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Tre ciotole di Michela Murgia – Recensione – Claudia Neri

Ci ho messo un po’ a iniziare questa recensione. Tre ciotole l’ho letto sapendo che Michela Murgia, mentre lo scriveva, sapeva di stare morendo. È un dato che entra in pagina come un’ombra, e che lei stessa decide di non scacciare. Eppure non è un libro sulla malattia, o almeno non solo: è un libro sulla soglia, su quel punto preciso della vita in cui qualcosa finisce e qualcos’altro non ha ancora un nome.

Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi è una raccolta di dodici racconti pubblicata da Mondadori nel 2023, pochi mesi prima della morte dell’autrice. È un libro breve — si legge in poche ore — e di una compattezza rara: dodici voci diverse, quasi tutte femminili, tenute insieme da un filo sottile che è la crisi, quel momento in cui la vita di una donna si spezza e va ricomposta come si può.

Dodici racconti, dodici donne in transito

Il libro si apre con una telefonata che spezza una mattina come tante: una diagnosi che arriva, una vita che cambia di colpo. Da lì in avanti, ogni racconto è una variazione sul tema della soglia. C’è chi viene lasciata, chi lascia, chi riceve una notizia che non può essere disfatta, chi si guarda allo specchio e non si riconosce più. Non sempre la crisi è la malattia: a volte è una separazione, una decisione presa, una verità che riemerge dopo anni di silenzio.

Murgia non mette in fila storie esemplari. Mette in fila donne. Le racconta nel momento esatto in cui il loro mondo si riassesta — o non si riassesta affatto — e lo fa con una precisione che non lascia spazio al consolatorio. I racconti dialogano fra loro: alcune protagoniste si sfiorano, alcuni dettagli ritornano, un personaggio della prima storia compare di sfuggita nella sesta. Non è un romanzo a episodi, eppure leggendoli in sequenza si avverte un disegno preciso, come se le dodici voci formassero una sola figura più grande, un’unica donna alle prese con tutte le crisi possibili in un anno.

La lingua netta di Murgia

Quello che mi ha colpita di più è la lingua. Murgia ha sempre avuto una scrittura asciutta, nitida, capace di dire cose enormi con pochissime parole. In Tre ciotole questa qualità arriva a un grado che ha qualcosa di definitivo. Non c’è una riga di compiacimento, non c’è una concessione al pietismo, non c’è quel tono solenne che spesso si appiccica ai libri scritti in malattia. C’è il taglio, ed è il taglio che fa la differenza.

Devo ammettere che, sapendo le circostanze in cui il libro è stato scritto, mi aspettavo qualche cedimento, qualche pagina più dolente del necessario. Invece niente. La voce di Murgia è quella di chi ha smesso di chiedere il permesso di dire le cose, e dice. Anche quando parla di morte, lo fa con un realismo quasi tecnico, e proprio per questo arriva fortissimo: non c’è bisogno di alzare la voce quando hai già scelto le parole giuste.

C’è qualcosa di profondamente politico in questo modo di scrivere. Quello che ho capito leggendo Tre ciotole è che Murgia rivendica per le sue protagoniste il diritto di stare male senza dover essere edificanti. Le donne di questi racconti non chiedono di essere amate, capite, salvate. Chiedono di essere viste, e lo chiedono senza scusarsi.

Vale la pena leggere Tre ciotole?

Tre ciotole non è un libro facile, anche se è un libro breve. Si legge in poche ore e si dimentica poco dopo.  Sono storie memorabili? Racconti indimenticabili? No. Mi aspettavo una connessione, un filo conduttore (più stretto di quello che collega i racconti che un po’ di cose le condividono), e invece niente. Storie un po’ sconnesse, sullo sfondo del covid.
Amo la scrittura di Murgia, ma non lo consiglierei. La sua voce è sempre distinguibile nel coro ma se questo fosse stato il suo primo libro, forse non avrei letto altre sue opere.
Però una cosa buona da questo libro me la prendo, ed è questo messaggio: una donna può parlare di sé, della propria fine, della propria fatica, senza chiedere scusa per averlo fatto. Eppure è una lezione di cui abbiamo ancora un bisogno enorme.

Da dove ricominciare con Murgia

Se Murgia vi incuriosisce, ripeto, non iniziate da questa raccolta di racconti. Iniziate da altro, ad esempio riprendete in mano Accabadora: lì c’è la radice di tutto, la stessa idea di soglia, la stessa precisione, lo stesso non chiedere scusa. Tornare indietro nella sua bibliografia, dopo questo libro, è il modo più onesto che abbiamo per continuare a leggerla.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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