Io non ho paura - Niccolò Ammaniti - Recensione di Claudia Neri

Io non ho paura – Niccolò Ammaniti – analisi e recensione

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Vero come solo un bambino può essere

Da bambina mi è rimasta impressa la scena del film tratto da questo romanzo, in cui c’è questa bambina grassa, in questi campi di grano, che si sbottona un pantalone brutto e se lo cala. Solo questo. Non ho mai guardato tutto il film ma, per qualche motivo, dai miei 9 o 10 anni lei è indelebile nella mia mente, legata alle facce di qualche altro bambino e al titolo “Io non ho paura”.

Per quelle traversie incomprensibili della vita che fanno incrociare le coincidenze, la curiosità mi è tornata al mio ultimo ordine di libri, qualche settimana fa, e il romanzo è finito nelle mie mani un sabato pomeriggio, con il grano in copertina come nei miei ricordi.

L’ho letto in un giorno, divorato dalle prime ore del pomeriggio alle prime della notte, estasiata dal realismo di Ammaniti, così struggente, commovente e vero.

Una scena dal film dal titolo Io non ho paura di Gabriele Salvatores (2003)

Io non ho paura: la Trama

Estate 1978, paesino sperduto probabilmente della Lucania, quattro case, la mentalità di chi non ha visto altro nella vita ed educa i figli con rigidità e intransigenza. Gente semplice.
Michele Amitrano si trova di fronte a un segreto sconvolgente, che a poco a poco gli rivela la natura delle persone che aveva più care e lo mette di fronte a delle scelte che possono rovinargli la vita per sempre, o almeno di questo si convince a nove anni.

Michele sceglie col cuore e coi sani principi che quegli stessi genitori “criminali” gli hanno insegnato e dimostra che il giudizio di un bambino non cede a compromessi, è intransigente, incorruttibile, vero.

In un mondo dove la comunicazione bambino-genitori è ostacolata da un muro insormontabile, Michele insegna qualcosa a tutti, dopo aver provato sulla propria pelle il dolore del tradimento di chi amava di più, compreso il suo migliore amico.

Io non ho paura: La storia

La storia che Ammaniti racconta potrebbe essere un fatto di cronaca, data la frequenza di questi eventi nel periodo in cui è ambientato il romanzo. Il divario fra la ricchezza del nord e del sud tra gli anni ’70 e ’80 contrappone chi da anni lotta per pochi spiccioli e chi invece si è arricchito, ma “ingiustamente”, meritevole quindi di una punizione che lo esclude da ogni umanità. Il riscatto per quel bambino di Pavia rappresenta molto più che un malloppo di soldi, è l’unica possibilità di una vita migliore per della povera gente.

C’è sempre qualcosa di bello nei libri in cui il narratore è un bambino, come ho già apprezzato ne Le avventure di Tom Sawyer, e qui il valore degli occhi dell’innocenza gioca protagonista. L’amore dei bambini, in ogni sua forma, ha quell’ingenuità e quell’innocenza che, una volta adulti, si perde completamente.

 E Ammaniti in questo romanzo ha saputo contrapporre alla brutalità della realtà di cronaca la delicatezza di due bambini che non capiscono a pieno cosa sta succedendo.

Piantala con questi mostri, Michele. I mostri non esistono. I fantasmi, i lupi mannari, le streghe sono fesserie inventate per mettere paura ai creduloni come te. Devi avere paura degli uomini, non dei mostri, mi aveva detto papà un giorno che gli avevo chiesto se i mostri potevano respirare sott’acqua.

Io non ho paura: Conclusioni

E proprio a quei modelli di amore (seppure all’antica), che sono suo padre e sua madre, si contrappongono pagina dopo pagina i loro volti mostruosi, surreali e disumani. Ma Michele sa che cosa è giusto, e la compassione gli darà il coraggio di salvare quel bambino, di sconfiggere i mostri del buio e del pericolo di essere scoperto, e nel suo futuro che nel romanzo non vedremo, noi sappiamo che Michele Amitrano potrà raccontare questa storia ai suoi figli dicendo: Io non ho avuto paura.

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Claudia Neri