• Ucraina 1996 – una figlia

    L’amore non basta mai, a niente. Quante persone innamorate non stanno insieme, non riescono a vivere insieme, a condividere tutto il tempo, e non si vedono? Si pensano e basta, per un po’, per molto tempo ma alla fine dimenticano anche quello. Tutto diventa abitudine e la distanza necessaria diviene motivo sufficiente a smettere di amare.

    Così l’amore di mio padre per quella donna dai riccioli biondi, di cui finalmente aveva ottenuto la mano, non è mai stato abbastanza. Un’anima ribelle come quella di mia madre non era fatta per essere incatenata, nemmeno dai secoli di tradizione e storia sovietiche che mio nonno incarnava così perfettamente.

    La notte in cui mio nonno concesse la sua mano, Liubof restò chiusa nel bagno di casa sua per qualche intenso minuto, le orecchie che fischiavano, le gambe che tremavano.
    Diciassette anni di vita le parvero improvvisamente la cosa più preziosa che avesse, da dover proteggere, da dover portare via, lontano da quella follia.

    Come si fa a costringersi ad amare qualcuno?

    Uscì di casa, come ubriaca, pianse, gridò, prese a calci la neve: il freddo e il vento coprivano i rumori e nel villaggio di T. nessuno si accorse di quella ragazza disperata che barcollava e prendeva a pugni i muri delle case, il ghiaccio, la terra sotto la neve.

    Non sapeva dove andare, cosa fare e la cosa peggiore era che era perfettamente consapevole che alla fine sarebbe ritornata a casa. Che altra scelta aveva: morire di fame o morire di freddo?

    Chi è padrone di se stesso? Chi è padrone del proprio corpo? Una donna nell’Ucraina post sovietica era a malapena considerata come un essere pensante, Liubof sapeva benissimo che nessuna parola o azione avrebbe potuto cambiare oggi la sua sorte.

    Disciplina, obbedienza, fedeltà.

    Yevhen venerava mia madre come una dea. Ogni donna la invidiava, la odiava per il rispetto che suo marito le riservava, per la cura che aveva di lei ogni momento, ogni giorno.

    Nessuno, nemmeno mio padre stesso, riuscivano a spiegarsi la sua tristezza, la rabbia con cui lei aveva affrontato ogni cosa dalla notte della sua promessa.

    Un buon marito, lavoratore, umile ma onesto era il meglio a cui una donna potesse aspirare. E il suo destino inizia e finisce così, unchosen.

    Dopo la caduta dell’URSS, l’Ucraina era senza governo, ‘repubblica’ ‘democrazia’ ‘mafia’ ‘corruzione’ erano delle parole che non possedevano un significato preciso, un contesto esterno per poterle comprendere: gli unici effetti che se ne risentivano, con i mezzi limitati dell’epoca, erano la povertà e la disoccupazione.

    Spesso mancava a casa il pane, le donne non lavoravano e anche se avessero voluto, non potevano.

    Era un sacrilegio anche solo il pensiero di cambiare paese, città, muoversi verso l’ignoto per cercare fortuna. “Tu? TU vorresti andare a cercare lavoro? Una vita migliore? Ma Quale fortuna? E come ci arrivi in città, con quali soldi? E usi lo stipendio di una settimana di lavoro per pagare il viaggio a Lvov? E noi che cosa mangeremo? E tua figlia?”

    Claudia Neri

  • Ucraina 1996 – una madre

    Mia madre si chiama Liubof. In ucraino significa amore, ma lei l’amore non lo sa che cos’è.

    Non ne ha ricevuto tanto nella vita e io penso che sia per questo che è sempre arrabbiata con tutti, che non crede mai a nessuno, che cerca di difendersi sempre, pure quando non c’è niente ad attaccarla, anche da me, e da fuori sembra così penosa.

    Lei lo sa che cosa ha avuto, ma soprattutto sa quello che non avrà mai e si arrabbia perché se lo sarebbe voluto prendere quell’amore, ma nessuno le aveva mai spiegato come si fa, e adesso è troppo tardi. Questo almeno è quello che penso io, che io ho sentito.

    Quand’ero piccola non giocavo mai con le bambine e non avevo bambole. Mio padre avrebbe voluto un maschio, ma quando nacqui non si scoraggiò e cercò di assicurarsi che io non avessi mai nulla da temere o da invidiare agli altri ragazzini del mio villaggio.

