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La valle dell’Eden di John Steinbeck – Recensione – Claudia Neri

La valle dell’Eden è un romanzo di John Steinbeck pubblicato negli Stati Uniti nel 1952. In Italia si legge oggi nell’edizione Bompiani, con la nuova traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini e l’introduzione di Luigi Sampietro. Dieci anni dopo, nel 1962, Steinbeck avrebbe ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura.

È un romanzo lungo, di quelli che si chiamano affettuosamente “mattoni”. Racconta due famiglie nella valle di Salinas, in California, lungo un arco di tempo che va dalla seconda metà dell’Ottocento alla Prima guerra mondiale: i Trask, arrivati dal Connecticut con un’eredità pesante, e gli Hamilton, una famiglia di origine irlandese che vive di fatica e di immaginazione. Samuel Hamilton, il patriarca, era il nonno materno di Steinbeck: e infatti, ogni tanto, l’autore entra nella storia in prima persona, come un nipote che racconta la sua terra.

gli uomini sotto lo strato superficiale di fragilità vogliono essere buoni ed essere amati.

— John Steinbeck, La valle dell’Eden (trad. Giulio De Angelis)

Caino e Abele in California

Il cuore del libro è una storia antica: quella di due fratelli, di un padre e di un’offerta rifiutata. Steinbeck la riscrive due volte, a distanza di una generazione. Prima con Adam e Charles Trask, poi con i figli di Adam, i gemelli Caleb e Aron. Non è un caso che i nomi comincino sempre con le stesse lettere: la Genesi è lì, sotto la superficie, e il lettore la riconosce pagina dopo pagina.

Eppure non è un’allegoria fredda. Quello che ho capito leggendolo è che Steinbeck non vuole stabilire chi sia Caino e chi Abele: vuole capire perché un figlio arriva a sentirsi meno amato di un altro, e cosa se ne fa di quel dolore. I suoi personaggi non sono buoni o cattivi per natura. Sono persone che scelgono, sbagliano, si correggono. E qualche volta non si correggono affatto.

Lee, lo straniero che vede più lontano di tutti

Se dovessi scegliere un solo motivo per leggere questo libro, sceglierei Lee. È il domestico cinese di Adam Trask, e all’inizio lo incontriamo così come lo vedono gli altri: un servitore con la treccia, che parla un inglese spezzato. Ben presto si scopre che quel modo di parlare è una maschera. Lee è un uomo colto, legge, ragiona, e sceglie di recitare la parte che i bianchi si aspettano da lui perché è più semplice che spiegare chi è davvero.

Lo ammetto: è il personaggio che più mi è rimasto impresso, e credo che sia anche quello che insegna di più. Lee è la rappresentazione di una filosofia, quella di un uomo che ha imparato a osservare senza giudicare. Ma è anche uno specchio puntato su di noi, sul modo in cui guardiamo lo straniero: spesso decidiamo chi è una persona prima ancora di averla ascoltata. Lee lo sa, e usa questo pregiudizio come uno scudo.

È lui, insieme a Samuel Hamilton, a portare nel romanzo la parola che ne racchiude il senso: timshel. Una parola ebraica che, nella lettura di Lee, non significa “tu devi” né “tu farai”, ma “tu puoi”. Il libro mi sembra dire che nessuno è condannato in partenza: il male è una possibilità, non un destino, e la scelta resta sempre nelle nostre mani. È un’idea semplice e insieme vertiginosa, e Steinbeck la affida proprio al personaggio che tutti gli altri sottovalutano.

Uno stile che si riconosce

Lo stile di Steinbeck è riconoscibilissimo. Le descrizioni della valle hanno il respiro dei grandi paesaggi americani, i dialoghi sono asciutti, e c’è sempre una tenerezza ruvida per i personaggi, anche quelli che sbagliano. Si sente l’autore che ama la sua terra e la gente che la abita, seppure senza nasconderne la durezza.

Devo ammettere, però, che in alcuni tratti la narrazione strascica. Ci sono capitoli in cui la storia sembra fermarsi, digressioni che allungano il passo più del necessario. In un romanzo di queste dimensioni capita, e non toglie niente al valore complessivo: semplicemente, bisogna mettere in conto qualche pagina più lenta e concedersi il tempo di attraversarla.

Un libro che non vuole essere giudicato

Quello che mi ha colpita di più, alla fine, è il tono. La valle dell’Eden non è un libro che vuole essere giudicato, e non giudica nemmeno i suoi personaggi. Racconta le cose come stanno: l’amore che non arriva dove dovrebbe, la crudeltà che nasce dalla mancanza d’affetto, la gentilezza che salva quando meno te l’aspetti. Non ci sono prediche, non ci sono morali appiccicate in fondo al capitolo. C’è la vita, con tutta la sua ambiguità.

È per questo che, nonostante la mole, si legge con piacere. Non è un romanzo difficile: è un romanzo ampio, che chiede tempo e restituisce molto.

Perché leggere La valle dell’Eden

Perché è una saga familiare che non invecchia, e perché le domande che pone sono ancora le nostre: quanto siamo liberi di scegliere chi diventare, e quanto ci portiamo dietro di chi ci ha cresciuti. E perché dentro c’è Lee, che da solo vale la lettura. Pochi personaggi, nella letteratura che ho amato, mi hanno fatto riflettere così tanto sul modo in cui guardiamo gli altri.

Consiglio questo libro a chi ama la letteratura americana e ha voglia di un bel mattone godibile, ma che fa anche riflettere. A chi non ha fretta, e a chi cerca un romanzo che racconti l’essere umano senza addomesticarlo.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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