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Il canto dei cuori ribelli di Thrity Umrigar – Recensione – Claudia Neri

Ci ho messo qualche giorno a scrivere questa recensione, perché Il canto dei cuori ribelli è uno di quei libri che ti fa alzare gli occhi dalla pagina e chiedere in silenzio, a te stessa, se il mondo di fuori sia davvero quello che credi. L’ho finito con il fiato corto, e sono rimasta a fissare la copertina per un tempo che non saprei quantificare.

Il canto dei cuori ribelli è il romanzo di Thrity Umrigar pubblicato in Italia da Pienogiorno nell’aprile del 2024, nella traduzione di Sara Puggioni. Il titolo originale, Honor, è uscito negli Stati Uniti nel 2022. È stato scelto come lettura del gennaio 2022 dal club di Reese Witherspoon e il New York Times, in sede di recensione, lo ha accostato — accostamento impegnativo — al Mille splendidi soli di Hosseini. Da noi ha viaggiato in classifica per mesi, e questo, per un romanzo che parla di violenza di genere in India, è già di per sé un piccolo miracolo editoriale.

Due donne, due Indie

La storia è quella di Smita Agarwal, giornalista indoamericana in vacanza alle Maldive, che una telefonata riporta a Mumbai — la Mumbai che si chiamava ancora Bombay quando lei ci viveva, negli anni Novanta, e da cui la sua famiglia dovette andarsene per motivi che il libro rivela solo lentamente. Una collega ricoverata le chiede di finire un servizio già iniziato: una donna di un villaggio dell’entroterra, Meena, ha sposato un ragazzo musulmano contro la volontà della famiglia. I fratelli hanno dato fuoco alla casa mentre lei e il marito dormivano dentro. Il marito è morto. Lei è viva, sfigurata, con una figlia piccola, e ha deciso di portare i fratelli in tribunale.

Sono due donne pensate per non incontrarsi mai. Smita ha studiato negli Stati Uniti, gira il mondo con la carta stampa, si muove con l’insofferenza di chi ha imparato a stare in aeroporti puliti. Meena vive in una capanna che i cognati vogliono farle togliere, non aveva mai visto un cellulare fino a due anni prima, sa contare i giorni con le stagioni. Eppure Umrigar le mette dentro la stessa domanda, che è la vera struttura del romanzo: fino a che punto si può resistere, da sole, contro l’idea che gli uomini di una famiglia hanno del proprio onore?

L’onore come sistema

Devo ammettere che la parola onore mi ha sempre irritata, in qualsiasi lingua la sentissi. In Il canto dei cuori ribelli diventa qualcosa che non si può più chiudere in un’astrazione: è un sistema economico, giuridico, religioso, familiare. È quello che permette a due fratelli di dare fuoco alla propria sorella e di trovare il villaggio silenzioso, o consenziente, quando i giornalisti fanno domande. È quello che permette al tribunale di prendere tempo, ai vicini di girare la testa, alla sorella maggiore di dire che forse un po’ se l’era cercata.

Umrigar non alza mai la voce, e questa è la scelta più severa che potesse fare. Descrive senza commentare. Lascia che sia il gesto a parlare: una tazza di tè offerta, una domanda che non viene tradotta, un funzionario di polizia che scoraggia la denuncia con un sorriso educato. Quello che ho capito leggendo è che l’onore, in certi villaggi dell’India di oggi, non è una parola: è una macchina, e questa macchina funziona ancora molto bene.

Il romanzo ha, in effetti, delle pagine dure. Alcune scene — l’incendio raccontato in flashback, l’udienza in tribunale, il modo in cui i familiari di Meena parlano di lei di fronte agli estranei — mi hanno costretta a chiudere il libro e camminare per casa. Non è un dolore gratuito, non è compiacimento: è uno sguardo lucido su una realtà che è ancora, oggi, cronaca indiana. Ma va detto senza giri di parole: chi cerca una lettura leggera, qui non la troverà.

