Le sette fate di Youssef è un romanzo di Linda Scaffidi pubblicato da Fazi Editore nel 2025, nella collana Le strade. È un romanzo di formazione che segue Youssef — che nel cortile diventa presto Peppe — dal suo arrivo a Ballarò, a Palermo, fino all’età adulta, coprendo un arco che va dagli anni Ottanta ai giorni nostri.
L’ho preso in mano incuriosita dal titolo, che promette fiaba e Mediterraneo insieme, e mi ha spiazzata subito: non è un romanzo esotico, come pensavo. È un romanzo profondamente siciliano, dove il “mediterraneo” è la sponda sud di Palermo, non un altrove immaginario.
Un cortile a Ballarò
La storia comincia con l’arrivo della famiglia di Youssef dal Marocco nel cortile delle sette fate, uno di quei cortili di Ballarò dove la vita si svolge davanti agli occhi di tutti, tra panni stesi, urla, odore di soffritto e di spezie. Il piccolo Youssef viene subito ribattezzato Peppe dalla gente del quartiere, e questo doppio nome sarà, per anni, il suo modo di esistere in due lingue senza appartenere del tutto a nessuna.
Scaffidi sceglie una Palermo popolare, non quella cartolina delle guide turistiche, ma quella dei bassi, delle famiglie che si conoscono da generazioni, degli sguardi che a volte proteggono e a volte marchiano. Il quartiere non è mai sfondo: respira, giudica, accoglie, esclude. È un altro personaggio, forse il più forte.
L’ambientazione parte dai primi anni Ottanta e ci accompagna fino al presente. Non è un romanzo storico, eppure la Storia entra dalle finestre: le stragi di mafia, l’immigrazione che cambia volto negli anni Novanta, l’Italia che scopre di essere diventata un paese di seconde generazioni senza avere mai davvero deciso cosa farne. Peppe cresce dentro questo paese distratto.
Le sette fate: il femminile che regge la storia
Il titolo non è un vezzo. Nel cortile ci sono sette donne — vicine, comari, madri per procura — che segnano le tappe della vita di Peppe. Alcune lo salvano, altre lo feriscono, tutte lo formano. Sono le vere motrici del romanzo, seppur il protagonista dichiarato sia lui.
Scaffidi costruisce una struttura corale che ricorda a tratti la narrativa siciliana classica, con un baricentro però dichiaratamente femminile: sono le donne a tenere in piedi il cortile, a decidere chi resta e chi va, a nominare i bambini due volte. Peppe/Youssef è un protagonista permeabile, che assorbe. Le sette fate parlano, agiscono, sbagliano — e quando sbagliano il romanzo non le assolve, ma le racconta con un affetto che non diventa mai indulgenza.
Mi ha colpita quanto poco stereotipata sia la figura della madre marocchina, insieme rigida e tenera, ostinata e generosa. E mi ha colpita anche la scelta di non ridurre le altre fate a macchiette da quartiere: ognuna ha un peso specifico, un’intelligenza, un dolore proprio.
Un bambino spaccato in due
Il cuore del romanzo, per me, è la doppiezza di Peppe/Youssef. Non è un libro sull’integrazione — parola ormai vecchia e paternalistica — ma sulla fatica quotidiana di essere due cose insieme senza dover scegliere. Scaffidi lo racconta con misura: nessun comizio, nessuna tesi, nessuna scena madre in cui il protagonista fa il discorsone sull’identità.
Le pagine più belle sono quelle piccole. Il momento in cui a scuola gli chiedono di dire il suo “vero” nome. Il ramadan che si scontra con la merenda del pomeriggio. Le prime cotte adolescenziali dentro un cortile che vede tutto e commenta. Sono scene brevi, spesso di poche righe, eppure restano.
Devo ammettere che nella parte centrale ho avuto la sensazione che alcuni personaggi secondari venissero abbandonati un po’ presto — mi sarebbe piaciuto seguirne meglio le traiettorie. È un appunto piccolo, in un libro che nel complesso tiene con dignità i suoi quasi quarant’anni di racconto.
Perché leggere Le sette fate di Youssef
Perché è un romanzo che non fa l’occhiolino al mercato. Non è il libro-caso, non è il memoir travestito, non è la storia con la morale in fondo. È un romanzo di formazione classico nella struttura — infanzia, adolescenza, età adulta — con però una voce nuova, che tiene insieme la lingua di Palermo e quella di una famiglia arrivata da altrove, senza esotizzare né semplificare.
Ed è un romanzo scritto bene. Scaffidi ha un passo pulito, sa quando fermarsi e quando lasciar respirare una scena. Ha anche il coraggio di non risolvere tutto: il finale non consola, lascia il lettore con una domanda aperta sull’identità di Peppe/Youssef che, in fondo, è la stessa domanda che il paese non si è mai davvero posto.
Conclusioni
Consiglio questo libro a chi ama i romanzi di formazione seri, con protagonisti che si costruiscono lentamente e senza scorciatoie. Lo consiglio a chi cerca una Sicilia scritta da dentro, non ricamata per turisti. E lo consiglio a chi vuole leggere, senza retorica, una storia di seconde generazioni raccontata come una qualsiasi altra storia italiana — che poi è tutto il punto.
Non è un libro travolgente, è un libro che si posa. Lo si finisce e per qualche giorno si continua a pensare a quel cortile, a Peppe che è anche Youssef, e alle sette donne che lo hanno chiamato in tutti e due i modi.



