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L’incontro al museo – Racconto erotico – Claudia Neri

Il sabato pomeriggio al museo è un lusso che mi prendo raramente, e me lo prendo apposta quando ho bisogno di sparire per qualche ora. Sono entrata poco dopo l’apertura del pomeriggio e ho perso il conto delle sale. Il museo è quasi vuoto: al primo piano c’è una scolaresca che parla troppo forte, due signori con la guida audio inseguono la voce metallica dell’apparecchio, e poco altro. Salendo, il silenzio si fa spesso, quasi fisico, e i miei passi sul parquet antico producono uno scricchiolio che sembra parte dell’arredo, come se anche il pavimento partecipasse alla scena.

Mi fermo davanti a un nudo del Cinquecento. Una donna distesa su un lenzuolo scuro, la mano posata sul ventre, gli occhi che guardano l’osservatore senza pudore, con la calma di chi sa di essere guardata e non si scusa per esserlo. La luce le cade sulla coscia in un modo che sembra ancora tiepido, dopo secoli. Le sue anche sono larghe, tenute in equilibrio da un braccio piegato dietro la nuca; il seno è piccolo, alto, e il triangolo scuro tra le cosce è dipinto con la stessa cura del velluto sotto la sua schiena. Sto lì da qualche minuto e mi rendo conto ancora una volta di come questi pittori sapessero una cosa che oggi si è quasi persa: che il desiderio si dipinge lento, si aspetta, si lascia salire dallo sguardo prima di arrivare al corpo.

È allora che sento qualcuno fermarsi a due passi da me.

Non giro subito la testa. Continuo a guardare il quadro, ma il mio corpo ha già registrato quell’altro corpo — l’altezza, il peso specifico dell’aria che si sposta, il ritmo del respiro che non è il mio. Quando finalmente giro lo sguardo lo faccio piano, come se stessi ancora osservando la donna dipinta, e invece guardo lui.

È alto, più di me di dieci centimetri, forse quindici. Ha una camicia bianca aperta al collo, la giacca scura piegata su un braccio, i capelli brizzolati tenuti corti. Le mani sono nelle tasche dei pantaloni e sul dorso di quella che intravedo corrono due vene lunghe e nette. Ha un’età difficile da fissare, qualcosa tra i quaranta e i cinquanta, di quelle età in cui certi uomini imparano finalmente ad ascoltare. Non guarda me, guarda il quadro. Ma quando mi giro capisce che ho girato la testa, e senza spostare gli occhi dalla tela accenna un sorriso appena, un movimento del labbro che nessun altro vedrebbe.

Torno al quadro. Anche lui. Rimaniamo lì, a un metro e mezzo di distanza, in silenzio, per un tempo che non riesco a misurare. La donna dipinta ci guarda entrambi. Io la osservo, e mentre la osservo penso che sto guardando lui, e mentre penso a lui sento la sua presenza come una linea calda che collega i nostri due corpi attraverso la stanza.

Poi lui si stacca. Cammina lento verso l’uscita della sala e la sua figura si perde nell’arco che dà sulla sala successiva. Io resto qualche secondo ancora, per non seguirlo troppo evidentemente, e poi vado.

Nella sala accanto c’è un altro nudo, mitologico: una scena con più figure, corpi femminili distesi in un bosco, una ninfa che ne pettina un’altra, i seni bianchi e le anche piene, uno stormo di donne che sembrano avere il segreto di qualcosa che noi non abbiamo più. Lui è lì. Sta di fronte al quadro, un poco spostato di lato, e quando entro non si volta ma so che ha sentito i miei passi. Mi metto davanti alla tela, alla sua sinistra, alla distanza giusta perché sia possibile parlarsi e insieme evidente che non ci parliamo. Il custode nell’angolo tossisce, poi torna a fissare il telefono nascosto sotto la giacca.

Guardo la ninfa che ne pettina un’altra. Ha una mano posata sul collo della compagna, e la compagna si abbandona indietro contro il suo ventre, con la bocca socchiusa. È un gesto di intimità dipinto senza malizia e senza vergogna, come se le due ninfe non sapessero di essere osservate — e come se il pittore lo sapesse ma non gli importasse. Sento il calore salirmi dietro il collo. So che lui sta guardando quello che sto guardando io. So che questo, adesso, è già un modo di toccarci.

Ci muoviamo. Passiamo da una sala all’altra senza mai stare troppo vicini, senza mai stare troppo lontani. In una sala mi precede, in un’altra lo precedo io. Davanti a un ritratto, un uomo del Cinquecento con la mano posata sull’impugnatura di una spada, resto un attimo di troppo perché sento che lui è nella sala dietro di me, e non voglio muovermi. Sento i suoi passi avvicinarsi ai miei, poi fermarsi al mio fianco. Non ci guardiamo. Guardiamo l’uomo dipinto. Poi riparte, e io lo lascio prendere due passi di vantaggio prima di seguirlo.