La scelta dell’autrice: guardare, non consolare

Quello che mi ha convinta di Il canto dei cuori ribelli è la struttura a doppia voce. La storia di Meena è raccontata in prima persona, in una lingua semplice, quasi cantilenata, che sembra tradotta da un dialetto interno alla stessa India. La storia di Smita, invece, è in terza persona, più fredda, più occidentale, spesso filtrata dal suo mestiere di reporter. Le due voci si alternano fino a incontrarsi in un capitolo che non anticipo, ma che ribalta l’idea di chi, delle due, sia arrivata davvero a dover raccontare cosa.

È qui che si vede l’onestà di Umrigar. Avrebbe potuto scrivere il romanzo del “salvataggio”, con la giornalista occidentale che porta luce al villaggio arretrato: un cliché che la letteratura anglofona sull’India ha frequentato per decenni. Sceglie l’esatto contrario. Smita non salva nessuno — anzi, a un certo punto è lei ad avere bisogno che qualcuno la salvi da un ricordo che aveva sepolto. Il romanzo si tiene in equilibrio su questa reciprocità, e non scivola mai nella retorica dell’aiuto umanitario.

Un’altra cosa che ho apprezzato è la restituzione della Mumbai contemporanea: i quartieri residenziali dei ricchi, i giornalisti stranieri che si ritrovano nei bar degli hotel a cinque stelle, l’India che vuole essere una superpotenza economica e insieme, a poche ore di macchina, ospita ancora tribunali di villaggio dove le donne non parlano. Umrigar conosce entrambe le Indie e le mostra senza gerarchie di giudizio. Seppur il libro sia militante — perché lo è, non ha nessun pudore a esserlo — non è mai un pamphlet.

Un po’ di biografia dell’autrice

Thrity Umrigar è nata a Bombay in una famiglia parsi e si è trasferita giovanissima negli Stati Uniti, dove ha lavorato per anni come giornalista prima di diventare romanziera. Insegna scrittura creativa alla Case Western Reserve University di Cleveland. In Italia è arrivata tardi, quasi solo con questo libro; nel mondo anglofono ha scritto già una decina di romanzi, molti dedicati all’India delle donne e delle discriminazioni di casta. Il canto dei cuori ribelli è, tra i suoi, quello che le ha dato la notorietà più ampia.

Perché leggere Il canto dei cuori ribelli

Perché è un romanzo che fa quello che i grandi libri civili sanno fare: ti costringe a prendere posizione senza mai chiedertelo. Perché racconta un’India che noi conosciamo, se va bene, dai trafiletti in fondo alle pagine esteri, e la rende una geografia abitata da persone con un nome e un cognome. E perché la prosa di Umrigar è pulita, scorrevole, capace di reggere il peso di scene durissime senza mai indulgere nel patetismo.

Devo ammettere che l’ho chiuso con una specie di rabbia lucida, quella che ti resta quando ti accorgi che una cosa che credevi lontana è ancora, ostinatamente, presente. Eppure il libro non è un romanzo disperato: c’è dentro anche l’amore, c’è la solidarietà tra donne, c’è la testardaggine di Meena che continua ad andare in tribunale anche quando tutti le dicono di lasciar perdere. Non è un finale che consola: è un finale che rispetta chi legge.

Conclusione

Consiglio Il canto dei cuori ribelli a chi cerca un romanzo di attualità che sia anche letteratura, e a chi ha voglia di leggere un libro sulle donne che non sia scritto per rassicurarle. Sconsiglio, con onestà, a chi in questo momento della vita non se la sente di attraversare pagine dolorose: qui il dolore c’è, non è arredato, e chiede di essere guardato in faccia. Ma per chi è pronto ad affrontarlo, questo libro resta uno dei più giusti — nel senso proprio della parola — che siano usciti negli ultimi anni in Italia.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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