Non l’avevo mai visto e già sapevo che sarebbe diventato un problema. Era in ginocchio sul pianerottolo, davanti alla porta accanto alla mia, con gli scatoloni ammassati a semicerchio e le maniche della camicia arrotolate fino al gomito. Era la fine di settembre, quel pomeriggio in cui Napoli decide che l’estate è finita davvero: un cielo pesante sopra i tetti di Chiaia, l’aria che aveva già l’odore dell’asfalto in attesa. Mi ero fermata sull’ultimo gradino di quella scala che conosco troppo bene, con la busta della farmacia in mano, e per un secondo ho pensato di tornare indietro. Poi ha alzato la testa.
Aveva gli occhi chiari e un sorriso storto, di quelli che si accendono un attimo in ritardo. Mi ha salutata con un cenno del mento, senza alzarsi. «Scusi il disordine», ha detto, e la voce era bassa, un po’ roca, la voce di uno che ha parlato troppo o dormito poco. Ho stretto meglio la busta.
«Nuovo?», ho chiesto, come se la fila di scatoloni non lo dicesse già.
«Nuovo», ha risposto. E il sorriso ha finito di formarsi, adesso completo, quasi timido.
Ho aperto la mia porta senza guardarlo di nuovo, ma ho sentito ugualmente le sue mani. È strano cosa noti di uno sconosciuto quando ti passa davanti per due secondi. Le sue mani erano grandi, nervose, con le vene sul dorso pronunciate dallo sforzo di reggere lo scatolone. Un pollice fasciato con un cerotto storto. Le ho portate dietro la mia porta come si porta un dettaglio rubato.
Il palazzo dove vivo è uno di quelli piccoli, ottocenteschi, con tre appartamenti per piano e un ascensore così stretto che se ci entri in due bisogna decidere chi guarda dove. Le scale hanno lo scalino di marmo consumato al centro, come una goccia scesa per anni. Il pianerottolo del terzo piano è quel corridoio corto, umido a settembre, dove la porta mia e la porta accanto stanno a due metri l’una dall’altra. Non ci avevo mai pensato prima, quei due metri. Prima l’appartamento accanto era vuoto da un anno.
Nei giorni successivi cominciano gli incontri che poi capisci non essere stati incontri. Una mattina lo trovo nell’atrio con due sacchetti della spesa, gli tengo il portone aperto e mi ringrazia con lo stesso mezzo sorriso. Il pomeriggio dopo saliamo insieme in ascensore: siamo troppo vicini, ci fissiamo per un attimo lo specchietto sopra i pulsanti e poi entrambi guardiamo il pavimento. Sento il suo respiro nel silenzio metallico e sento anche il mio, che è cambiato. Un’altra sera lo incrocio sulle scale mentre scendo di corsa per un’emergenza al bar sotto casa, lui sta salendo, ci scansiamo con quella coreografia goffa di chi non sa da che parte passare, e per un istante il dorso della sua mano sfiora il mio fianco. Mi sono voltata due rampe dopo, senza motivo. Anche lui si era voltato.
Non ci diciamo mai granché. Lui ha una libreria di legno consumato che ha portato su in mille pezzi. Ho sentito il rumore delle assi contro il muro comune, la sera, per una settimana. Ha una radio che suona sempre piano, qualche pezzo di jazz vecchio, mai la musica che ci si aspetta. La mattina esce presto e torna tardi, e a volte, quando torna, posa qualcosa di pesante sul tavolo, una cartella forse, e io lo capisco perché il pavimento risponde. Il palazzo è vecchio, i muri parlano. Ho iniziato a sapere quando è a casa senza volerlo sapere. E ogni volta che chiudo la mia porta dietro di me penso alla sua, che sta a due metri, che potrebbe aprirsi.
Poi arriva la sera di quel giovedì di fine settembre in cui Napoli si spacca. Le prime piogge vere, quelle che non erano ancora arrivate, cadono tutte insieme, una specie di cascata sopra i vicoli. Io sto rientrando da un aperitivo dalle parti di piazza dei Martiri e non ho l’ombrello. L’acqua mi si è infilata sotto il colletto della camicetta due minuti dopo essere uscita dal bar, e adesso, davanti al portone, ho i capelli che mi cadono sulla fronte come cordicelle nere e il vestito bagnato incollato addosso in un modo che non lascia molto all’immaginazione. Cerco le chiavi nella borsa aperta. Le mie mani tremano un po’, non solo per il freddo.
