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La doccia dopo la corsa – Racconto erotico – Claudia Neri

Ho le chiavi in mano da almeno mezzo minuto prima di accorgermi che non le sto infilando nella toppa. Resto sul pianerottolo a respirare, il petto che ancora si solleva sotto la maglia tecnica appiccicata alla schiena, le ciocche dei capelli incollate alla nuca, l’odore acido del mio stesso sudore che sento salirmi dal collo. La corsa di stasera è stata lunga, troppo, una di quelle in cui le gambe iniziano a parlarti al terzo chilometro e tu fai finta di non sentirle. Volevo svuotarmi e invece sono piena di qualcosa che non so nominare, una tensione bassa, un fastidio che mi resta dentro come una scheggia.

Apro la porta e mi accoglie il rumore dell’acqua che si è appena fermata. Il vapore esce dal bagno in fondo al corridoio in una nuvola lenta, si arrampica sul muro, prende la luce calda del soggiorno e la sfuma. Sento il fruscio di un asciugamano, un piede nudo sul piastrellato. È a casa. Ovviamente è a casa, sono le otto e mezza, l’unica novità sarebbe stata trovarlo altrove. Eppure mi fermo sulla porta come se dovessi entrare in casa d’altri.

Otto anni. È un numero che ogni tanto mi gira in testa e non mi dice più niente, come una parola ripetuta troppe volte. Otto anni di chiavi nello stesso cassetto, di tazze che si dispongono da sole sullo scolapiatti nello stesso ordine, di silenzi familiari che riempiono la casa meglio delle parole. Otto anni di un corpo che conosco a memoria — la voglia sulla scapola sinistra, il modo in cui si tocca la barba quando legge, la curva dei polpacci da uomo che ha sempre fatto sport. Lo conosco talmente bene che a volte smetto di vederlo.

Mi sfilo le scarpe in corridoio, lascio cadere le chiavi nella ciotola di ceramica, sento il rumore familiare e la calza che si stacca dal tallone con quella sensazione un po’ nauseante del sudore freddo. Il bagno è ancora chiuso. Bussa il pensiero, non lui: togliti questa roba addosso, vai. Poi la porta si apre.

Lui esce nel vapore, l’asciugamano stretto attorno ai fianchi annodato male come fa sempre, i capelli scuri ancora appesantiti dall’acqua, una goccia che gli scende dalla tempia fino alla mascella. Ha la pelle arrossata dal calore della doccia, il petto largo che si solleva piano, una traccia di sapone non risciacquata sul ventre vicino all’ombelico. Lo guardo e dovrei dire qualcosa, ciao, com’è andata, una di quelle frasi che si depositano sopra le giornate come uno strato di polvere. Invece resto ferma.

«Hai corso tanto», dice lui. Non è una domanda. È una di quelle frasi che si dicono tra persone che vivono nella stessa casa, una constatazione di passaggio, e in qualsiasi altra sera l’avrei lasciata cadere. Stasera invece la sento poggiarsi su di me come una mano, e mi accorgo che lui mi sta guardando — mi sta guardando davvero, gli occhi che scendono dal collo lucido alla maglia tirata sui seni alla cintura dei leggings — e mi accorgo che io lo sto guardando indietro, e che è da non so quanto tempo che non ci guardiamo così. Senza fretta. Senza distrazione. Senza che l’uno sia la cornice dell’altro.

Sento l’odore del bagnoschiuma uscire dal bagno, quello al cedro che usa lui da sempre, e mi torna addosso il modo in cui mi aveva colpito la prima volta — quando ancora non era casa, quando era ancora un altro corpo. Si appoggia con una spalla allo stipite della porta, l’asciugamano si tende sul fianco, e una goccia gli rotola lungo lo sterno e si ferma esattamente dove la pelle si fa più chiara.

«Devo fare la doccia», dico, e mi sento un’idiota perché la mia voce è uscita un mezzo tono più bassa, e lui se ne accorge — vedo che se ne accorge — perché qualcosa nel suo viso si scompone appena, un microsorriso che non era previsto.

«Vai», dice. Ma non si sposta. Lo stipite resta occupato, le braccia conserte sul petto, e io devo fare quel passo verso di lui per entrare in bagno. Il corridoio si è ristretto. Lo passo di fianco, sento il calore della sua pelle ancora bagnata sfiorarmi il braccio, l’odore del cedro mi entra in gola, e quando sono dentro la porta del bagno non si chiude — perché lui si gira, ed è entrato anche lui.

