Euforia

erotico

E’ finita, finita, finita, finita.
Come le ultime gocce d’acqua prosciugate dal rubinetto, come l’ultimo tuo capello che troverò tra le mie lenzuola, come il grido disperato che avrei voluto lanciarti quando hai chiuso quella porta, e invece è rimasto strozzato.
Perché era inutile, perché quante altre cose volevamo dirci? Quante altre volte volevamo avere la sensazione di esserci prosciugati, prosciugati così tanto da non sapere nemmeno più che parole usare?
Tu, che sei così brava con le parole, ti sei lasciata senza nulla da dire.

Questo sono io, guarda come corro verso di te sfidando razionalità, sfidando la mia volontà. Io non ti voglio più vedere, non ti voglio più avere, perché averti ormai è nulla, ora che non sei più niente.
Che cosa mi hai fatto?
Perché abbiamo cominciato a parlare due lingue diverse come se non ci fosse più niente che ci lega? Passato, presente e futuro.

Quando sei uscita da quella porta ne eravamo consapevoli che era l’ultima volta. Non l’ultima volta come le altre mille ultime volte. Come un prete e una puttana. Che avremmo mai più potuto condividere?

– Ma io ti amo! –
– E io lo so. Ma non lo sento più, si è disperso ormai, ed è da qualche parte, ma da me non può arrivare. –
– Ma perché!? – se io avessi potuto prendermi tutto il dolore che avevi negli occhi, me lo sarei preso. Ma tu cosa avresti fatto poi, anima mia? Senza quel dolore, non ti saresti spezzata e, senza spezzarti, il veleno ti avrebbe ucciso.
– Non lo so perché. Lo sai tu e lo so io che non ci sei, sei altrove, dimmelo tu cazzo dove! Ora devo prendermi quello che serve a me e tu non puoi più darmelo. –

Se Dio esistesse, saprebbe che quelle parole mi hanno ferito come se le avessi dette tu a me. Io ero innamorato d’amarti, io volevo avere bisogno di te e di nient’altro.
Ti ho lasciato andare come unico modo di salvarti, mentre da te non potevo prendermi più niente e nemmeno potevo più aiutarti.
Lasciami stare ma stringimi forte!
Non si può spiegare, non si può spiegare a chi non l’ha provato.
E come sapevo che tu eri morta, che tutto ciò che io avevo sempre amato stava in una parte dei tuoi anni, della tua adolescenza, che non sarebbe più tornato.
E allora io perché lo amo ancora?
Perché mi manca? Si lega al collo come un laccio emostatico. Le mie vene che pulsano del tuo sangue che piano piano ti sei risucchiata via, come l’entropia, che non restituisce mai tutto indietro.
Ti ricordi la prima volta che mi hai spiegato cosa voleva dire entropia? Amavo così tanto sentirti parlare, spiegare le cose, mi faceva impazzire: mi riempivo di ogni cosa di te, di ogni flusso della tua coscienza.

E nessuno mi ha salvato. In te cercavo la consolazione, anche quando eri tu la causa del dolore, e ora? Nessuno può avere pietà, nessuno mi è venuto vicino per dirmi ‘Rialzati, ce l’hai la forza’... mi sono rialzato come un calabrone vola, inconsapevole e folle.

Poi è arrivata la festa.
La musica, l’alcol, le persone. Mi avevano detto che ci saresti stata, me lo potevo aspettare.
Gli amici seduti al tavolo con me si alzano, vanno a ballare. Io mi faccio una canna, poi fumo una sigaretta.
Senza accorgermene guardo l’ingresso, mi diverto, converso, rido, ti aspetto.
Abito nero, più magra, scarpe alte, capelli più lunghi e più scuri: le luci blu ti stanno da dio. Pure quando diventano rosse e soprattutto quando ti avvicini.
Saluti, cordialità, vuoto nello stomaco, disagio.
Le strisce di cocaina sopra al tavolo brillano sotto le luci. La gente degli altri tavoli pare essere troppo impegnata per badare a noi, otto, dieci persone.
Tu mi guardi, io ti guardo.
Tiri, tiro.
Non ci facevamo quando ci siamo lasciati.
Io sono preoccupato per te, so che tu lo sei per me. Come facciamo a dircelo?
Sigaretta.
Fumo.
Parliamo più di prima, siamo in quindici ora, tutti ci conosciamo, tutti fatti, tutti ubriachi.
Io ti fisso, avido. Tu mi fissi, sudata mentre torni dalla pista.
La fai tu questa volta, dieci strisce precise, metodica pure quando ti droghi.

Visto da fuori è triste che possiamo amarci e desiderarci solo nel turbine di un trip di cocaina, per una sola notte. Ma quella notte avrei dato dieci anni di vita per averti, davvero.

Hai caldo, ti accompagno fuori.
Parliamo, diciamo cose a caso, probabilmente non ricorderò nulla di tutto questo. Fisso ogni centimetro di te come se fosse estremamente necessario.
Le scale nere di ferro sono scomode, ti alzi, ti seguo mentre mi guardi dall’alto, cristo quanto sei bella. Tiro un respiro profondo, mi alzo, ti prendo la faccia sudata e i capelli bagnati e ti bacio.
Questo me lo ricordo.
Non ci diciamo niente, non ha senso, domani non staremo insieme, non si può fare, quando ci penso e la coca mi scende mi deprimo, poi mi giro, ti vedo sorridermi e penso che va be’, abbiamo ancora tempo, l’alba non arriverà.

Tutta la serata insieme, ci lasciano stare, tutti hanno sempre avuto un po’ timore di noi due, poi la festa finisce, la droga pure. Ti chiedo di venire da me come se fosse la cosa più normale del mondo, scendi dalla macchina e sali nella mia. Ok.
Lenzuola, sudore, il tuo profumo, la puzza di fumo, gli starnuti a cocaina, vomito poi mi riprendo, mille canne, la ruota insieme fuori al balcone in silenzio con le mani unite.

Ci mettiamo a letto, fossilizzati, ci addormentiamo guardandoci, sudati con mille smanie. Non avremmo dovuto farlo, dicono i nostri occhi, staremo peggio ora.

– Altri 10 anni se resti anche domani. –
– Cosa? –
– Niente. –

Claudia Neri