• DEBORA

    La terrazza affacciava su una Milano calda e afosa. La musica accompagnava le conversazioni dei partecipanti alla festa senza interferire, non era ancora il momento di ballare. Ognuno sorseggiava qualcosa, si fumavano sigarette di tabacco e di liquidi profumati, tutte le donne portavano i tacchi e facevano sfoggio dei loro vestiti più cool, così che si faceva fatica a sapere chi guardare con più attenzione.
    Sapeva che lei sarebbe venuta a trovare Gioia quel weekend, l’unica amica che gli era rimasta in comune, e sapeva anche che si sarebbero visti. Era più di un anno che non aveva sue notizie e un vuoto nello stomaco precedeva l’inconsapevolezza dell’effetto che gli avrebbe fatto ritrovarsela davanti. Rifletté che probabilmente sarebbe stato un vuoto nello stomaco più profondo.

    Era intento ad ascoltare i suoi amici parlare di lavoro mentre involontariamente la cercava in mezzo alla gente. La riconobbe a stento mentre, di spalle a lui, si voltò dalla sua parte con un gesto distratto.

    Si era tagliata i capelli, che ora le arrivavano alle spalle, sempre mossi ma adesso color rame. Le forme che lo facevano impazzire tanti anni prima erano rimaste le stesse, gli parve però che i tratti del viso si fossero induriti. Aveva un abito rosso, scollatissimo sulla schiena e stretto su un seno altrimenti nudo. Anche lei portava i tacchi alti e così arrivava quasi alla stessa altezza dell’uomo con cui parlava. Stava sorseggiando un drink bianco con delle bacche nere dentro, nessun dubbio che fosse ginepro.

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  • Indomabili schiavi – parte seconda

    Quando riaprii gli occhi mi resi conto di dov’ero e un sorriso mi salì alle labbra.

    Mi passai una mano sul dorso, sentendo sotto le dita i segni di lividi e graffi, lo stesso feci sulla parte bassa della mia schiena. Guardai alla mia destra il letto vuoto e mi chiesi lei dove fosse, se fosse in casa. Il rumore del posacenere che si appoggiava sul qualcosa, probabilmente il tavolo del soggiorno, mi rivelò la sua presenza.

    Non sapevo bene perché avevo deciso di non dirle che sarei arrivato. Penso che fosse perché desideravo la sua reazione spontanea, la stessa che aveva avuto a Bologna, dove io avevo mascherato la mia sorpresa e il mio piacere mentre lei mi aveva fatto quel sorriso mozzafiato che mi ispirava una tranquillità unica. Quello che era successo dopo me lo aspettavo.

    Era una conseguenza naturale del nostro stesso guardarci. Ci penetravamo dentro solo fissandoci negli occhi e non era segreto per nessuno dei due.

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  • Indomabili schiavi

    Ero seduta al tavolino del bar fuori l’università mentre guardavo il fumo della mia sigaretta salire e ombrare tutto quello che aveva dietro. Piazza San Domenico quella mattina aveva la strana capacità di procurarmi calma, immersa com’ero nella foschia dell’ambiente circostante.

    Le dita della mia mano sinistra stringevano il filtro della sigaretta che lentamente si consumava, mentre io osservavo tutt’intorno la bellezza di quella giornata in quel luogo che così raramente mi concedeva una sensazione così dolce. La mano destra manteneva il libro che stavo leggendo, in cui avevo lasciato gli occhiali per tenere il segno.

    Il cielo in quella mattina di ottobre era cupo, ma il vento impediva alle nuvole di fermarsi abbastanza da far cadere la pioggia. Molto presto mi accorsi infatti che tutta la mia sigaretta era sfumata e ne rimaneva solo la cenere e un po’ di tabacco ancora attaccati al filtro. La spensi nel posacenere, rimisi gli occhiali, e ripresi la mia lettura: ‘…In quella sola parola l’amarezza di tutte le altre parole ch’egli aveva ricacciate dentro..’, una folata di vento forte fece girare alcune pagine del mio libro, mi scompigliò i capelli e fece volare via alcuni fazzoletti di carta che erano poggiati sul mio tavolino e su altri intorno a me.

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  • stanza 301

    Mentre lo aspettavo mi toccai le labbra umide con le dita, le morsi un poco, mentre guardavo dalla finestra un’altra prospettiva di un panorama non troppo sconosciuto.
    Lo immaginai mentre camminava, preso quanto me dal pensiero della nostra nudità, per i corridoi luminosi, tra le anonime stanze, prima di arrivare a bussare alla mia, affamato.

    La sensazione che prova un predatore quando si lancia nel salto verso il collo della sua preda non deve essere così diversa.

    Stanza 301.
    La stanza odora di fiori freschi, e del mio profumo. E’ quasi buia, come io la preferisco, ma si possono riconoscere i contorni di ogni cosa: la porta del bagno socchiusa a sinistra, il guardaroba di fronte, non appena si varca la soglia.
    La finestra da cui guardo è di fronte alla porta, il sole penetra, allungo la mano e stendo la tenda, così da preservare la mia amata penombra.
    Bussa alla porta, gli apro, non parliamo, entra.
    Ci guardiamo fisso, chiude la porta, lascia cadere lo zaino, fa un passo avanti, prende il mio visto tra le mani e mi bacia, sfogando nell’ansimo di quei respiri tutto il tempo che l’aveva atteso.

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