Antonio José Bolívar Proaño legge ad alta voce, scandisce le sillabe come si masticasse zucchero, e quando incontra una parola difficile la prende per le spalle e la rivolta finché non si arrende. È un vecchio piantato in mezzo all’Amazzonia ecuadoriana, in un villaggio sulla riva del Nangaritza chiamato El Idilio, e quello che fa per sopravvivere alla noia delle piogge non è bere, non è giocare a carte, non è guardare lontano. È leggere romanzi d’amore. Soltanto quelli, con preferenza per i più strappalacrime.
Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (Un viejo que leía novelas de amor) è il romanzo che ha reso Luis Sepúlveda uno scrittore conosciuto fuori dal mondo ispanofono. Pubblicato in originale nel 1989, arrivato in Italia da Guanda nel 1993 nella traduzione di Ilide Carmignani, è dedicato alla memoria di Chico Mendes, il difensore dell’Amazzonia assassinato in Brasile l’anno prima della stesura. Poco più di cento pagine, neanche due ore di lettura. Eppure, devo ammettere, è uno di quei libretti sottili che a distanza di decenni continuano a sembrarmi tra i più necessari.
Una trama che è una mappa morale
In superficie la storia è quasi un giallo della foresta. Nelle acque del Nangaritza viene ritrovato il corpo di un gringo dilaniato. Il sindaco del villaggio — un omiciattolo sudato soprannominato la Lumaca, che incarna tutta la stupidità coloniale del potere — accusa subito gli Shuar, gli indigeni della zona. Ma Antonio José Bolívar, l’unico bianco che ha vissuto a lungo tra di loro e che riconosce le tracce della giungla come si riconosce la calligrafia di un amico, capisce immediatamente che a uccidere è stato un altro animale. È una femmina di ocelot impazzita dal dolore: i cacciatori bianchi le hanno sterminato i cuccioli, e ora quella bestia cerca vendetta, una vendetta lucida, ostinata, quasi umana.
Da lì il libro diventa una caccia obbligata. Il vecchio, che vorrebbe solo tornare alla sua amaca e ai suoi romanzi presi in prestito due volte l’anno dal dentista itinerante che risale il fiume, è costretto a entrare nella foresta per chiudere la partita. Eppure non c’è eroismo, in questa caccia. C’è un dolore — quello dell’ocelot, e quello di chi capisce che la responsabilità ultima della tragedia è dei coloni stessi, dei bianchi, dei trafficanti di pelli. Sepúlveda non separa mai il personale dal politico: li lascia fondere nella stessa figura di vecchio, che è insieme vittima e arbitro di una violenza che lui non ha provocato.
Sepúlveda, voce ecologica prima che fosse di moda
Luis Sepúlveda era cileno, classe 1949, ed era uno scrittore che aveva fatto la vita prima di farne libri: militante della Unidad Popular di Allende, prigioniero politico sotto Pinochet, esule, viaggiatore, attivista di Greenpeace. Il vecchio che leggeva romanzi d’amore esce in un momento in cui la parola “ecologia” non era ancora una bandiera buona per tutti gli usi politici: era una posizione esposta, faticosa, contestata. Eppure il libro non è mai un trattato, non è mai un manifesto, e questa è la sua intelligenza.
Sepúlveda costruisce un romanzo breve e perfettamente bilanciato in cui la foresta non è uno scenario ma un personaggio, e gli Shuar non sono il folklore esotico di tanta letteratura ambientata in Sudamerica ma una civiltà compiuta che ha cose precise da insegnare a chi è disposto ad ascoltare. Antonio José Bolívar è il ponte: ha imparato la loro lingua, le loro tecniche di caccia, il loro modo di nominare le piante. Eppure resta un bianco, e questa frattura il libro non la guarisce mai del tutto. Forse è proprio questo il gesto che mi ha colpita: Sepúlveda non scrive il romanzo della redenzione coloniale, scrive il romanzo dell’impossibilità di tornare innocenti.
Leggere romanzi d’amore in mezzo al nulla
C’è una ragione precisa, e dolente, per cui il vecchio chiede al dentista solo romanzi che parlino d’amore, di amore vero, di quelli che fanno soffrire. Aveva sposato giovanissimo, aveva perso la moglie troppo presto, e dopo aver attraversato la foresta non aveva più niente da addomesticare se non la solitudine.
Quello che ho capito leggendolo è che, in fondo, leggere — leggere proprio quei libri lì, scanditi a fatica nel silenzio della giungla — è un atto di resistenza alla brutalità del mondo. Non perché la letteratura salvi il vecchio dalla foresta, dai coloni, dal lutto. Ma perché gli permette di restare uomo, di tenere insieme il dolore e il desiderio. La letteratura, ci suggerisce Sepúlveda, non serve a chi non ne ha bisogno: serve a chi sta dove la vita è dura e il silenzio è troppo. Antonio José Bolívar legge romanzi d’amore con la stessa cura con cui certi monaci salmodiavano sotto le tegole, perché leggere è il suo modo di sopravvivere senza imbarbarirsi. Non è poco. Eppure è una cosa che la nostra epoca, sazia e distratta, fatica a vedere.
Perché leggere Il vecchio che leggeva romanzi d’amore
Perché è un libro breve e netto come una lama. Perché Sepúlveda riesce in poco più di cento pagine a tenere insieme una storia di caccia, un romanzo sull’Amazzonia, una riflessione sul colonialismo e una dichiarazione d’amore — quella sì, vera, scandita sillaba per sillaba — alla letteratura come forma di consolazione. La prosa, nella traduzione italiana di Carmignani, è scorrevole, asciutta, mai retorica: si legge in fretta, eppure resta. Devo ammettere che a ogni rilettura ci trovo qualcosa di nuovo, e non sono molti i libri di centododici pagine che reggono questa prova.
Da portarsi in valigia
Consiglio Il vecchio che leggeva romanzi d’amore a chi cerca una lettura d’inizio estate che non sia disimpegnata ma neanche pesante, a chi vuole avvicinarsi a un autore sudamericano e non sa da dove partire, a chi ama i libri che parlano di altre civiltà senza esoticizzarle. È perfetto per i giorni in cui si ha tempo e non si ha voglia di affaticarsi: lo apri sull’ombrellone, e quando lo chiudi senti che hai attraversato la foresta insieme al vecchio, senza esserne uscita esattamente uguale.