Passiamo davanti a un altro nudo, un giovane addormentato con un panneggio caduto ai piedi, il ventre chiaro e i muscoli tesi anche nel sonno. Mi fermo a guardarlo, e mentre lo guardo penso al corpo dell’uomo accanto a me — a cosa ci sarà sotto la camicia bianca, alle spalle che ora indovino sotto la stoffa, al modo in cui il tessuto gli si tende quando gira il braccio. È una cosa che di solito non mi permetto: pensare così, dritto, dentro un luogo pubblico, con la naturalezza di chi sceglie. Ma questo pomeriggio me lo sto permettendo, e più me lo permetto più il mio corpo risponde. Sento il tessuto della biancheria farsi umido, un calore basso e insistente che sale a onde molto lente, dilatate, come se anche la mia eccitazione avesse capito che qui il tempo è diverso.

L’ultima rampa di scale porta al terzo piano. La scolaresca è ormai lontana, i signori con la guida audio si sono fermati due piani più giù. Il custode all’ingresso della sala mi guarda appena. Le sale dell’ultimo piano sono più piccole, i pavimenti scricchiolano di più, la luce è più fioca — ci sono solo lampade dirette sui quadri, e il resto è in penombra. Lui è già dentro. Sta davanti a un dipinto in fondo, un altro nudo, una donna in piedi che si asciuga i capelli dopo il bagno.

Entro. Attraverso la sala e mi fermo alla sua altezza, questa volta più vicina. C’è distanza per un braccio, non di più. Nessun’altra persona nella stanza. La sala successiva, che intravedo attraverso l’arco, è ancora più buia e sembra vuota anche quella.

«Le somigliate» dice piano, senza voltarsi.

È la prima volta che sento la sua voce, ed è una voce bassa, calda, poco più forte di un respiro. Guardo la donna dipinta. Ha i capelli raccolti su un lato del collo mentre li strizza con una mano, la schiena inarcata, il seno che si offre di profilo alla luce. Non le somiglio davvero, ma capisco cosa vuole dire — la posizione della testa, forse, il modo in cui la nuca si scopre.

«Non credo» dico. La mia voce esce più bassa del solito.

Lui non risponde. Si sposta verso la sala successiva, quella ancora più buia, e non c’è più bisogno che io decida. Lo seguo.

La sala è piccola, quadrata, con quattro tele su ogni parete e un divano stretto di velluto blu al centro. Dall’ingresso non si vede il fondo — l’arco è stretto e la luce dei quadri lascia in ombra gli angoli. Entro. Lui è appoggiato al muro tra due dipinti, nella zona di penombra, e mi guarda avvicinarmi. Non fa nessun gesto. Aspetta che sia io a decidere l’ultima distanza.

Lo raggiungo. Mi fermo davanti a lui, così vicina da sentire il suo respiro. Non ci siamo detti i nomi. Non ci siamo raccontati niente. Alzo il viso e lo guardo, e lui abbassa il suo verso di me, lento, e la sua bocca trova la mia in un bacio che non ha esitazioni. Ha il sapore di chi non lo sta facendo per la prima volta nella vita, ha calma e precisione, e insieme una fame trattenuta che sento nelle labbra prima ancora che nella lingua.

Mi prende per la vita con una mano e mi tira contro di sé. Sento il suo corpo tutto, la stoffa della camicia, il calore del petto, e più in basso la durezza contro il mio ventre. Mi appoggia contro la parete, tra due dipinti, con la delicatezza di chi conosce il valore delle cose che ha intorno e insieme le ignora. La sua bocca lascia la mia e scende lungo il collo, si ferma nell’incavo della clavicola, morde piano. Chiudo gli occhi. Il muro dietro di me è freddo attraverso la stoffa sottile della camicetta.

Le sue mani sono grandi come le avevo indovinate. Una mi sostiene la nuca, l’altra scende lungo il fianco, trova l’orlo della gonna, sale sotto. Le sue dita mi percorrono l’interno della coscia con una lentezza che mi fa mancare l’aria — non hanno fretta, non stanno cercando, sanno esattamente dove vogliono arrivare e si stanno soltanto prendendo il tempo che gli spetta. Quando arrivano al bordo del tessuto sento un’onda salirmi dallo sterno alla gola. Lui scosta la stoffa di lato, senza toglierla, e le sue dita mi toccano.

Trattengo un gemito, mi mordo il labbro. Lui mi guarda in viso mentre lo fa. Non chiude gli occhi, non mi lascia chiuderli. Mi tiene la nuca con l’altra mano e mi tiene lo sguardo mentre le sue dita mi aprono, mi trovano, mi entrano piano. Poggia la fronte contro la mia. Sento il suo respiro sulla bocca, corto, caldo. Il suo pollice trova il punto giusto e ci resta, con una pressione minima che aumenta di nulla ogni volta che il mio corpo lo cerca. Le sue dita dentro di me si muovono con lo stesso ritmo, un ritmo lento e sicuro che non accelera nemmeno quando io comincio a spingermi contro la sua mano.