    Così a quattro anni ho preso in mano il mio prima fucile da caccia, a cinque anni mi arrampicavo agilmente sugli alberi e sui muri dei vicini e a sei anni ho fatto a botte per la prima volta con un bambino della mia età, però lui non lo sapeva che ero femmina.

    Nel piccolo villaggio di T., lontano dalle grandi città, nel 1996, quando io sono nata, la caduta dell’URSS non significava molto. Mentre un intero gigantesco colosso della storia mondiale si sgretolava per sempre, mio nonno, i miei zii, i miei genitori vivevano all’ombra della verità, impotenti, indifesi, come tutti gli altri.

    Indipendenza, caduta del comunismo, vanificazione del sogno per cui combatteva da quando riusciva a ricordare, per mio nonno erano solo le voci lontane dei reietti, di quelli che non capivano niente, dei traditori.

    Nessuno sapeva bene che cosa sarebbe successo, nessuno capiva bene che cosa significavano quelle notizie che arrivavano da così lontano, dalla città, dove tutto si consumava e da cui tutto dipendeva.

    Ero ancora troppo piccola allora, ma riesco a immaginare i loro discorsi carichi della speranza che tutto si sarebbe risolto, che nulla sarebbe cambiato, che ciò per cui avevano combattutto, sofferto e ucciso no, non era stato un fallimento.

    Il più grande peccato dell’uomo durante la guerra è forse quello di credere a tutto.

    Allora come adesso, non c’era modo di sapere qual era la verità e allora andava bene così, andava bene il governo, il comunismo, i soldati, i deportati, la carestia…e poi?Indipendenza significò abbandono, perché è così che ci avevano lasciati: soli e incapaci di salvarci, e lo sapevano tutti, a parte gli ucraini.

    Mio padre chiese la mano di mia madre molto presto: si conoscevano appena ma lui era innamorato pazzo. Avrebbe dato ogni cosa per lei, anche se non aveva niente.

    L’aveva guardata al mercato, nei campi, l’aveva sentita mentre gridava contro suo padre perché voleva fare qualcosa che lui le impediva. L’aveva spiata e si era innamorato dei riccioli biondi che le ricadevano sulla fronte, delle gote arrossate dall’ira e delle lacrime che tratteneva a forza. Amava quella luce di Liubof dentro gli occhi che, lui non lo sapeva, ma presto l’avrebbe ucciso.

    Mio nonno gli concesse la mano di sua figlia perché lo giudicava un buon pretendente: onesto, giovane, in salute, umile.

    In quella notte di dicembre, ogni cosa era gelata e i pensieri facevano fatica a formarsi, ma il cuore di Yevhen, mio padre, era incandescente come un vulcano quando bussò a quella porta, pieno di paura. Dopo qualche bicchiere di vodka, la gioia che aveva in circolo divenne quasi densa, lui non era mai stato così felice.

    Mia madre guardò nascosta da dietro lo stipite di una porta due uomini che facevano tintinnare i bicchieri, imprigionando in quel cin tutto il resto della sua vita.

  • Se fossi fuoco, arderei il mondo

    Mi sento divorata dal vostro modo stolto di vedere le cose, dall’unico punto di vista che non mettete mai in gioco per scoprire che magari ne esistono altri 1000 altrettanto confortevoli.
    Altrettanto validi a non farvi sentire isolati, a farvi sentire importanti anche per pochi secondi.

    Mi divora la vostra chiusura a qualsiasi cosa esista che non rientri nel vostro ideale minuto piccolo sporco di inutilità. Le unghie del vostro odio generato dalla paura, della vostra rabbia generata dall’ignoranza continuano ad affondare nella mia carne che non riesce a sanarsi prima che voi la facciate sanguinare di nuovo. Ve ne do la colpa, a tutti.

    A voi che leggerete ma soprattutto a chi non lo farà, a tutti quelli che non amano e non vivono, a tutti quelli che dei loro limiti fanno le armi per ferire cose a caso, inclusi se stessi.

    Voglio che sappiate che la mia maledizione, che tutto ciò che di peggio esista al mondo io Non ve lo auguro perché non meritate il dolore e nemmeno la gioia, meritate il Nulla vuoto e senza uscita in cui vi siete chiusi, corrotti dal vostro stesso ego, prigionieri della vostra ignoranza.

