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Il lettore di Bernhard Schlink – Recensione – Claudia Neri

Il lettore (Der Vorleser) è un romanzo dello scrittore tedesco Bernhard Schlink, pubblicato in Germania nel 1995 e in Italia da Garzanti l’anno successivo. È diventato quasi subito un classico contemporaneo della letteratura tedesca sul trauma del Novecento: tradotto in oltre quaranta lingue, è stato il primo libro tedesco a raggiungere la vetta della classifica del New York Times. Nel 2008 ne è uscito l’adattamento cinematografico di Stephen Daldry, che è valso a Kate Winslet l’Oscar come miglior attrice protagonista.

Tutto comincia da una scena domestica. Michael Berg ha quindici anni, sta tornando da scuola, ha la febbre. Si sente male per strada e viene soccorso da una donna sconosciuta, Hanna Schmitz, che lo porta in casa, lo ripulisce, lo rimette in piedi. Settimane dopo, quando il ragazzo torna a ringraziarla, succede qualcosa che a quindici anni cambia tutto: in cucina, in mezzo a un secchio di carbone rovesciato, comincia un’estate intera fra loro due.

La scena del bagno e l’inizio di tutto

La relazione fra Michael e Hanna ha due liturgie, ed entrambe sono dichiarate fin dalle prime pagine: il sesso e la lettura ad alta voce. Lei ha più del doppio dei suoi anni, è una bigliettaia del tram, una donna pratica e brusca; lui è un liceale ipersensibile che legge tanto. Lei gli chiede di leggerle, e lui obbedisce. L’Odissea, Cechov, Schiller, i libri di scuola, qualunque cosa. Il rito è fisso: prima la lettura, poi il bagno, poi l’amore. In questa sequenza c’è già tutto quello che il romanzo svelerà.

Schlink, che di mestiere è giurista prima che scrittore, ha la capacità rara di tenere a bassa temperatura una materia bollente: non c’è morbosità in queste pagine, non c’è il compiacimento del narratore adulto che racconta il sesso di un adolescente. La scrittura è asciutta, quasi referto, lascia intatti il pudore del ragazzo e la dignità della donna. Eppure resta una tensione costante, sottopelle, che mi ha tenuta attaccata alle pagine.

La sparizione, il processo, la rivelazione

Poi Hanna sparisce. Da un giorno all’altro, senza preavviso, senza biglietto. Michael cresce, va all’università, studia legge. E un giorno, durante un seminario, la ritrova: seduta sul banco degli imputati in un processo per crimini di guerra. Hanna è stata una sorvegliante della SS in un campo di concentramento, e ora deve rispondere di una decisione presa durante un’evacuazione di prigioniere.

Qui Schlink fa la cosa più audace del libro: ci costringe a guardare la persona amata diventare un’imputata di genocidio. Non ne riduce la responsabilità, non la giustifica, non chiede compassione. Si limita a tenere aperti contemporaneamente due piani che la storia tedesca aveva imparato a tenere separati: il privato e il pubblico, l’amore individuale e la colpa collettiva. Michael — e con lui il lettore — scopre durante il dibattimento che Hanna ha un segreto, e che lo difenderà al prezzo di una condanna più dura: non sa leggere.

L’analfabetismo come metafora morale

Quando ho capito che era questo il fulcro del libro, mi sono fermata. L’analfabetismo non è un dettaglio narrativo, è la chiave. Hanna ha passato la vita a nascondere di non saper leggere, e per non rivelarlo ha fatto scelte che l’hanno portata prima nelle SS e poi davanti a una corte. Il libro mi sembra dire che la vergogna di non sapere può pesare più della vergogna di aver fatto del male: l’una è privata, l’altra si può sempre raccontare a un’altra storia. È un’intuizione che mi ha disturbata per giorni, perché chiama in causa qualcosa che riguarda tutti, non solo la generazione di Hanna.

Schlink, che appartiene alla generazione dei figli dei carnefici, scrive un romanzo che non è di accusa né di assoluzione, ma è qualcosa di più: è il tentativo di capire come si fa a continuare ad amare una persona dopo aver capito chi è. È una domanda che la Germania del dopoguerra ha dovuto porsi a livello collettivo, e che ogni lettore si trova a porsi su scala intima.

La lettura come atto d’amore

Michael, anche dopo la condanna di Hanna, ricomincia a leggerle. Le manda in carcere cassette su cassette di registrazioni della sua voce: l’Odissea ancora, Cechov ancora, tutto il canone. È un gesto che si può leggere in molti modi — riparazione, pietà, fedeltà a una promessa muta — ma quello che ho preferito è il più semplice: leggere a qualcuno è una forma d’amore che non chiede niente in cambio, nemmeno il perdono. Schlink ne fa il cuore del libro, e gli regala anche il titolo.

Perché leggere Il lettore

È uno di quei romanzi che si finiscono in due giorni e non si dimenticano più. Non per i colpi di scena, eppure la struttura tiene il fiato. Perché chiede al lettore qualcosa che la maggior parte dei libri evita: di abitare contemporaneamente la posizione della vittima e quella del carnefice, e di non scegliere fra le due. È breve, scorrevole, scritto in una prosa quasi trasparente; e dietro questa leggerezza apparente c’è uno dei discorsi più adulti che siano stati scritti sulla colpa, sull’amore e sulla Storia.

Consiglio Il lettore a chi vuole leggere un libro che parla di Germania senza quasi mai nominarla. A chi cerca un romanzo d’amore che sia anche un romanzo morale. A chi non ha paura di rimanere con domande che il libro, volutamente, non chiude.

E poi una domanda, perché non posso fare a meno di farla: esiste un libro che qualcuno vi ha letto ad alta voce, e che per questo amate ancora di più?

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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