La porta delle lacrime (titolo originale Cutting for Stone) è il romanzo d’esordio dello scrittore e medico Abraham Verghese, pubblicato negli Stati Uniti nel 2009 e tradotto in italiano da Neri Pozza nel 2024, all’interno della collana Le Tavole d’Oro. Uscito quasi in sordina, è diventato un caso editoriale internazionale, con più di due anni fissi nella classifica dei bestseller del New York Times e traduzioni in oltre venti lingue. A quattordici anni di distanza, Verghese ha pubblicato un secondo romanzo, Il patto dell’acqua, sempre per Neri Pozza.
Sono più di seicento pagine ambientate tra Etiopia, India e Stati Uniti, cinque decenni raccontati attraverso una sola famiglia — una famiglia che nasce da un parto tragico, dentro un ospedale in cui quei bambini non dovevano venire al mondo, e che passerà il resto del libro a ricucirsi come si ricuciono i corpi in sala operatoria.
Secondo Shiva, vivere significa richiudere squarci. È una metafora adatta alla nostra professione. Ma esiste un altro tipo di squarcio: la ferita che divide una famiglia.
Un po’ di trama
Siamo nel 1954, ad Addis Abeba, in un ospedale che i pazienti chiamano Missing perché non riescono a pronunciare Mission. Suor Mary Joseph Praise, giovane infermiera indiana arrivata dal Kerala anni prima, muore dando alla luce due gemelli siamesi uniti alla testa: Marion e Shiva. Il padre biologico, il chirurgo inglese Thomas Stone, scompare quella stessa notte senza lasciare spiegazioni. I gemelli vengono separati dai medici e sopravvivono per miracolo. A crescerli saranno Hema e Ghosh, due dottori indiani della Missing che diventeranno per loro padre e madre nell’unico modo che conta davvero: quello che si sceglie.
Attorno ai due bambini prende forma un intero mondo — l’ospedale, la città, l’Etiopia dell’imperatore Hailé Selassié e poi quella della rivoluzione, la lingua amarica mescolata al malayalam, la cucina del Kerala nel cuore del Corno d’Africa. Marion e Shiva crescono uniti come solo due gemelli separati chirurgicamente possono esserlo. Poi arriva Genet, figlia della domestica etiope, e con lei un amore, un tradimento, una fuga. Marion emigra a New York, entra come chirurgo in un ospedale del Bronx, e in America ritroverà — dopo trent’anni di silenzio — anche il padre che l’aveva abbandonato.
L’Etiopia come casa e come esilio
Una delle cose più belle di questo romanzo è che l’Etiopia non è mai una cartolina. Non è il paese esotico visto da fuori, non è lo sfondo pittoresco di una storia occidentale. È il luogo dentro cui la vita accade: la stagione delle piogge, i vicoli di Addis Abeba, il caffè bevuto tre volte come vuole la cerimonia, i muri dell’ospedale che sudano umidità.
Verghese, che ad Addis Abeba è nato e cresciuto da genitori indiani, scrive di quella terra con la naturalezza di chi la sente casa e con la lucidità di chi ha dovuto imparare a lasciarla. Eppure la Missing, l’ospedale al centro di tutto, resta un posto sospeso: indiani in Africa, cristiani in una terra a maggioranza ortodossa, medici stranieri che curano poveri africani. Un luogo che non appartiene a nessuno e proprio per questo diventa la casa di tutti quelli che ci vivono. Quando Marion arriverà negli Stati Uniti, la nostalgia per la Missing sarà la vera protagonista silenziosa di ogni pagina americana.
La medicina, la vocazione, la ferita
Verghese è un medico vero. Insegna a Stanford, si è formato nel Tennessee rurale degli anni Ottanta, in mezzo all’epidemia di AIDS. Si sente in ogni pagina. La medicina in questo romanzo non è mai gergo tecnico, non è mai posa: è mestiere, è disciplina, è mani che entrano nel corpo di un’altra persona per rimediare a qualcosa di rotto.
Il titolo originale, Cutting for Stone, viene dal giuramento di Ippocrate — «non taglierò per la pietra», cioè non praticherò operazioni per cui non sono qualificato — ed è anche il cognome del padre biologico dei gemelli. Un doppio scherzo che tiene insieme la ferita medica e la ferita filiale: entrambe si aprono, entrambe vanno richiuse, entrambe lasciano una cicatrice. Quello che ho capito leggendolo è che per Verghese guarire e perdonare sono lo stesso gesto, fatto con gli stessi strumenti: attenzione, pazienza, il coraggio di guardare la carne viva senza girare la faccia.
Il rapporto tra Marion e il padre assente è il cuore ferito del libro. Un padre che è fuggito, che non ha mai scritto, che riappare quando ormai il figlio è a sua volta un chirurgo. Non c’è retorica del perdono, eppure il perdono arriva — a modo suo, con i tempi lunghi che hanno le cose vere.
Perché leggere La porta delle lacrime
Perché è un romanzo generoso. Sono seicento pagine e non ne toglierei una: c’è spazio per la storia di ogni personaggio, per digressioni sui riti indiani, per pagine intere di chirurgia raccontate come si racconterebbe una preghiera. Ho letto che Verghese ci ha messo dieci anni a scriverlo, e si sente — non nella pesantezza, ma nella cura.
È un libro che ha addosso la lentezza di un’altra epoca narrativa, quella dei grandi romanzi ottocenteschi, eppure resta modernissimo per la delicatezza con cui tiene insieme tre continenti, due religioni, molte lingue. Devo ammettere che ci ho messo qualche giorno a entrarci — la prima parte è densa, i personaggi sono tanti, i nomi hanno bisogno di sedimentare — ma poi non l’ho più mollato. Ho pianto due volte, cosa che non mi succede quasi mai.
Un po’ di biografia dell’autore
Abraham Verghese nasce il 30 maggio 1955 ad Addis Abeba, da genitori indiani del Kerala emigrati in Etiopia per insegnare. Inizia gli studi di medicina proprio nella capitale etiope, ma è costretto a interromperli negli anni Settanta, quando la caduta dell’imperatore Hailé Selassié rende il paese instabile per gli stranieri. Li porta a termine in India, al Madras Medical College, poi emigra negli Stati Uniti, dove si specializza in malattie infettive e si trova in prima linea nell’epidemia di AIDS del Tennessee rurale.
Oggi insegna medicina a Stanford, dove ricopre una cattedra dedicata alla teoria e pratica della medicina — una definizione perfetta per uno che scrive romanzi di seicento pagine sui gesti dei chirurghi. Prima de La porta delle lacrime aveva pubblicato due memoir molto belli, My Own Country (1994) sull’epidemia di AIDS e The Tennis Partner (1998) sulla dipendenza di un collega. Il presidente Barack Obama gli ha consegnato la National Humanities Medal per il modo in cui ha saputo tenere insieme la scienza e la letteratura.
Consiglio questo libro a chi ama le saghe familiari lunghe, quelle in cui si ha il tempo di affezionarsi a ogni personaggio e di sentire il passare degli anni sulla pelle. A chi cerca un romanzo che parli di medicina senza scivolare nel manuale, di paternità senza retorica, di terre lontane senza esotismi. A chi ha voglia di lasciarsi portare per settimane da un narratore che si prende cura del lettore come i suoi personaggi si prendono cura dei pazienti — con lentezza, con precisione, con amore per la materia.






