Ci sono libri che si scelgono per piacere e libri che si aprono con un’altra disposizione: non per gusto, ma perché vanno letti. Venduta di Vera Efron è uno di questi. Non è un libro da ombrellone, non è un libro per le sere di buon umore. È il tipo di memoir che si prende in mano sapendo già che farà male, e che proprio per questo, in qualche modo, va onorato.
Vera Efron — che firma con un nome scelto, anche per ragioni di sicurezza personale — racconta in prima persona la propria storia di donna venduta. È un memoir sulla tratta degli esseri umani contemporanea: la storia di una giovane partita con la promessa di un lavoro onesto e finita dentro una rete di sfruttamento sessuale. La schiavitù del nostro tempo, quella che si consuma nelle strade delle città in cui tutte abbiamo abitato, e che continuiamo a non chiamare con il suo nome.
La promessa che diventa trappola
La meccanica è quasi sempre la stessa: un’offerta che sembra una via d’uscita — un lavoro all’estero, una vita migliore, una famiglia da aiutare da lontano — e una persona che si fida, perché non ha alternative migliori. Vera arriva con un sogno preciso e un contatto che sembra rassicurante. Il sogno dura poche ore. Documenti sequestrati, un debito improvviso e gonfiato a piacere, la libertà che si chiude come una porta da dentro.
Quello che colpisce non è solo la violenza fisica — che pure c’è, e Vera non la nasconde — ma la lentezza con cui il mondo intorno smette di essere mondo. Le persone diventano clienti, padroni, complici. Le strade diventano turni. Il corpo diventa un’azienda con un titolare diverso da te. E nessuno, fuori, sembra accorgersene. Non perché non vedano: perché hanno imparato a non guardare.
Una voce che chiama le cose con il loro nome
La cosa che colpisce di più, leggendolo, è la voce. Vera non scrive una pagina che voglia essere bella. Scrive una pagina che vuole essere capita. Il libro è asciutto, paratattico, costruito su una lingua che a tratti è quasi parlata. Non c’è compiacimento estetico, e non c’è nemmeno la pietà per sé stessa che ti aspetteresti — e che renderebbe il libro meno duro da reggere.
Devo ammettere che nei primi capitoli ho cercato istintivamente un filtro letterario, un’inquadratura più “scritta” che mi proteggesse dalla materia. Non c’è. Vera racconta la violenza come si racconta una cosa che è successa: senza giri di parole, senza compiacimento, senza autopietà. Quello che ho capito leggendola è che il pudore, qui, non è una scelta stilistica ma una forma di sopravvivenza: il modo in cui una donna uscita dalla tratta riesce a mettere su carta la propria storia senza esserne risucchiata di nuovo.
È una voce che non chiede compassione. Chiede di essere ascoltata. E, soprattutto, chiede che si smetta di parlare di “lucciole”, di “racconti pruriginosi”, di “ragazze in cerca di soldi facili” — formule che tutte abbiamo sentito o pronunciato, e che il libro toglie dal vocabolario per sempre.
Piccolo Fiore, e la schiavitù che cambia faccia ma non sostanza
Mentre leggevo Vera ho continuato a pensare a Piccolo Fiore, la protagonista di Due fiori di loto — un libro che ho già recensito su queste pagine, e che racconta un’altra forma di schiavitù, in un’altra geografia, in un’altra epoca. Due donne lontanissime per provenienza, contesto culturale e meccanismo di asservimento. Eppure la struttura profonda è la stessa: ti tolgono il nome, ti tolgono i documenti — o l’equivalente dei documenti, nel mondo di Piccolo Fiore — ti tolgono il diritto di dire no. Ti fanno credere che il tuo corpo non sia più tuo perché qualcun altro l’ha “pagato”.
Piccolo Fiore è venduta dentro una tradizione antica, che la considera merce di scambio dentro un’economia familiare e rituale. Vera è venduta dentro un’economia globale del Ventunesimo secolo, che la considera merce di scambio anonimo, statistico, sostituibile. Cambia la cornice, non la sostanza. Cambiano i compratori, non l’idea che ci sia qualcosa da comprare. Leggerli vicini — non subito, perché farebbe troppo male — è una di quelle esperienze di lettura che ti spostano il pavimento. La schiavitù delle donne non è un fenomeno del passato che abbiamo superato: è un alfabeto che si scrive con caratteri diversi in luoghi diversi, ma che ha sempre la stessa grammatica.
Consiglio Venduta a chi
Consiglio Venduta a chi vuole leggere un memoir che non chiede di essere consolato, e a chi cerca testimonianze femminili che chiamano la tratta con il suo nome, senza l’estetica ambigua che a volte le viene cucita addosso. Lo consiglio a chi ha la sensazione che parole come “schiavitù”, “tratta”, “sfruttamento” siano diventate burocratiche, e voglia sentirle di nuovo pesare quanto pesano davvero. Lo consiglio, soprattutto, a chi è disposta ad accettare che non ogni lettura serva a stare meglio: ce ne sono alcune che servono a non distogliere lo sguardo.
E lo consiglio insieme a Due fiori di loto, perché quei due libri parlano la stessa lingua a distanza di secoli, e leggerli uno accanto all’altro è il modo migliore per smettere di pensare che certe storie appartengano sempre a qualcun altro.
A voi che leggete: ci sono libri che avete tenuto sul comodino per mesi prima di aprirli, perché sapevate che vi avrebbero fatto male — e che poi, dopo averli letti, non avete più dimenticato?



