a mia volta, e gli infilo le mani sotto la maglietta, sul petto. La sua pelle è calda, bagnata di un sudore leggero, e sotto i miei palmi sento i suoi capezzoli indurirsi. Lo sento ansimare contro la mia bocca.

Mi tira il prendisole sopra la testa, lo lascia cadere sulla sabbia. Il costume sotto è quello rosso, le bretelline sottili, niente di che, ma quando lui mi guarda sembra che lo sia. Mi prende il seno con una mano sopra il costume, lo stringe piano, e io spingo i fianchi avanti, contro di lui, e sento la sua erezione attraverso il cotone dei pantaloncini, dura, contro l’osso del mio ventre.

«Vieni» dice. Apre il rubinetto della doccia esterna. L’acqua è quasi gelata, il primo getto ci fa rabbrividire entrambi. Mi spinge sotto, con sé. Il flusso scende su di noi e sciacqua via il sale, lascia la pelle nuda e sensibile. Lui mi slaccia il costume dietro il collo, lo abbassa fino alla vita, e la sua bocca trova il mio capezzolo. Lo prende dentro, lo succhia, lo morde piano, mentre l’acqua continua a scenderci addosso. Gemo. Il rumore della doccia copre il mio gemito ma lui lo sente lo stesso, sento che lo sente perché la sua bocca si fa più decisa.

Gli sfilo la maglietta, gliela tiro sopra la testa. Il suo petto è scuro, peloso al centro, una linea di peli che scende verso il ventre piatto e si perde sotto la cintura. Gli passo la lingua sullo sterno, sento il sapore di sale anche lì, sento il battito del suo cuore sotto le labbra. Lui mi spinge contro il legno della cabina, il legno è ruvido, mi graffia la schiena, ma è un fastidio buono, una sensazione che mi ricorda che sono lì, che sono viva, che sto facendo questa cosa.

Mi inginocchio. Non perché me l’abbia chiesto, perché lo voglio io. Gli slaccio i pantaloncini, glieli abbasso. È duro, scuro come tutto il resto di lui, e quando lo prendo in bocca lui appoggia una mano sul muro della cabina e geme, un gemito basso che esce dalla gola e che mi entra dentro come una vibrazione. Lo accarezzo con la lingua, lo prendo profondamente, lo sento pulsare contro il mio palato. Le sue mani sono nei miei capelli, ma non spinge — mi accompagna, mi guida appena. L’acqua della doccia continua a scenderci sopra, fredda, mi entra nelle orecchie, mi appiattisce i capelli sulla fronte.

Dice qualcosa in dialetto, qualcosa che non capisco e che non importa. Mi tira su per le braccia. Mi solleva di peso, mi appoggia il sedere sul bordo basso della cabina, dove c’è una specie di mensola di legno per i vestiti. Le sue mani sono ovunque — sui fianchi, sulla pancia, tra le cosce. Mi sfila il pezzo sotto del costume, lo lascia cadere sulla sabbia bagnata. Si inginocchia a sua volta. Apre le mie ginocchia, mi tira fino al bordo. La sua bocca mi trova il pube e mi lecca lentamente, prima la parte interna delle cosce, poi più dentro, fino al clitoride. Insiste lì. Non ha fretta. Sembra che il fatto che la spiaggia sia vuota gli dia un permesso enorme, e lo prenda fino in fondo.

Mi tengo al bordo della cabina con tutte e due le mani. Sento il piacere salirmi dal basso ventre come un’onda lenta, calda, irrefrenabile. Ondeggio i fianchi contro la sua bocca, perdo la testa, ho gli occhi chiusi e dentro le palpebre vedo il rosso del tramonto. Quando vengo è un grido che non riconosco, un grido che si perde nel rumore della doccia e del mare. Le cosce gli stringono la testa, tremo tutta, e lui resta lì, paziente, finché il tremore passa.

Risale. Mi bacia in bocca e nella sua bocca sento il mio sapore mischiato al sale. Mi solleva ancora, mi tiene per le natiche, e mi penetra in piedi, appoggiandomi al legno della cabina. Entra lentamente, profondamente. Io gli avvolgo le gambe intorno ai fianchi, lo tiro dentro con i talloni, e lo sento riempirmi in un modo che non sentivo da troppo tempo. Mi muove. È un movimento ampio, deciso, che mi fa sbattere la schiena contro il legno a ogni spinta, e il dolore piccolo si mescola al piacere grande e diventano la stessa cosa. La sua bocca cerca il mio collo, mi morde la spalla, mi morde la base del seno. Gemo nel suo orecchio, e gli affondo le unghie nelle natiche tese, tirandolo dentro di me più forte.

Sento il sale sotto i palmi quando gli accarezzo la schiena. Sento la sabbia ovunque — me la ritroverò domani nei vestiti, nei capelli, dentro le scarpe. Adesso non importa. Lui mi tocca un punto profondo che continua a darmi piccole scariche, e capisco che sto per venire una seconda volta, una cosa che non mi succedeva da anni.

«Vengo» gli dico, e lui sussurra «vieni», e accelera, e io vengo aggrappata al suo collo, mordendogli la spalla per non urlare. Lui mi segue subito dopo, con un gemito strozzato, la fronte appoggiata alla mia tempia, le mani che mi stringono i fianchi così forte che sentirò le sue dita addosso per giorni.

Restiamo allacciati, sotto l’acqua che continua a scendere. Il respiro lento. La sua mano grande aperta sulla mia nuca. Non parliamo. Non c’è niente da dire.

Mi infilo il prendisole bagnato, prendo la borsa e i sandali. Lui chiude il rubinetto, raccoglie la sua maglietta dalla sabbia. Resta lì, in piedi, nudo dalla cintola in su, i capelli ricci che gli gocciolano sul collo. Mi guarda andare via. Faccio quattro passi sulla sabbia ancora calda, poi mi giro un’ultima volta. Lui alza una mano, piano. Io alzo la mia.

Non ci diciamo niente.

Torno in pensione, mi tolgo la sabbia da dappertutto, dormo poche ore, un sonno fitto e senza sogni. Mi sveglio alle cinque, la stanza ancora blu di luce d’alba. Carico la valigia in macchina, lascio le chiavi sul bancone della pensione vuota, parto. La strada lungo la costa è deserta, il mare a destra è un foglio di carta argentato, l’aria che entra dal finestrino sa di mirto e di salsedine.

Non so come si chiama. Non gli ho chiesto il nome, e lui non ha chiesto il mio. Mi resta addosso il sapore del sale sulle sue labbra, il graffio della cabina sulla schiena, una piccola pietra di sabbia incastrata sotto l’unghia del mignolo che non ricordo come ci sia finita.

Tengo le mani sul volante e guido verso casa con una cosa nuova dentro, un peso buono al centro del petto, una specie di sorriso senza muscoli.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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