    La morte l’avete abbracciata nello stesso momento in cui avete emesso il primo gemito, e avervi intorno a me è come un coltello che entra ed esce dal mio stomaco, che mi stupra nel corpo e nello spirito e mi fa sanguinare, con la condanna di non poter morire. Questa è la peggiore delle creature, la morte che vi accompagna e che io riesco a vedere ma che non posso far evaporare. Posso guardarvi, disprezzarvi, odiarvi, parlarvi di quello che vedo nella vostra lingua malata, incoerente, ipocrita, ma non posso combattere quel fumo nero che vedo e che, senza nemmeno che ve ne accorgiate, allungate su di me. Le sue braccia sono protese a rubare la mia anima, a succhiarmi la vita dal corpo mentre io invece arranco nel fango. Quel fango che Baudelaire tanto odiava, quella cloaca in cui sono costretta a muovermi nel costante rischio di affogare, ma io non ho fatto niente.

    Quei sorrisi beffardi che avete sul volto, quella convinzione che tanto mostrate nelle vostre piccole cose, quei vostri giudizi arguti e crudeli su tutto, ma non avete mai giudicato voi stessi. Aspettate che gli altri vi guidino, che la dopamina dell’approvazione altrui circoli nelle vostre vene come una droga, ed è peggio di qualsiasi droga. Voi siete i drogati del Pianeta, coloro che si nutrono di altri, coloro che mangiano le cose del mondo e se ne lamentano, ma in realtà le approvano, le accettano e hanno imparato a nuotarci così bene che anche le critiche alla fine non vogliono portare a nessun cambiamento.

    Tutti gli inni alla vita della storia si sono piano ridotti ad una placata ironia rassegnata, ogni lotta è finita nella convinzione di non poter cambiare niente. A voi silenziosi distruttori della mia sanità mentale io dedico queste poche righe, alla fine l’unica cosa, consapevolmente inutile, che io possa fare per dare voce alla mia rabbia, anch’essa inutile. La mia anima, se dovesse esistere, vi dedica un saluto, sperando, almeno qualche volta, di riuscire a passarvi accanto senza affogare.

    Claudia Neri

  • Ero razzista, poi sono venuto a Napoli

    – Storie dalle strade di Napoli #6 –

    Qui potete trovare le altre storie precedenti a questa, qualche magazine e pezzi sparsi di fantasie varie.

    Dopo cinque articoli belli pieni pieni, oggi forse i ricordi non sono abbastanza a creare qualcosa che mi piaccia.
    Mi sembra che, finito questo tirocinio, mi manchino i colori per scrivere di Napoli.
    La vivo e ci cammino quasi tutti i giorni ma sentirla in quel modo era diverso: a contatto costante con i turisti sempre di buon umore e la gente fuori di testa.
    Devo ammettere che un po’ mi manca piazza san Gaetano e devo dire anche che non ho rivisto tutti quelli che avrei voluto salutare, con una bella chiacchierata.
    E’ buffo pensare che, mentre ci parlavo, non sapevo che quella era l’ultima conversazione che avrei avuto con loro. Non ci pensiamo mai, ma raramente ‘l’ultima volta’ è etichettata come tale prima che, effettivamente, lo diventi.

    Comunque, prima di concludere le storie di quelle persone straordinarie, è necessario che aggiunga qualche dettaglio ai fili infiniti dei loro intrecci, e qualcuno anche al mio.
    Gli ultimi dieci giorni da tirocinante li ho trascorsi facendo la guida turistica all’interno del Complesso Monumentale. Ho imparato tutto quello che c’era da sapere, appuntato qualche curiosità e poi ho preparato un discorso in inglese da fare ai turisti curiosi.
    Le mie due colleghe avevano un po’ più ansia da prestazione di me, cosa che io ho per fortuna parzialmente eliminato facendo le presentazioni del romanzo.
    Aggiungiamo inoltre il fatto che mi piace parlare, mi piace farlo in inglese e mi piacciono i turisti ignoranti che pensano che qui a Napoli la gente ancora viva nella ‘Napoli Sotterranea’ o che il Macellum (mercato) romano sia ancora attivo con le botteghe e gli artigiani dal I secolo dopo Cristo.
    No signora, i reperti si trovano in abitazioni attualmente private ma la gente non vive ancora con Impluvium e Compliuvium, abbiamo l’acqua corrente.
    Ah quindi non c’è un vero mercato lì sotto?
    No signora, sono passati circa 2000 anni, qualche alluvione, varie eruzioni, terremoti e un po’ di civiltà da allora.
    Ah capisco.
    Qualcuno ci resta seriamente deluso, qualcun altro si compiace per la propria ingenuità.

    Piazza san Gaetano
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