Il vapore non è ancora andato via, lo specchio è una lastra cieca, le piastrelle del muro corto vicino alla doccia gocciolano. Io sono ancora vestita, in tenuta da corsa, sudata, lui in asciugamano. Resto in piedi al centro del bagno e non so cosa stiamo facendo. Cioè, lo so. Lo sappiamo entrambi. Ma è da così tanto che non lo decidiamo davvero — la cosa, da noi, accade per inerzia il sabato, in fretta, con la coscienza di doverlo fare prima che ci venga sonno — che adesso il fatto di scegliere mi spaventa e mi accende insieme.

Lui mi si avvicina e mi prende l’elastico che mi tiene la coda. Lo sfila piano. I capelli mi cadono umidi sulle spalle. Mi infila le dita nella nuca, lente, e fa quel gesto che faceva i primi tempi — quando ancora non era automatico — di stringere la mano e tirare appena indietro, costringendomi a sollevare il mento. Sospiro. È un suono basso, involontario, e sento lui sospirare di rimando come se gli avessi appena passato qualcosa.

«Sei tutta sudata», dice. La voce è cambiata, anche la sua.

«Lo so.»

«Mi piace.»

Non ci eravamo mai detti niente di simile o forse sì e me ne ero dimenticata. Le mani gli scendono dalla nuca alla maglia tecnica, la prendono dal basso e la sfilano sopra la testa in un gesto unico, e io sento l’aria umida del bagno sulla pancia, la pelle che si raffredda di colpo, i capezzoli che si tendono dentro il reggiseno sportivo prima ancora che lui me lo tocchi. Mi guarda. Mi guarda davvero, non con l’occhiata distratta del passaggio in cucina, ma con quello sguardo che ho dimenticato, quello che mi aveva fatto innamorare otto anni prima — l’occhio scuro che si stringe appena, le sopracciglia che cedono.

Mi sfila il reggiseno tirandolo verso l’alto, anche quello in un gesto unico, e io alzo le braccia come una bambina che si lascia spogliare. Non sono una bambina. Ho trentasei anni, due rughe sottili che mi tagliano la fronte quando rido, il ventre più morbido di quando ci siamo conosciuti, e lui mi sta guardando come se questo corpo che si è modificato lentamente sotto i suoi occhi gli stesse arrivando addosso adesso per la prima volta. Mi appoggia la bocca sulla clavicola e sento la sua lingua raccogliere il sale del mio sudore, e sospiro più forte, e gli prendo i capelli bagnati con tutte e due le mani.

L’asciugamano gli cade. Cade da solo, senza che nessuno dei due lo tocchi, e io rido piano contro la sua tempia perché lo faceva sempre, anche otto anni fa, quel nodo da bambino che non tiene, e lui ride a sua volta e mi morde la spalla per zittirmi, e io non rido più.

Mi tira giù i leggings con i pollici dentro l’elastico, si abbassa con il movimento, e quando è in ginocchio davanti a me con le mani sui miei fianchi mi guarda dal basso — e questo, questo sguardo dal basso, è una cosa che ho dimenticato di volere. Ho dimenticato di volerlo. Mi morde il ventre poco sopra il pube, una pressione leggera che è una promessa, e mi rialza tirandomi su per i fianchi.

Apre l’acqua della doccia. Il rumore copre il mio respiro. Mi spinge dentro la cabina e mi entra dietro, e il primo getto sulla nuca mi fa quasi gridare per il contrasto del caldo sul sudore freddo. Le piastrelle dietro la mia schiena sono fredde, fredde da brivido, e l’acqua è bollente, e tra le due cose c’è il suo corpo che mi preme contro, l’erezione che già mi spinge sul ventre, le mani che mi prendono i seni piano e poi più forte e i pollici che mi sfiorano i capezzoli con un ritmo che conosce a memoria e che però adesso fa effetto come se fosse nuovo.

