la storia – elsa morante – analisi e recensione

elsa morante

La Storia è un romanzo storico del 1974 scritto da Elsa Morante e pubblicato da Einaudi nella collana Gli Struzzi.

È una delle opere più conosciute della Morante, e forse e anche la più discussa. L’autrice volle che fosse data alle stampe direttamente in edizione tascabile, in brossura e a basso costo. E i suoi desideri vennero esauditi.

Il romanzo è ambientato durante e dopo la Second Guerra Mondiale. Elsa Morante racconta una storia di gente con la lettera minuscola dentro la Storia con la lettera maiuscola. E tutto scorre tra le incertezze della morte, della povertà, dell’abbandono.

Roma liberata dagli alleati

Quando ho pensato di condividere con mia madre i pensieri che avevo su questo libro, ho iniziato dicendo “Mamma sto leggendo un libro su una donna che durante la guerra rimane da sola con i figli e si trova ad affrontare miseria e povertà, la casa crolla sotto le bombe, lei è mezza ebrea…”. Ma già dopo poche parole mi sono resa conto che non è con la trama che le avrei trasmesso il valore di questo romanzo. Ad essere sincera ancora adesso non so come farlo.

L’umanità, per propria natura, tende a darsi una spiegazione del mondo, nel quale è nata. E questa è la sua distinzione dalle altre specie. Ogni individuo, pure il meno intelligente e l’infimo dei paria, fino da bambino si dà una qualche spiegazione del mondo. E in quella si adatta a vivere. E senza di quella, cadrebbe nella pazzia.

La Storia è un romanzo che parla dalla prospettiva dei vinti. È un romanzo che grida e che si lamenta allo stesso tempo, per tutte le vite interrotte irrecuperabili e senza speranza che un’epoca troppo sbagliata si è portata via.

La Storia

Tutto il resto del mondo era un’insicurezza minatoria per lei, che senza saperlo era fissa con la sua radice in chissà quale preistoria tribale. E nei suoi grandi occhi a mandorla scuri c’era una dolcezza passiva, di una barbarie profondissima è incurabile, che somigliava a una precognizione.

Ida Ramundo, vedova Mancuso, è una maestra di scuola nata da madre ebrea. È una donna che in fondo è ancora una bambina, ingenua, timorosa, debole. La storia inizia quando un soldato tedesco ubriaco di nome Gunther la violenta a casa sua e la mette incinta. Nasce Useppe (battezzato Giuseppe), un bambino che già nella pancia si aggrappa alla vita senza dare fastidio, senza fare rumore. I suoi occhi azzurri sono l’unica eredità del padre, assieme ai capelli biondi. Useppe ha un fratello maggiore, Antonio, detto Nino, detto Ninnuzzo. Nino è appena adolescente, allegro e pieno di vita. Bello, forte, si innamora subito del fratellino Useppe che ricambia il suo sentimento giocoso gioiosamente.

La Storia si svolge prima a casa di Iduzza, poi a un rifugio di Pietralata, poi presso la famiglia Marrocco e alla fine in una nuova casa dove possono stare soli Ida e Useppe. Ninnuzzo, unitosi alla resistenza, è ormai vagabondo e non va a trovare la madre quasi mai.

I personaggi della Storia

I personaggi del racconto sono numerosi. La storia conta più di seicento pagine in cui si alternano le storie degli uomini e donne più strani che vivono le avventure più disparate tra i vari tentativi di sopravvivenza.

L’autrice Elsa Morante

C’è tuttavia una cosa che è sempre presente: la morte. La morte in questo romanzo è in agguato dappertutto. Dietro ogni battuta in romano, dietro ogni “Me lo dai un bacetto?” di Ninnuzzo a Useppe, dietro ogni “A ma’” di Useppe, dietro ogni ululato del cane Bella, il pastore maremmano che accompagnerà Useppe nelle sue avventure.

Davide Segre: la fine di un ebreo borghese

E poi, ripigliando, fece sapere che proprio là, in famiglia, lui fino da piccolo, aveva principiato a intendere i sintomi del male borghese: il quale sempre più lo rivoltava, al punto che talora, da ragazzo, allo spettacolo dei suoi parenti, lui veniva sorpreso da attacchi d’odio: «E non avevo torto!»

Un personaggio iconico è sicuramente Davide Segre, disertore divenuto partigiano assieme a Nino. Discendente da una famiglia ebrea benestante, Davide non si è mai perdonato la sua classe sociale borghese e non ha mai perdonato i suoi genitori per i loro caratteri altezzosi e sprezzanti verso i poveri. Davide è ebreo e tutta la sua famiglia (madre, padre, sorella minore) è stata deportata e uccisa. Conosce Nino al rifugio di Pietralata, dove Ida con Useppe e altre famiglie sono alloggiate alla meglio dopo i bombardamenti.

Si unisce alla resistenza, poi – finita la guerra – affitta la casa di una vecchia prostituta (anche lei assassinata) non lontano da casa di Useppe, che gli diventa amico.

Giovani partigiani italiani

Davide ubriaco fa un lunghissimo monologo in un’osteria poco prima della fine del libro. Il monologo è l’espressione del sentimento di riluttanza dell’autrice verso la Storia stessa, verso la morte, verso l’ingiustizia. Nessuno ascolta Davide, tutti i vecchi che giocano a carte lo assecondano e qualche volta lo interrompono. Anche questo è simbolico. Gli unici che lo ascoltano, Useppe e il cane Bella, non capiscono niente dei suoi discorsi sulla borghesia, la guerra, la morte, i lager.

