Mansfield College è un romanzo di Amabile Giusti, pubblicato in self-publishing nel giugno del 2023. Poco più di seicento pagine, retelling contemporaneo di Mansfield Park di Jane Austen, ambientato in un college inglese d’élite. Un young adult che si iscrive alla lunga fila dei college romance recenti — e devo dirlo subito, perché non ha senso girarci intorno: è un libro che si legge in scioltezza, non è scritto male, ma non mi ha presa. È rimasto per me un libro un po’ banale, di quelli che finisci senza fatica e chiudi senza traccia.
Non è una stroncatura. È l’onestà di chi legge tanto e riconosce, dopo qualche capitolo, il momento in cui capisce che un libro sta andando dove pensava. E qui l’ho capito presto.
Un retelling che rispetta la traccia (forse troppo)
Giusti sceglie Austen come cornice. L’impianto di Mansfield Park è tutto lì: Fanny Patel, diciassette anni, orfana, viene affidata alla zia Mary e al secondo marito di lei, Lord Bertram, vedovo con due figli quasi adulti — Julia ed Edmund. Il resto — la scuola d’élite, i codici non scritti di una classe che nessuno nomina mai davvero — appartiene al presente.
Il problema è che il retelling procede a incastri prevedibili. Chi conosce Austen sa dove andrà la storia dalla seconda scena; chi non la conosce si ritrova comunque dentro una struttura talmente collaudata che l’effetto sorpresa non c’è. Non è colpa dell’autrice, è la natura di questo genere: quando ricopi lo scheletro di un classico devi giustificare il perché con qualcosa in più. Qui quel “qualcosa in più” non arriva davvero. C’è un aggiornamento — Fanny è mista, il cognome Patel dice un’altra geografia — ma resta un tocco di superficie, un dettaglio che non muove niente nella trama.
Fanny e Edmund, personaggi che non escono dallo schema
Fanny, la protagonista, funziona meglio degli altri, ma non riesce mai a diventare davvero interessante. Nell’originale austeniano è la più discussa delle eroine: silenziosa, moralmente rigida, spesso accusata di essere insopportabile. Giusti prova ad addolcirla per un pubblico adolescenziale contemporaneo, e nel farlo la appiattisce. È una ragazza scontrosa che si innamora del cugino acquisito, e da lì non si sposta molto. I suoi pensieri sono quelli che ti aspetti riga per riga.
Edmund è peggio. Vent’anni, brillante, ironico secondo le didascalie — ma nei fatti è la solita silhouette del ragazzo desiderabile e un po’ distante che popola metà del genere. Non c’è un momento in cui ti chiedi chi sia davvero. Anche i personaggi minori funzionano a tratti, un po’ per macchietta, un po’ per necessità di trama.
L’amore, cos’è? Un’emozione inspiegabile, che inizia senza saperlo e finisce senza volerlo.
Questa frase è emblematica del registro del libro: è carina, orecchiabile, girerà su Instagram, ma è anche esattamente il tipo di massima da diario adolescenziale che ti aspetti in un romance young adult di media portata. Non c’è nulla di sbagliato — è il genere che vuole così — ma è una spia della temperatura del testo.
Il college come sfondo, non come mondo
L’ambientazione avrebbe potuto essere il pezzo forte. La narrativa anglosassone lo fa da secoli: il college come mondo chiuso, con le sue regole non scritte, i suoi rituali, i suoi gruppi. Penso a Donna Tartt, ovviamente, o a certi libri di Curtis Sittenfeld. Lì il campus è una macchina che pressa i personaggi fino a farli diventare qualcun altro. In Mansfield College il campus è più una scenografia: si vede, si nomina, ma non incide.
È scritto bene, per essere chiari. Giusti sa costruire dialoghi, sa alternare i tempi, non annoia mai. Ma la sensazione, arrivata a metà, è che il libro non abbia niente di urgente da dire. È un intrattenimento onesto, ordinato, un lavoro fatto con mestiere. Non un romanzo che ti resta dentro.
Perché lo trovo un libro banale
Lo trovo banale non perché sia leggero — la leggerezza non è mai un difetto, e i romanzi più leggeri mi piacciono spesso quanto i libri difficili — ma perché sceglie di stare esattamente al centro del suo genere. Non prova a spostarsi di un centimetro. Prende Austen, la mette in un college, la fa muovere sui binari già segnati e chiude il cerchio. Il retelling più intelligente prende un classico e lo tradisce in un punto preciso per dire qualcosa di nuovo. Qui la fedeltà è quasi filologica, e la novità si esaurisce nei nomi e nei telefoni.
E poi, ammettiamolo: il college romance è un genere che negli ultimi anni ha prodotto una quantità industriale di libri praticamente identici. Bastano tre cliché — l’eroina schiva, il ragazzo distante, la festa in cui succede qualcosa — e la trama si autocostruisce. Mansfield College fa un passo avanti rispetto alla media perché la scrittura è più curata, ma non abbastanza per uscire dal mucchio.
Consiglio a chi… e sconsiglio a chi…
Consiglio Mansfield College a chi cerca un young adult scritto con mano ordinata, adatto a un pomeriggio d’estate, e a chi ama i college romance senza chiedersi troppo dove stia andando la storia. Può essere una buona lettura per adolescenti che si stanno affacciando al genere.
Lo sconsiglio, invece, a chi come me legge Austen da sempre e cerca nei retelling un guadagno di senso, non un ricalco. Lo sconsiglio a chi vuole personaggi che sorprendano, ambientazioni che pesino, un finale che sposti qualcosa. Se sei una lettrice esigente, questo libro rischia di lasciarti la stessa impressione che ha lasciato a me: che sia un compitino ben fatto, e che il tempo che gli hai dato lo avresti potuto spendere meglio altrove.
Non è un libro sbagliato. È un libro senza sorprese. E per chi legge molto, la mancanza di sorprese è già una piccola delusione.



