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Il potere del cane di Thomas Savage – Recensione – Claudia Neri

Il potere del cane è un romanzo di Thomas Savage, autore americano nato nel Montana nel 1915 e morto nel 2003. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1967, è arrivato in Italia molto più tardi, nella traduzione di Neri Pozza (collana Bloom, 2017), con una prefazione di Annie Proulx che ha contribuito non poco al suo recupero critico oltreoceano. Nel 2021 Jane Campion ne ha tratto un film per Netflix, e da lì il libro ha trovato quella seconda vita che i romanzi belli e sfortunati incontrano a volte con quarant’anni di ritardo. Da non confondere, per un’omonimia fastidiosa, con l’omonimo thriller di Don Winslow: è un altro libro, di un altro autore, di un altro secolo.

Ci ho messo un po’ a scrivere questa recensione, perché Il potere del cane è uno di quei libri con cui devo essere onesta a metà. La scrittura è bellissima. Eppure il libro, dentro di me, non è mai arrivato del tutto: è rimasto sospeso, un po’ misterioso, come una montagna vista da lontano che continua a spostarsi all’orizzonte.

Un western che non è un western

L’ambientazione è il Montana del 1924, e i protagonisti sono due fratelli, Phil e George Burbank, proprietari del ranch più grande della valle. Sono cresciuti insieme, hanno dormito nella stessa stanza per quarant’anni, gestiscono lo stesso bestiame — eppure non potrebbero essere più diversi. Phil è tagliente, colto, crudele, magnetico. George è quieto, opaco, buono di quella bontà lenta che gli altri leggono come stupidità.

L’equilibrio salta quando George sposa Rose, vedova con un figlio adolescente, Peter, che porta con sé al ranch. Da quel momento la casa dei Burbank diventa un piccolo teatro chiuso, dove Phil comincia a torturare la cognata con un’ostilità muta, e Peter — pallido, effeminato, secondo i canoni del West un ragazzo “sbagliato” — diventa oggetto di un’attenzione ambigua che il libro non nomina mai per intero.

Chi si aspetta un western nel senso classico — cavalli, sparatorie, epica delle praterie — non troverà qui quello che cerca. Savage usa la cornice del ranch come si usa un fondale in teatro: serve a costringere quattro personaggi dentro la stessa stanza, con le stesse pareti, e a farli implodere lentamente. È molto più un romanzo psicologico, di crudeltà domestica e mascolinità repressa, che una storia di frontiera.

La scrittura, la vera forza del libro

Devo ammettere che quello che tiene su tutto, in questo libro, è la prosa. Savage scrive con una precisione che non concede nulla al superfluo. Ogni descrizione del paesaggio serve a dire qualcosa dei personaggi, ogni piega di camicia, ogni odore di sudore o di cuoio, ogni gesto trattenuto. È una scrittura di controllo assoluto, mai calligrafica, mai barocca — asciutta come il Montana che racconta.

Il titolo viene da un versetto dei Salmi: libera l’anima mia dalla spada, e la mia vita dal potere del cane. E “il cane” è una figura letterale nella pagina — una forma che si intravede su una collina rocciosa, un profilo che sembra un cane in corsa e che solo Phil sa vedere davvero, quasi come un totem privato. È uno di quei simboli che un autore meno bravo avrebbe caricato fino al ridicolo, e che qui invece resta esattamente al suo posto: né spiegato, né sottolineato. Sta lì, come stanno le cose nella prosa dei grandi americani del Novecento, e chi legge lo capisce da sé.

C’è poi la costruzione del finale, che non posso raccontare: dico solo che il romanzo si chiude su un ribaltamento silenzioso, di quelli che fanno tornare alle prime pagine per verificare quello che avevi letto senza vederlo davvero. È un finale che vale, letterariamente, tutto il libro. Non è un colpo di scena da thriller: è un riassestamento della prospettiva, come quando qualcuno accende una luce diversa in una stanza che credevi di conoscere.

Perché non mi ha presa fino in fondo

Eppure — e qui devo essere onesta — Il potere del cane è rimasto per me un libro ammirato più che amato. La distanza che Savage tiene dai suoi personaggi, e che è probabilmente la sua scelta più consapevole, è anche quella che a me ha impedito di entrare. Phil è affascinante ma illeggibile fino quasi all’ultima pagina. George è quasi muto. Rose scivola nell’alcol senza che il libro decida di stare davvero con lei. Peter è opaco per scelta narrativa, non per casualità.

Non è un difetto in senso stretto, è una scelta. Savage racconta persone che non riescono a nominarsi, e usa una prosa che rispetta quel silenzio. Il risultato è un libro giusto, coerente, controllato — e insieme, per me, un po’ freddo. L’ho chiuso con l’ammirazione di chi ha visto un’esecuzione perfetta, non con l’affetto di chi ha vissuto dentro una storia. La differenza tra le due cose, per la lettrice che sono, conta.

Forse è una questione di temperamento: io tendo ad amare i romanzi che si sporcano le mani con i propri personaggi, che si lasciano coinvolgere, che alzano la voce. Savage no. Savage sta a un passo di distanza dal ranch e osserva. È uno sguardo di chi il Montana lo conosce troppo per commuoversene.

Perché leggere Il potere del cane

Vale la pena leggerlo per la scrittura, prima di tutto. Per la lezione di controllo di una prosa che dice moltissimo dicendo il minimo. Vale la pena leggerlo perché è uno di quei romanzi che si scrivono una volta ogni tanto, sul confine tra letteratura di genere e alta letteratura, e che finiscono per essere ripescati vent’anni dopo — segno che il tempo li aveva registrati bene.

Consiglio Il potere del cane a chi ama la letteratura americana del Novecento, a chi ha amato Cormac McCarthy o Willa Cather, a chi cerca romanzi in cui il paesaggio è un personaggio a pieno titolo, e a chi apprezza i finali che riorientano tutto ciò che è venuto prima. Lo sconsiglio, invece, a chi cerca calore, immersione emotiva, personaggi che si aprano — perché quella non è la cifra di questo libro, e chi ci va cercandola, come ho fatto in parte io, rischia di uscirlo con la stessa sensazione mia: di aver ammirato molto e amato poco.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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