Ucraina 1996 – una madre

libro

Mia madre si chiama Liubof. In ucraino significa amore, ma lei l’amore non lo sa che cos’è.

Non ne ha ricevuto tanto nella vita e io penso che sia per questo che è sempre arrabbiata con tutti, che non crede mai a nessuno, che cerca di difendersi sempre, pure quando non c’è niente ad attaccarla, anche da me, e da fuori sembra così penosa.

Lei lo sa che cosa ha avuto, ma soprattutto sa quello che non avrà mai e si arrabbia perché se lo sarebbe voluto prendere quell’amore, ma nessuno le aveva mai spiegato come si fa, e adesso è troppo tardi. Questo almeno è quello che penso io, che io ho sentito.

Quand’ero piccola non giocavo mai con le bambine e non avevo bambole. Mio padre avrebbe voluto un maschio, ma quando nacqui non si scoraggiò e cercò di assicurarsi che io non avessi mai nulla da temere o da invidiare agli altri ragazzini del mio villaggio.

Così a quattro anni ho preso in mano il mio prima fucile da caccia, a cinque anni mi arrampicavo agilmente sugli alberi e sui muri dei vicini e a sei anni ho fatto a botte per la prima volta con un bambino della mia età, però lui non lo sapeva che ero femmina.

Nel piccolo villaggio di T., lontano dalle grandi città, nel 1996, quando io sono nata, la caduta dell’URSS non significava molto. Mentre un intero gigantesco colosso della storia mondiale si sgretolava per sempre, mio nonno, i miei zii, i miei genitori vivevano all’ombra della verità, impotenti, indifesi, come tutti gli altri.

Indipendenza, caduta del comunismo, vanificazione del sogno per cui combatteva da quando riusciva a ricordare, per mio nonno erano solo le voci lontane dei reietti, di quelli che non capivano niente, dei traditori.

Nessuno sapeva bene che cosa sarebbe successo, nessuno capiva bene che cosa significavano quelle notizie che arrivavano da così lontano, dalla città, dove tutto si consumava e da cui tutto dipendeva.

Ero ancora troppo piccola allora, ma riesco a immaginare i loro discorsi carichi della speranza che tutto si sarebbe risolto, che nulla sarebbe cambiato, che ciò per cui avevano combattutto, sofferto e ucciso no, non era stato un fallimento.

Il più grande peccato dell’uomo durante la guerra è forse quello di credere a tutto.

Allora come adesso, non c’era modo di sapere qual era la verità e allora andava bene così, andava bene il governo, il comunismo, i soldati, i deportati, la carestia…e poi?Indipendenza significò abbandono, perché è così che ci avevano lasciati: soli e incapaci di salvarci, e lo sapevano tutti, a parte gli ucraini.

Mio padre chiese la mano di mia madre molto presto: si conoscevano appena ma lui era innamorato pazzo. Avrebbe dato ogni cosa per lei, anche se non aveva niente.

L’aveva guardata al mercato, nei campi, l’aveva sentita mentre gridava contro suo padre perché voleva fare qualcosa che lui le impediva. L’aveva spiata e si era innamorato dei riccioli biondi che le ricadevano sulla fronte, delle gote arrossate dall’ira e delle lacrime che tratteneva a forza. Amava quella luce di Liubof dentro gli occhi che, lui non lo sapeva, ma presto l’avrebbe ucciso.

Mio nonno gli concesse la mano di sua figlia perché lo giudicava un buon pretendente: onesto, giovane, in salute, umile.

In quella notte di dicembre, ogni cosa era gelata e i pensieri facevano fatica a formarsi, ma il cuore di Yevhen, mio padre, era incandescente come un vulcano quando bussò a quella porta, pieno di paura. Dopo qualche bicchiere di vodka, la gioia che aveva in circolo divenne quasi densa, lui non era mai stato così felice.

Mia madre guardò nascosta da dietro lo stipite di una porta due uomini che facevano tintinnare i bicchieri, imprigionando in quel cin tutto il resto della sua vita.