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La biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles – Recensione – Claudia Neri

La biblioteca di Parigi (titolo originale The Paris Library) è un romanzo di Janet Skeslien Charles, pubblicato negli Stati Uniti da Atria Books e portato in Italia da Garzanti nel 2021, nella collana Narratori Moderni. L’autrice è americana, vive a Parigi da molti anni e ha lavorato come responsabile dei programmi della American Library in Paris: è da quell’esperienza, e dagli archivi della biblioteca, che è nato il libro. La storia si appoggia a vicende reali — quelle delle bibliotecarie e dei lettori che durante l’occupazione nazista continuarono a far circolare libri, anche tra gli iscritti ebrei a cui era stato vietato l’ingresso.

Premessa onesta: l’ho aperto con grandi aspettative, anche perché il passaparola intorno a questo romanzo è stato enorme. L’ho chiuso pensando che fosse, semplicemente, sopravvalutato. Non un brutto libro, sia chiaro: un libro che galleggia, e che dalla materia che si è scelto avrebbe potuto pretendere molto di più.

I libri sono la luce.

Atrum post bellum, ex libris lux.

È la frase che compare sulla facciata della American Library in Paris. Il romanzo la prende come bandiera, la dichiara come programma. Peccato che, una volta voltata la quarta di copertina, la luce promessa resti più una premessa che una vera temperatura del libro.

La trama, senza rovinarla

Parigi, 1939. Odile Souchet ha vent’anni, una passione per la classificazione Dewey e il sogno di lavorare alla American Library, dove negli anni hanno camminato Edith Wharton ed Ernest Hemingway. Il sogno si avvera, ma quasi subito la Francia entra in guerra e poi viene occupata. La biblioteca, americana per statuto ma piena di lettori francesi, inglesi, tedeschi, ebrei, prova a restare un piccolo presidio in una città che si spegne. Le bibliotecarie decidono di portare i libri a domicilio agli iscritti che non possono più entrare.

Decenni dopo, in una cittadina del Montana, una ragazzina di nome Lily si affeziona alla sua vicina anziana: una signora francese, riservata. È Odile. La struttura del libro alterna i due piani temporali e attraverso Lily noi lettori dovremmo capire come Odile sia finita lì, lontana da Parigi, lontana dalla biblioteca, lontana dalla persona che era stata.

Personaggi che restano in superficie

Il mio problema più grosso, leggendo, è stato con i personaggi. Odile è abbozzata bene nei primi capitoli — la passione per i numeri Dewey, la goffaggine sociale, l’entusiasmo della ragazza che entra per la prima volta nel posto che ha sognato — ma poi smette di crescere. Le sue scelte arrivano dove te le aspetti, le sue reazioni hanno il sapore di cose già viste in dieci altri romanzi storici, e nei momenti in cui dovrebbe fare male non riesce mai davvero a far male.

Lo stesso vale per i comprimari. Il padre, il fratello, l’amica, l’innamorato: ognuno occupa il posto narrativo che gli spetta, ma nessuno esce dal perimetro della funzione. Sono pedine ben disposte sulla scacchiera, eppure se chiudo gli occhi e provo a ricordarne uno faccio fatica. In un romanzo che dura più di quattrocento pagine è un problema.

Anche la trama, presa nel suo insieme, fa lo stesso effetto. Le svolte sono telegrafate, i conflitti si risolvono in tempi narrativi prevedibili, e perfino il tradimento che dovrebbe essere il perno emotivo del libro arriva con poca forza, come se l’autrice avesse paura di sporcarsi davvero le mani.

Il doppio piano temporale che non tiene

L’impressione, leggendo, è che Skeslien Charles abbia costruito la linea del Montana soprattutto per dare al libro una struttura più ricca, una griglia a doppio binario che oggi nei romanzi storici tira molto. Sulla carta funziona, in pratica no.

La linea di Lily, ragazzina degli anni Ottanta che impara a guardare un’adulta come a una persona intera, è scritta con garbo ma non regge il confronto con la Parigi del 1939. Quando si torna sull’Île de la Cité con Odile bibliotecaria, la pagina respira; quando si torna a Froid, nel Midwest, il libro si sgonfia. Non è una questione di ambientazione, è una questione di posta in gioco: tra l’occupazione nazista e una pre-adolescenza con gelosie scolastiche non c’è partita, e ogni stacco di capitolo te lo ricorda.

L’effetto, alla lunga, è di un libro che si interrompe da solo. Stai cominciando a entrare nella tensione di Parigi e ti ritrovi in Montana a leggere di lezioni di francese in un seminterrato. La doppia linea, invece di moltiplicare i significati, li disinnesca.

E poi: dov’è il romanticismo?

C’è un’altra cosa, e dirla mi costa perché capisco che sia un’aspettativa mia, ma me la prendo lo stesso. Da un romanzo che ha al centro una biblioteca, e una biblioteca a Parigi, in guerra, mi aspettavo più romanticismo. Non amori a senso unico — di quelli ce ne sono, e funzionano poco — ma proprio quella forma di amore più ampia che si respira nelle pagine dei libri quando uno scrittore ama davvero i suoi luoghi, i suoi oggetti, i suoi gesti.

Qui invece tutto è raccontato con efficienza. Le sale, gli scaffali, i numeri Dewey, le mani che spostano i volumi sono nominati ma non accarezzati. Si sente la documentazione robusta — Skeslien Charles ha lavorato in quegli archivi, e si vede — ma la commozione resta nelle premesse, nelle epigrafi, nei motti latini sopra l’ingresso. Quando si entra nella narrazione vera la temperatura si abbassa, e una storia che meritava di essere scritta col fiato sospeso finisce per essere scritta col fiato corto.

Il paradosso è proprio questo: un libro sulle bibliotecarie che salvavano i lettori sotto l’occupazione, e mi sono ritrovata a leggerlo come si legge un romanzo medio d’estate. Banalizzato, alla fine. Come se l’autrice avesse avuto in mano una materia che bruciava e l’avesse lavorata troppo, fino a spegnerla.

Un po’ di biografia dell’autrice

Janet Skeslien Charles è nata e cresciuta nel Montana — non è un caso che la cittadina di Lily si chiami Froid e si trovi proprio lì. Dopo gli studi ha vissuto e insegnato in Ucraina, e poi si è trasferita a Parigi, dove ha lavorato a lungo alla American Library in Paris. Il suo primo romanzo, Moonlight in Odessa, è uscito nel 2009. La biblioteca di Parigi è il libro che l’ha resa conosciuta a un pubblico ampio, ed è arrivato in classifica anche in Italia.

In conclusione

Consiglio La biblioteca di Parigi a chi cerca un romanzo storico scorrevole, da estate, costruito su materiale d’archivio vero e con un’ambientazione bella che basta a tirare avanti la lettura. Lo consiglio a chi non ha mai letto niente sull’American Library e vuole una porta d’ingresso accessibile.

Lo sconsiglio invece a chi cerca personaggi che restino addosso, a chi vuole una trama che davvero sappia sorprendere, e soprattutto a chi — come me — da un libro che ha al centro una biblioteca si aspetta che le pagine sappiano di carta, di scaffali, di amore per quel mestiere lì. Qui la promessa c’è tutta nella quarta di copertina; nel romanzo, secondo me, si perde per strada.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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