Dentro l’atrio l’aria è ferma e sa di pietra bagnata. L’ascensore è fuori uso, un cartello scritto col pennarello dice guasto. Comincio a salire. Le scarpe fanno lo squelch a ogni gradino. Al terzo piano, appena metto piede sul pianerottolo, la porta accanto alla mia si apre.
Lui è in maniche di camicia, i piedi scalzi. Guarda me, poi la pozza che sto lasciando sul mosaico. «Ma tu sei diventata matta», dice, ed è la prima volta che mi dà del tu. Non ha aspettato che lo facessi io.
«Non avevo l’ombrello», rispondo, come se fosse una difesa. Il vestito mi sta gocciolando sul pavimento. Lui si passa una mano sulla nuca — quella mano con le vene sul dorso, che conosco da settimane — e resta un secondo a decidere.
«Entra», dice. «Ti do un asciugamano. Ti prendi la polmonite qui fuori.»
Non è un invito che si può rifiutare in modo elegante. Se dico di no, la polmonite ce l’ho di sicuro. Se dico di sì, non lo so. Vedo la sua porta socchiusa alle sue spalle, un corridoio con la luce calda, il rumore basso di quella sua radio. Entro.
Casa sua è quasi vuota. Un divano piccolo, gli scaffali ancora quasi bianchi di legno nuovo, tre libri e una lampada. Sul tavolo un bicchiere con del vino rosso avanzato. Il suo appartamento è la copia speculare del mio, ho quell’attimo di vertigine di chi vede la propria mappa rovesciata: la finestra dove ho la libreria, io, il muro dove ho il letto, io. Lui torna con un asciugamano grande e pulito. Mi guarda un secondo e non me lo dà. Se lo tiene tra le mani.
«Vieni», dice, e si sposta verso il bagno. Lo seguo. Nel bagno la luce è più calda, sopra lo specchio c’è una piantina piccola che è la prima cosa personale che vedo in questa casa. Mi tende l’asciugamano e resta lì. Non se ne va.
«Ti aiuto?», dice, e il tono è di uno che sta prendendo tempo apposta.
Non rispondo. Alzo le braccia. Non l’ho deciso da nessuna parte, dentro, l’ho solo fatto. Lui posa l’asciugamano sul lavandino, mi solleva il vestito bagnato per l’orlo, piano, con le mani nervose che di colpo diventano tranquille. Me lo sfila sopra la testa. Resto davanti a lui con il reggiseno nero e le mutandine bagnate incollate alla pelle, i capelli fradici che mi cadono sulle spalle, e non abbasso lo sguardo. Voglio che mi guardi. Voglio vedere come mi guarda.
Mi guarda come si guarda una cosa che si è aspettata da tanto. Sono le stesse settimane, l’ascensore stretto, la sfioratura sulle scale, il pollice col cerotto adesso guarito. Le sue mani si posano sui miei fianchi bagnati e sono calde, molto più calde di me. Sento il palmo aderire, aderire lentamente, poi le dita che stringono, prima piano poi meno.
«Stavo aspettando», dice a bassa voce.
«Anche io.»
Mi bacia. È un bacio senza fretta, di quelli che sanno che la casa è vuota e la pioggia fuori non finisce. Ha la bocca calda di vino. Le sue mani salgono lungo la mia schiena, mi slacciano il reggiseno con un gesto solo, e quando il reggiseno cade lui abbassa la testa sul mio seno e la sua bocca prende un capezzolo e ci resta, lento, insistente. Io mi appoggio con la schiena al muro fresco delle piastrelle e sento il freddo delle piastrelle contro la pelle bagnata mentre la sua bocca è calda, e questi due estremi mi fanno gemere piano, un gemito basso, che non riconosco.
