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Come due fiori di loto – Recensione – Claudia Neri

Come due fiori di loto è il romanzo d’esordio di Jane Yang, autrice sino-americana, pubblicato in Italia da Longanesi nel maggio del 2025 nella collana La Gaja scienza, con la traduzione di Katia Bagnoli. Il titolo originale è The Lotus Shoes — letteralmente “le scarpe di loto”, le minuscole scarpine di seta ricamata che le donne cinesi di rango infilavano sui piedi fasciati. È un dettaglio che conviene tenere a mente fin dall’inizio, perché in italiano “fiore di loto” suona poetico, mentre nella lingua dell’autrice il loto è prima di tutto un piede mutilato.

“La paura mi faceva battere il cuore come un tamburo, ma trassi coraggio dalla determinazione: ero pronta a oppormi agli avvertimenti di Aa Noeng, a prendere in mano il mio destino e a spezzare le catene della schiavitù.”

Il romanzo è ambientato nella Cina del tardo Ottocento, in una Canton in cui le tradizioni millenarie cominciano a incrinarsi sotto la pressione del mondo che arriva dall’Occidente. Al centro ci sono due bambine, Piccolo Fiore e Linjing, coetanee, legate da un destino che è insieme intimo e ferocemente asimmetrico.

La fasciatura dei piedi come promessa di salvezza

Piccolo Fiore è figlia di contadini. Ha intelligenza viva e un talento naturale per il ricamo. La madre, sapendo che per una ragazza di quel rango il futuro è già scritto, le offre l’unico privilegio possibile: i piedi fasciati. La pratica del loto d’oro era — e Yang la racconta senza addolcirla — un’amputazione lenta, fatta in casa, dolorosissima, che spezzava le ossa del piede per costringerlo a rimanere bambino dentro una scarpa di seta. In cambio prometteva un matrimonio meno povero, una scalata sociale, un tetto.

Lo ammetto: ci sono pagine in cui mi sono dovuta fermare, perché la prosa di Yang non si nasconde dietro alcuna astrazione. Eppure non c’è compiacimento, non c’è quel registro un po’ antropologico che attira spesso i romanzi storici ambientati lontano. La fasciatura, nel libro, è raccontata come quello che è stata per generazioni di donne: un gesto materno d’amore — feroce, contraddittorio — perché in quella società era davvero l’unica scala possibile per non sparire.

Poi il padre muore, e la promessa salta. Per Piccolo Fiore non resta nemmeno quel margine: viene venduta alla famiglia Fong come muizai, l’ancella domestica del sistema schiavistico cinese, e diventa la serva personale di Linjing, sua coetanea e padrona.

Due ragazze, una gerarchia che non si scioglie

Quello che mi ha colpita di più è la scelta narrativa di Yang sul rapporto tra le due. Mi aspettavo, lo ammetto, la solita storia di amicizia che spazza via le differenze di classe. Non è così. Le due ragazze si crescono accanto, condividono stanze, segreti, paure, riti del quotidiano, eppure la gerarchia non si scioglie mai davvero. Linjing ha i piedi sani — il padre la destina a un matrimonio con un europeo, e i piedi piccoli, in quel nuovo mondo che si apre, sono diventati un imbarazzo. Piccolo Fiore ha i piedi fasciati, marca di una promessa che non sarà mantenuta, e la posizione di chi vale meno.

Yang lavora con onestà su questo squilibrio. Il libro non chiede alla padrona di redimersi né alla serva di perdonare: chiede a entrambe di esistere fino in fondo dentro il proprio destino e di vedere l’altra. Tra di loro passano gelosia, complicità, crudeltà, tenerezza — spesso nella stessa pagina. È un’amicizia che non somiglia a niente del nostro vocabolario contemporaneo, e proprio per questo arriva pulita.

Il libro mi sembra dire che la sorellanza, nelle società ingiuste, non è una postura morale ma uno spazio che si conquista contro la grammatica del proprio tempo. In Cina, nel tardo Ottocento, quello spazio era stretto come una scarpina di seta. Yang lo abita senza scorciatoie.

Il ricamo come voce

C’è poi un filo che ho amato moltissimo, ed è quello del ricamo. Piccolo Fiore ha mani prodigiose. In una società che nega alle donne quasi ogni forma di parola pubblica, l’ago diventa la sua scrittura. È un’idea che attraversa tutto il romanzo senza essere mai dichiarata in modo enfatico: il filo dorato che fissa un drago su una manica è una forma di firma, di memoria, di affermazione di sé. Yang, che ha un occhio quasi visivo per i tessuti, lascia che siano le sete e i ricami a portare avanti, capitolo dopo capitolo, il discorso politico del libro.

Quello che ho capito leggendolo è che il ricamo, in questo romanzo, non è artigianato ornamentale: è la prima forma di lingua che a Piccolo Fiore non viene impedita. E che gran parte della storia delle donne, qui come altrove, si è scritta così, di lato, dove gli uomini non guardavano.

Perché leggere Come due fiori di loto

Lo consiglio per la pazienza con cui Yang costruisce un mondo che noi, lettrici italiane, di solito incontriamo solo come decorazione esotica. Qui non c’è esotismo. C’è una Cina con una sua geografia interna, le sue regole, le sue crudeltà domestiche, e una scrittura che si tiene lontana tanto dalla retorica orientalista quanto dal romanzo storico che spiega tutto.

E lo consiglio per Piccolo Fiore. Per il modo in cui Yang la lascia crescere senza renderla un’eroina pulita, senza farne il simbolo del riscatto femminile a uso e consumo del lettore occidentale. È una ragazza che inciampa, ricama, mente, perdona, si ribella tardi e non sempre nel modo che vorremmo. Eppure resta una delle voci più ferme che ho incontrato negli ultimi mesi.

La prosa è lirica ma controllata, il ritmo lento — un libro estivo nel senso buono del termine: si legge nelle ore in cui ci si può permettere un tempo lungo.

Un po’ di biografia dell’autrice

Jane Yang è nata nell’enclave cinese di Saigon ed è cresciuta in Australia, dove vive tuttora. Ha alle spalle studi e una carriera nel mondo scientifico — un dettaglio che si avverte nella precisione con cui maneggia il documento storico — ma ha sempre coltivato un legame fortissimo con le leggende e i racconti della Cina antica tramandati in famiglia. Come due fiori di loto è il suo romanzo d’esordio, e nasce dal lavoro di scavo dentro quel materiale ereditato.

Conclusione

Consiglio Come due fiori di loto a chi cerca un romanzo storico che non chieda di essere indossato come un costume, e a chi ha voglia di una scrittura femminile che sappia parlare di violenza patriarcale senza scivolare nello slogan. A chi ama i libri lenti, con una prosa che si lascia rileggere, e che escono dal proprio piccolo perimetro per dire qualcosa, anche di non comodo, sulla storia delle donne.

Una domanda la giro a voi che leggete: vi è mai capitato di scoprire, dentro un libro lontanissimo da voi, un gesto materno che riconoscevate? Quello che alla nostra cultura sembra crudeltà, in un’altra è stato per generazioni un atto d’amore — sbagliato, dolorosissimo, eppure d’amore. Quanto siamo disposte, oggi, a tenere insieme le due cose?

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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