Ansimo contro la sua bocca. Cerco di stare in silenzio, perché la sala è vuota ma i muri sono sottili, e il custode nella sala precedente potrebbe sentire; e sapere che potrebbe sentire mi eccita fino a farmi male. Le mie mani lo afferrano dove capitano — la camicia, il collo, la nuca — e la mia bocca cerca la sua e la morde. Lui ride piano contro la mia gola, un suono di gola profondo, soddisfatto, e non rallenta.

L’orgasmo arriva così — non con un’esplosione, con un’onda che sale dal basso e si prende tutto, mi contrae le cosce, mi svuota, mi lascia con la fronte contro la sua spalla e il fiato spezzato. Lui mi tiene ferma contro il muro finché non finisco, poi ritira la mano piano e mi bacia sulla tempia, un bacio piccolo e strano, quasi tenero.

Non è finito. Lo so io e lo sa lui. Mi tiro un poco su, appoggio le mani sul suo petto e comincio a sbottonargli i pantaloni. Lui mi guarda mentre lo faccio, e nel suo sguardo c’è la stessa domanda muta di poco prima davanti al quadro. Rispondo abbassandogli la stoffa quel tanto che basta.

Mi giro di spalle contro il muro. Appoggio i palmi tra due cornici antiche, sposto le anche indietro verso di lui. Sento le sue mani sui miei fianchi, sento la sua bocca sulla nuca, sento la punta di lui premere contro di me e poi entrare, piano, molto piano, con una calma che non dovrebbe essere possibile in un posto come questo. Trattengo il fiato mentre mi riempie. Lui si ferma un secondo, tutto dentro, immobile, come per lasciarmi respirare. Poi comincia a muoversi.

Il ritmo all’inizio è quello di prima — lento, controllato, come se anche adesso stesse dipingendo qualcosa. Poi accelera. Le sue mani mi stringono le anche, il suo bacino mi spinge contro il muro, la mia guancia poggia sull’intonaco freddo. Sento la sua bocca sulla mia spalla, il suo respiro sul mio collo, il rumore basso e umido dei nostri corpi. Un capezzolo mi tocca il muro attraverso la stoffa e il freddo mi attraversa come una scarica. Gemo piano, la fronte contro la parete. Una delle sue mani lascia le anche e mi risale al seno sotto la camicetta, mi trova il capezzolo attraverso il tessuto del reggiseno e lo stringe con due dita, e io sento un secondo orgasmo, più veloce del primo, arrampicarsi.

«Stai zitta» sussurra sul mio orecchio con quella voce bassa, e insieme con la mano libera copre lui stesso la mia bocca. Il palmo caldo sulle mie labbra, il suo respiro sulla mia nuca, il suo corpo che spinge dentro di me — vengo di nuovo, contro la sua mano, un urlo che entra nella sua pelle e non esce nella sala. Sento il suo corpo tendersi contro il mio subito dopo, la sua fronte affondare tra le mie scapole, un gemito trattenuto in gola, il suo bacino che si ferma dentro di me con uno spasmo profondo. Restiamo così qualche secondo, entrambi immobili, il muro davanti a me che sembra respirare al ritmo del mio petto.

Si ritira. Mi tira giù la gonna con un gesto quasi domestico, mi sistema l’orlo alla vita. Si rimette i pantaloni, si abbottona, si aggiusta la camicia. Lo faccio anch’io — liscio la camicetta, ripasso le dita tra i capelli, riprendo fiato. Mi guardo nel vetro di una cornice: sono la stessa di prima, o quasi. Un poco più pallida. Con qualcosa di caldo sulle guance e negli occhi.

Prima di uscire dalla sala lui si ferma sulla soglia, si volta appena. Non mi guarda in viso: guarda il divano di velluto blu al centro della sala vuota, come se ci vedesse ancora un’altra scena, una che non è stata.

«Il museo chiude alle sette» dice piano. «Se vieni anche il prossimo sabato, questa sala è meno frequentata verso le sei.»

Non dico niente. Sorrido appena, e non è un sorriso per lui, è un sorriso per me. Lui esce prima. Aspetto che i suoi passi si allontanino sulle scale, poi mi muovo anch’io. Nelle sale precedenti ci sono ancora i quadri, uguali a prima. La donna nuda con la mano sul ventre mi guarda passare, e mi sembra che abbia un sorriso diverso.

Scendo lentamente. Il custode all’ingresso mi saluta senza alzare la testa. Fuori è tardo pomeriggio, la luce è dorata, le persone camminano piano. Cammino anch’io verso la fermata, con la borsa in mano, i capelli un poco spettinati e sotto la gonna il ricordo preciso di due mani e di una voce che non so di chi era.

Il prossimo sabato non ho ancora deciso. Ma mancano sei giorni, e sei giorni sono lunghi.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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