Le sue mani scendono, mi tirano giù le mutandine bagnate lungo le cosce. Le calcio via con la caviglia. Resto nuda contro il muro del suo bagno, con i capelli che sgocciolano ancora, i piedi scalzi sul tappetino. Lui si inginocchia davanti a me e la sua faccia è la stessa faccia del pianerottolo, la faccia della prima sera, il sorriso storto, adesso all’altezza del mio ventre. Mi tiene i fianchi con le stesse mani che ho pensato per settimane. Poi la sua bocca è sul mio sesso e io chino la testa in avanti, mi trovo a guardare il suo profilo tra le mie cosce, i capelli scuri sul mio pube, e chiudo gli occhi.
Le sue dita mi tengono aperta. La sua lingua è precisa, calma, di uno che sta imparando la mia mappa mentre la percorre. Io sento salire l’onda dal basso ventre — quella cosa lenta, calda, che mi sale fin nel petto — e le mie mani si aggrappano ai suoi capelli, senza tirarli, solo per averlo lì. La testa mi si appoggia al muro. Gemo piano, poi meno piano. Fuori la pioggia batte sui vetri del bagno con un rumore continuo che copre tutto, e questo mi dà il permesso di non trattenermi.
Quando vengo, vengo con la schiena inarcata contro le piastrelle, le cosce che gli stringono le tempie, un grido strozzato nella gola. Lui non si stacca finché non finisco davvero. Poi risale, mi bacia il ventre, le costole, il seno, il collo, e mi bacia in bocca con il mio sapore addosso. Non ho tempo di riprendere fiato. Gli sfilo la camicia dalle spalle, gli sbottono i pantaloni con le mani ancora un po’ bagnate, gli tocco il petto, i fianchi, il ventre. Ha un corpo asciutto, magro, con un accenno di peluria scura in mezzo al petto. Lo prendo in mano e lui chiude gli occhi.
Non finiamo in bagno. Mi solleva contro il muro e mi porta di là, in camera. Il letto è basso, senza testiera, con un lenzuolo bianco. Mi lascia cadere sopra e io sento il lenzuolo freddo contro la pelle ancora bagnata dai suoi baci e dalla pioggia. Si spoglia in fretta e viene sopra di me. Il suo peso arriva pieno, il petto contro il mio, la sua bocca di nuovo sulla mia. Mi apre le gambe con il ginocchio e quando entra dentro di me lo fa piano, tenendomi lo sguardo, e io lo accolgo con un suono lungo che non è una parola.
Si muove lentamente all’inizio, come se volesse essere sicuro che lo sto sentendo tutto. Le sue mani sono ai lati della mia testa, quelle mani, le vene in rilievo, il palmo che si è scaldato del mio calore. Io alzo il bacino per andargli incontro, per averlo di più, e lui accelera. Mi guarda mentre si muove. Non chiude gli occhi. Non chiudo gli occhi neanche io. È una cosa che ci stiamo dando in faccia, senza schermi, senza scuse, senza la maschera del caso.
Quando viene affonda il viso nell’incavo del mio collo e resta lì un lungo momento, tutto quel corpo grande sopra di me che trema piano. Sento il suo respiro contro la mia clavicola, il battito del suo cuore contro il mio seno. Non ci diciamo niente. Fuori la pioggia si è fatta più regolare, un rumore di sottofondo che riempie la stanza.
Dopo un po’ mi alzo. Nel bagno raccolgo il vestito, che è ancora bagnato, e il reggiseno. Le mutandine non le trovo, e lascio che restino dove sono. Torno in camera e mi rivesto con la sua maglietta, che è sulla sedia, e con la camicetta bagnata sopra. Lui mi guarda dal letto, appoggiato a un gomito, con quel sorriso storto adesso più stanco.
«Piove ancora», dice.
«Sì.»
Vado alla porta. Faccio i due metri di pianerottolo che ci separano. Metto le chiavi nella mia serratura, la porta si apre con lo scatto che conosco da anni, ed entro nella mia casa specchiata alla sua. Chiudo la porta piano. Resto un attimo appoggiata con la fronte al legno. Fuori, l’acqua continua a scendere dalle grondaie di Chiaia con lo stesso rumore in tutte e due le case.