Davide Segre domina quasi tutta la parte finale del romanzo, il capitolo sette non sbaglio, nel quale assistiamo al suo lento e inesorabile declino psicologico. Avvezzo alla morfina e poi ad altri tipi di psicofarmaci, Davide finisce per iniettarseli senza controllo, mischiando tutto a casaccio, precipitando in un’agonia che non può avere altro esito che la morte.

Useppe: la fine dell’innocenza

Non s’era mai vista una creatura più allegra di lui. Tutto ciò che vedeva intorno a lui lo interessava e lo animava gioiosamente. Mirava esilarato i fili della pioggia fuori della finestra, come fossero coriandoli e stelle filanti multicolori. E se, come accade, la luce solare, arrivando indiretta al soffitto, riportava, riflesso in ombre, il movimento mattiniero della strada, lui ci si appassionava senza stancarsene: come assistesse a uno spettacolo straordinario di giocolieri cinesi che si dava apposta per lui.

Questo paragrafo è per chi ha già letto il libro. Contiene spoiler dolorosi. Se avete intenzione di leggere La Storia a breve, per favore saltate al prossimo paragrafo.

Roma bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale

Useppe rappresenta la vita in mezzo alla morte e alla distruzione della guerra. Ida, ormai sola, si ritrova a riscoprire l’amore per un figlio e per la maternità. Coi suoi occhietti grandi e blu e il suo ciuffo ribelle e il sorriso da latte Useppe è colui che fa davvero la differenza nel rendere questo romanzo quello che è.

È un bambino fantasioso, pensieroso, intelligente. Useppe cresce prima degli altri bambini, impara velocemente tutte le parole belle e quelle brutte, però le brutte non le dice mai. Adora suo fratello e probabilmente capisce “troppo tardi” che Ninnuzzo non tornerà più.

Sul principio, a sogguardarlo, le parve soltanto ingrugnato; ma come gli si accostò, si accorse che piangeva, con la faccetta chiusa come un pugno, contratta e raggrinzata in tante rughe. Al guardare in su verso di lei, subitaneamente proruppe in singhiozzi asciutti. E con lo stupore di una bestiola, disse in una voce disperata:

«A’ mà… pecché?»

Useppe è spontaneo come tutti i bambini ma non riesce a socializzare con gli altri, lui sta meglio con gli adulti o con i cani. È un personaggio solitario, che scrive le poesie nella sua mente e poi se le dimentica. Useppe vuole bene a tutti e ogni cosa nuova per lui è un’avventura, un’avventura bellissima, da condividere con la sua pastora Bella.

Useppe è epilettico. Ereditata la malattia da Ida – che tuttavia la manifesta in forma lieve – lui si vergogna di quello che gli succede quando ha gli attacchi, e prontamente seppellisce il segreto nel fondo della mente e delle sue insicurezze. Bella è l’unica che capisce quando sta per succedergli ed è tenera tanto da sembrare umana. L’innocenza di questi due personaggi affiancati e innamorati è una luce tenue in un mondo di orrore che su di loro si abbatte ancora peggio.

Alla fine Useppe è un personaggio che mi manca, la sua tenerezza sarà difficile da ritrovare altrove.

La sopravvissuta

In effetti, tra tanta morte, una sopravvissuta c’è. La incontra Useppe, in una delle sue passeggiate con Bella. La ragazza dai capelli neri lo chiama da lontano alla fermata del tram e il bambino stenta a riconoscerla. L’ex fidanzata di Ninnuzzo porta in braccio una bimba piccola, che gioca col suo braccialetto tintinnante. Poche parole, un sorriso sfuggente e anche lei scompare dalla vita di Useppe e Bella per sempre. Però la creatura che porta in braccio è ciò che resta dell’eredità di Antonio Mancuso, detto Nino, detto Ninnuzzo.

Elsa Morante (a destra) e Pier Paolo Pasolini

Lo stile

L’autrice racconta la storia come narratrice onnisciente. Conosciamo i pensieri di Useppe, i pensieri del cane e quando i personaggi hanno un’idea sbagliata su qualcosa che sta per succedere. La scrittrice ci preannuncia prima quasi tutti gli eventi catastrofici, le morti, le perdite. E questo ci porta a continuare a leggere per scoprire il come, dove e quando.

La narrazione è appesantita da molti avverbi, molti aggettivi, molte precisazioni a volte superflue. Lo stile è paratattico, carico di incisi, carico di approfondimenti che scavano dentro la mente e i cuori dei personaggi.

Ho trovato alcuni tratti molto pesanti, come quelli in cui la Morante racconta minuziosamente i sogni degli addormentati. I sogni sono spesso premonitori o raccontano una realtà onirica parallela e simbolica. Tuttavia queste interruzioni della storia – molto numerose – mi hanno a volte messo in difficoltà.

Conclusioni

Non si può recensire la Storia. Non si può concludere. Negli anni dal 1941 al 1947 (l’arco di tempo del romanzo) siamo catapultati nella verità. Non leggiamo niente di diverso da storie che potrebbero avere vissuti i nostri nonni, i nostri bisnonni. Il valore di questo libro non è la tragedia, è la verità della storia orribile. La fame, la ricchezza, la gioia, la malattia, la sporcizia si assecondano l’un l’altra senza sosta e nella vita degli uomini, e lo faranno per sempre, fino all’unico epilogo possibile di ogni Storia: la morte, che a volte suona di consolazione.

La Storia, si capisce, è tutta un’oscenità fin dal principio.

Claudia Neri

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