Articoli - Parole Mute - Blog letterario di Claudia Neri
  • Ero razzista, poi sono venuto a Napoli

    – Storie dalle strade di Napoli #6 –

    Qui potete trovare le altre storie precedenti a questa, qualche magazine e pezzi sparsi di fantasie varie.

    Dopo cinque articoli belli pieni pieni, oggi forse i ricordi non sono abbastanza a creare qualcosa che mi piaccia.
    Mi sembra che, finito questo tirocinio, mi manchino i colori per scrivere di Napoli.
    La vivo e ci cammino quasi tutti i giorni ma sentirla in quel modo era diverso: a contatto costante con i turisti sempre di buon umore e la gente fuori di testa.
    Devo ammettere che un po’ mi manca piazza san Gaetano e devo dire anche che non ho rivisto tutti quelli che avrei voluto salutare, con una bella chiacchierata.
    E’ buffo pensare che, mentre ci parlavo, non sapevo che quella era l’ultima conversazione che avrei avuto con loro. Non ci pensiamo mai, ma raramente ‘l’ultima volta’ è etichettata come tale prima che, effettivamente, lo diventi.

    Comunque, prima di concludere le storie di quelle persone straordinarie, è necessario che aggiunga qualche dettaglio ai fili infiniti dei loro intrecci, e qualcuno anche al mio.
    Gli ultimi dieci giorni da tirocinante li ho trascorsi facendo la guida turistica all’interno del Complesso Monumentale. Ho imparato tutto quello che c’era da sapere, appuntato qualche curiosità e poi ho preparato un discorso in inglese da fare ai turisti curiosi.
    Le mie due colleghe avevano un po’ più ansia da prestazione di me, cosa che io ho per fortuna parzialmente eliminato facendo le presentazioni del romanzo.
    Aggiungiamo inoltre il fatto che mi piace parlare, mi piace farlo in inglese e mi piacciono i turisti ignoranti che pensano che qui a Napoli la gente ancora viva nella ‘Napoli Sotterranea’ o che il Macellum (mercato) romano sia ancora attivo con le botteghe e gli artigiani dal I secolo dopo Cristo.
    No signora, i reperti si trovano in abitazioni attualmente private ma la gente non vive ancora con Impluvium e Compliuvium, abbiamo l’acqua corrente.
    Ah quindi non c’è un vero mercato lì sotto?
    No signora, sono passati circa 2000 anni, qualche alluvione, varie eruzioni, terremoti e un po’ di civiltà da allora.
    Ah capisco.
    Qualcuno ci resta seriamente deluso, qualcun altro si compiace per la propria ingenuità.

    Piazza san Gaetano
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  • Le luci di Natale

    Quest’anno l’atmosfera la sento

    Negli ultimi tre o quattro anni ogni volta che sentivo la frase ‘Però quest’anno l’atmosfera non la sento proprio’ oppure ‘Il Natale non è più come una volta’, ‘Quand’ero piccolo io…’ eccetera mi scoprivo ad essere d’accordo. Le luci, i colori, il casino, le canzoncine insopportabili, i cenoni, i ‘pranzoni’, a tutto mi sembrava che mancasse qualcosa, ogni cosa aveva quel che di finto, obbligato, in cui io ero totalmente a disagio.

    Esisteva un filtro tra me e la felicità che mi volevano inculcare.

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  • In mezzo al mare

    Non ho ottenuto risposta

    Se solo potessi avere meno freddo.
    Quando io e mia madre abbiamo aperto gli occhi stamattina, in bilico tra sonno e debolezza, lei ha guardato gli uomini che sono insieme a noi e ha chiesto: ‘Ci salvano?’, uno l’ha guardata e ha abbassato la testa: questo cenno da giorni significa ‘Non ancora’.
    Poco dopo ci hanno dato qualcosa da mangiare. So che lei è debole quindi cerco di prenderne il meno possibile, ma a volte mi sento svenire.
    E’ un insopportabile stato catatonico.
    Su e giù, su e giù.
    Mi ricordo che l’acqua del mare al mio paese era meravigliosa. Potevamo tuffarci, mia madre amava nuotare, spesso mio padre doveva richiamarla perché non si allontanasse troppo.
    Nell’arco di una notte, il significato di ogni cosa è cambiato.
    Lo ammetto, io non avevo capito bene. Ero abituato a vedere i miei genitori così, dopotutto la paura di morire è normale in guerra, le persone la usano per sopravvivere, mia madre la usa per proteggermi, qualcun altro si lascia travolgere e non ce la fa.

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  • Non saper godere dell’attimo

    Il momento in cui tutto accade

    L’attimo è il momento in cui tutto accade.

    In cui decidiamo cosa fare, chi essere, cosa mangiare. Come quel momento la mattina quando apri gli occhi e vorresti che il mondo sprofondasse pur di poter continuare a dormire. Poi sbatti le palpebre e ti vengono in mente tre o quattro scene del sogno che hai fatto.

    Ho sognato che nel bel mezzo del nulla, in uno spazio bianco senza universo né casa, tu ti avvicinavi e mi abbracciavi da dietro. Come per nasconderti dopo tanto tempo. E be’? Una notte intera e cosa mi rimane impressa? La tua stretta affettuosa, con l’amore di chi ha perso.
    Sbatto di nuovo le palpebre, lacrimo, metto i piedi a terra.

    L’attimo è il momento in cui dopo uno sbadiglio mi consolo un poco perché ci sta l’odore del caffè che mi aspetta in cucina, e mammà, o cara mammà, che già prepara lavatrice e pasta al forno. Ogni giorno mi pare che è passato più il tempo che abbiamo già trascorso insieme che quello che ancora trascorreremo.

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