Ci sono libri che si leggono per imparare a guardare. Nel mare ci sono i coccodrilli, pubblicato da Baldini Castoldi Dalai nel 2010, è uno di questi. Fabio Geda raccoglie la voce di Enaiatollah Akbari, ragazzino hazara nato nell’Afghanistan dei talebani, e ne fa un libro che sta in equilibrio fragilissimo tra romanzo e testimonianza. È stato tradotto in più di venticinque lingue. Non è un caso, eppure quando l’ho ripreso in mano nel 2026, con tutto quello che continuiamo a non voler vedere intorno a noi, mi è sembrato un libro che si fatica a riconoscere come pubblicato sedici anni fa.
La voce di Enaiat, la mano di Geda
Geda ha incontrato Enaiat, l’ha ascoltato, e ha deciso di non scrivere un saggio. Ha scelto la prima persona, ha scelto il romanzo, ha scelto il passo del bambino. Il libro è insieme racconto e reportage, eppure non è davvero nessuna delle due cose: è qualcosa di più. È la voce di un bambino — diventato ragazzo strada facendo — che racconta come si fa a sopravvivere quando il mondo decide che la tua vita vale meno di un confine.
Quello che ho capito leggendolo è che Geda lavora come un traduttore, non come un autore: si fa da parte, lascia parlare Enaiat, e proprio per questo riesce a farne letteratura. Le frasi restano corte, infantili, dirette. Mai una parola troppo pesante per un’esperienza che già lo è abbastanza per conto suo.
La scrittura è piana, leggera, eppure addosso lascia un peso che fatico ancora a togliermi. Geda non commenta. Non spiega. Non chiede al lettore di indignarsi. Si limita a passargli la mano di Enaiat e a dirgli: cammina.
Da Nava a Torino, passando per il mare
La madre di Enaiat lo porta a Quetta, in Pakistan, e lo lascia lì. Lo lascia per salvarlo: in Afghanistan, da hazara, non sarebbe sopravvissuto. Lui ha dieci anni — forse undici, non lo sa con certezza, perché in posti come quello le date di nascita non si segnano sempre. Prima di andarsene, la madre gli fa promettere tre cose: niente droghe, niente armi, niente furti. Sono le ultime cose che gli dice prima di lasciarlo da solo in un mondo che non ha mai visto.
Da lì comincia un viaggio che dura cinque anni. Pakistan, Iran (più volte, perché viene rispedito indietro), Turchia, Grecia, e infine Italia. Lavora come muratore, come bambino, come fantasma. Attraversa montagne nel doppiofondo di un camion, sigillato dentro, e si chiede se respirare ancora valga la pena. Attraversa il mare su un gommone che si sgonfia. E c’è anche la scena da cui viene il titolo: una madre — non la sua — che rassicura il proprio figlio dicendogli che nel mare i coccodrilli non ci sono. Una rassicurazione che serve a partire, anche quando si sa che è sbagliata.
Perché leggere Nel mare ci sono i coccodrilli
Perché è la lettura più necessaria che esista per parlare di migrazioni — ai propri figli, ai propri genitori, a se stessi. Perché smonta la retorica e non la sostituisce con altra retorica. Perché Enaiat non chiede compassione: chiede solo di essere ascoltato, e Geda gli costruisce intorno la stanza giusta per farlo.
Lo ammetto: l’avevo letto la prima volta anni fa, quasi tutto d’un fiato. L’ho ripreso adesso temendo di trovarlo invecchiato. Non lo è. Anzi: se possibile, oggi pesa di più. Perché quello che racconta non è un’eccezione di un’epoca finita, è il presente travestito da archivio. Cambiano le rotte, cambiano i nomi, cambiano i giornali che decidono di non parlarne. Ma il ragazzino nel doppiofondo del camion è ancora lì.
Il libro è breve, eppure resta dentro per mesi. Lo si finisce e si ha la sensazione di avere appena attraversato a piedi un continente — e di non riuscire più, dopo, a guardare un telegiornale con la stessa pigrizia di prima.
Una storia vera che resta letteratura
Quello che mi tocca di più, però, non è il viaggio in sé. È il tono. Enaiat non si lamenta mai. Non c’è autocommiserazione, non c’è enfasi, non c’è bisogno di farsi vedere come vittima — anche se vittima lo è stato per intero. C’è solo il racconto di un bambino che faceva quello che andava fatto per restare vivo, e che adesso, ragazzo grande, lo restituisce a chi è disposto ad ascoltarlo.
Geda riesce nel più difficile dei mestieri: tenere insieme la verità della testimonianza e la grazia della letteratura. È un libro onesto, e l’onestà — quando si parla di queste cose — è già quasi tutto.
Conclusione
Consiglio Nel mare ci sono i coccodrilli a chi vuole leggere una storia vera senza l’arroganza del documentario, a chi cerca un libro da condividere con un figlio adolescente, a chi sente di aver smesso di vedere quello che succede e vuole tornare a vederlo. Lo consiglio anche a chi non legge molto: Geda ha scritto un libro che entra anche nelle case in cui i libri di solito non entrano.
E alla fine, una domanda — perché alla fine di certe letture la domanda nasce da sola: qual è il libro che vi ha cambiato lo sguardo sul mondo? Quello che avete chiuso diversi da come l’avevate aperto?



