• O partigiano, portami via

    Analisi Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino –

    Italo Calvino ha scritto “Il sentiero dei nidi di ragno” in venti giorni e questo è il suo primo romanzo. Mi ha sempre incuriosito questo titolo, che nasconde all’immaginazione il contenuto del libro.

    Il sentiero dei nidi di ragno è un posto segreto, vicino a un fiume nelle pianure liguri, che solo il protagonista Pin conosce e che rappresenta il suo rifugio e il suo nascondiglio.

    Pin è un bambino che ha circa dieci anni, ha perso i genitori e vive con sua sorella che non troppo lo sopporta e fa la prostituta. È molto sveglio, a Napoli lo chiameremmo scugnizzo. Ci troviamo nell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale in un clima confuso e balordo, dove non si sa bene in che posizione stare e chi combatte per cosa, soprattutto agli occhi di un bambino in un remoto paesino di provincia.

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  • Il Conte di Montecristo – il romanzo in cui avrei voluto vivere

    Analisi e commento – Alexandre Dumas –

    Quando chiudo gli occhi, rivedo tutto quello che ho visto. Ci sono due sguardi, quello del corpo e quello dell’anima. Quello del corpo qualche volta può scordare, quello dell’anima ricorda sempre.

    Se è vero che la storia di Edmond Dantès è affascinante ed unica, è ancora più incredibile e sconvolgente quanto bene sia scritto questo romanzo. Molte volte, leggendo un libro, ho pensato che avrei voluto scriverlo io, tanto mi ero immedesimata nelle sue parole. Leggendo Dumas invece, per la prima volta ho desiderato che fosse stato lui a scrivere me. Non sarei meno fiera del mio posto nel mondo se non fossi altro che un personaggio della sua immaginazione che ha vissuto nella dimensione dei suoi libri, attraverso le sue parole, le sue descrizioni accurate, le analisi profonde.

    Il mio personale regno è grande come il mondo perché non sono né italiano, né francese, né indù, né americano, né spagnolo; sono cosmopolita. Nessun paese piò dire di avermi visto nascere, Dio solo sa quale paese mi vedrà morire. Adotto tutte le usanze, parlo tutte le lingue. Mi credete francese, non è vero, perché parlo francese con scioltezza e proprietà proprio come voi? Be’, Ali, il mio nubiano, mi crede arabo; Bertuccio, il mio intendente, mi crede romano; Haydée, la mia schiava, mi crede greco. Quindi capite che, non essendo di nessun paese, non chiedendo protezione a nessuno, non riconoscendo nessun uomo come fratello, non uno degli scrupoli che bloccano i potenti o degli ostacoli che paralizzano i deboli mi blocca o mi paralizza. Ho solo due avversari: non dirò due vincitori, perché li assoggetto con un po’ di tenacia, la distanza e il tempo. Il terzo, il più terribile, è la mia condizione di uomo mortale. Questa soltanto può fermarmi sul mio cammino e prima che abbia raggiunto il mio obiettivo.

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  • Il richiamo della foresta – l’istinto selvaggio in ognuno di noi

    La mia recensione per Jack London –

    È strano leggere un romanzo così breve e avere così tante cose da dire a riguardo. Probabilmente è questo il caso in cui è molto più quello che il lettore percepisce, influenzato dalla sua esperienza, che non quello che l’autore voleva veramente dire. Ma Jack di certo non mi rimprovererà di nulla, e quindi diamo subito sfogo alla meraviglia di sentimenti che, pagina dopo pagina, la storia del cane Buck ha risvegliato in me.

    Ambientato a Klondike, nell’epoca della corsa all’oro, la storia ha come protagonista il cane Buck, il quale, cresciuto negli agi e nelle comodità di una casa confortevole, viene strappato alla sua vita tranquilla per essere venduto come cane da slitta. Viene picchiato, maltrattato, torturato da uomini e cani stessi e man mano che la sua nuova vita priva d’amore e d’affetto prosegue, si risveglia in lui l’istinto primordiale e selvaggio che lo aveva abbandonato.

    È una pazienza della foresta, ostinata, instancabile, persistente come la vita stessa, che trattiene per ore il ragno, immobile, nella sua tela, e il serpente nelle sue spire e la pantera nella tensione dell’agguato; è la pazienza caratteristica della vita quando caccia una preda viva.

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  • jane austen – orgoglio e pregiudizio – essere donne indipendenti nel 1700

    La mia non-recensione per Jane Austen-

    Sono l’unica lettrice – e forse unica persona – al mondo che, quando ha deciso di leggere Orgoglio e pregiudizio non aveva nessuna idea né della trama né del finale, né di niente. Mi ci sono avvicinata quindi per quella sorta di dovere letterario nei confronti dell’autrice e del titolo autorevole.

    La sorpresa è arrivata già dalle prime pagine, a cominciare dall’incipit, che quei famosi tutti tranne me conoscono già:

     È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.

    La sincerità e l’ironia della narrazione vengono subito messi in chiaro dall’autrice che effettivamente dipingerà con molti fronzoli ma senza mai allontanarsi dalla verità la società inglese del ‘700, con un colorita vivacità che è poi una delle ragioni per cui il romanzo è ancora così letto e apprezzato duecento anni dopo la sua pubblicazione.

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