Mi gira. Mi fa appoggiare le mani sul vetro davanti a me, e il vetro è appannato, e io vedo solo l’impronta delle mie dita che si allarga sul vapore. Sento la sua bocca sulla scapola, la sua barba — ha lasciato crescere la barba in questi mesi e non gliel’ho mai detto, ma adesso il graffio sulla pelle mi fa stringere le cosce — e poi la sua mano scende lungo il fianco, dentro, e le sue dita mi trovano già pronta. Geme contro la mia nuca. Lo sento gemere, un suono basso che non gli sentivo fare da molto, e capisco che anche per lui era da tanto che la mia eccitazione non gli arrivava addosso così, come una resa improvvisa.

Si china e mi prende una caviglia, la solleva, me la appoggia sul bordo della vasca. Mi entra da dietro lentamente, e io sento ogni centimetro come se fosse un alfabeto che riimparo, e quando è dentro fino in fondo restiamo entrambi fermi per un secondo — l’acqua che ci scivola addosso, il vapore, il vetro sotto il palmo — e capisco che è la prima volta da mesi che non stiamo facendo qualcosa per finire di farlo. Stiamo solo facendo. C’è solo questo.

Comincia a muoversi. Lento, all’inizio, una spinta lunga che mi fa sospirare ogni volta nello stesso punto, e con la mano libera mi cerca davanti, in mezzo alle cosce, e quando trova il clitoride lo sa — lo sa da anni — il ritmo che voglio, il polpastrello che gira esatto, e la sua precisione adesso mi fa quasi piangere perché mi accorgo che il fatto che mi conosca così non era un’inerzia, era un dono, e che me n’ero dimenticata. Mi morde il collo. La sua erezione mi spinge dentro con un ritmo che si fa più fitto, l’acqua mi cola negli occhi, e io spalanco la bocca contro il vetro perché non riesco più a tenermi il gemito in gola, e lo sento staccarsi addosso ad ogni spinta, sempre più scoperto, sempre meno mio e sempre più suo. Lui ansima nella mia nuca, dice il mio nome, una sillaba sola, e mi accorgo che sta ancora dosando, che si sta trattenendo per aspettarmi.

Lo aspetto un istante in meno. Vengo prima di quanto mi aspettassi, con un grido che il vetro mi rimanda mezzo soffocato, le ginocchia che cedono, e lui mi tiene un fianco con la mano libera per non farmi scivolare e viene un secondo dopo, con un ansimo lungo addosso al mio collo, dentro di me, fermo, le dita che si stringono sulla mia anca con una forza che mi lascerà un livido domani e che adesso mi sembra una dichiarazione.

Restiamo così. Io con la fronte sul vetro, lui appoggiato alla mia schiena, l’acqua che continua a scorrere su di noi come se non riguardasse più nessuno dei due. Sento il suo cuore battere veloce contro la mia scapola. Sento il mio rallentare.

Poi lui si stacca piano, mi gira di nuovo, mi prende il viso tra le mani — le mani sono ancora calde — e mi bacia. Mi bacia con la calma di chi non ha più fretta di niente, e io penso che era tantissimo tempo che non baciavamo dopo. Di solito ci si gira e si dorme. Di solito si va in cucina a bere acqua. Adesso invece c’è questo bacio lungo nell’acqua che ci cade addosso, e poi un suo sorriso piccolo, di quelli un po’ obliqui, e niente parole.


In cucina ho il pile sopra il niente, lui i boxer e la maglietta. Ho ancora i capelli bagnati che mi lasciano un cerchio scuro sulla felpa, e quando lui apre il frigo a piedi nudi sul pavimento freddo gli scappa una di quelle imprecazioni stupide che ride lui solo, e rido anch’io, e per un attimo non so più se sto ridendo di lui adesso o di noi due otto anni fa, quando ridevamo allo stesso modo per le stesse cose stupide, in una cucina diversa, in un’altra città, prima di tutto questo tempo che ci è passato addosso e che stasera, per venti minuti, non c’è stato.

Tira fuori dello yogurt. Me ne mette uno davanti senza chiedere. Lo prendo. Cominciamo a mangiare in piedi al bancone, l’uno di fronte all’altra, e mi guarda con quel sorriso obliquo come se stesse per dire qualcosa, ma alla fine non dice niente, e affonda solo il cucchiaino, e fuori dalla finestra è già buio pesto, e il rumore del cucchiaio sul vetro è l’unica cosa che si sente.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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