Girati

cosce

La sala conferenze si sta sfollando.
Anch’io mi sono alzata per salutare alcune persone che conosco mentre ti osservo stringere la mano agli altri membri del congresso che se ne vanno.
Ci guardiamo.

Sono passati due anni dall’ultima volta che ti ho visto e da allora entrambi abbiamo fatto passi da gigante, seppure in due carriere differenti.
Più volte nella mia immaginazione ci siamo rincontrati per caso, in un’occasione come questa. Qualcuno mi ha detto che a immaginarle sempre le cose succedono, e alla fine è successo.

Mi vieni incontro togliendoti la toga che ti copre il corpo da quasi tre ore. La mia camicia leggera sotto il tailleur chiaro mi fa sentire nuda rispetto a tutta quella roba che hai addosso tu, giacca e cravatta comprese.
«Farò una petizione per abolirle le cerimonie pubbliche.» mi dici.
«Sarebbe un passo avanti per la civiltà.» ti rispondo.
Ci abbracciamo come vecchi amici, anche se amici non siamo mai stati.
«Come stai? Piaciuta la conferenza?»
«Molto. Tu sei soddisfatto?»
«Mah… di alcune cose sì, altre andrebbero migliorate.»
«Come al solito.» e sorrido.
«Cosa?»
«Soddisfatto è una parola troppo grossa per te.»

Sorridi e qualcuno ti fa voltare per salutarti.
«Venite al rinfresco?» ti chiede.
«Ma certo.» rispondi tu per tutti e due.

L’enorme palazzo di vetro affaccia su una moltitudine di altri enormi palazzi da un lato e su un deserto sconfinato dall’altro. Io spero che la sala rinfreschi sia dal lato del deserto, per arricchire quella dimensione di sogno in cui precipito con te.
«Sei già alle prese col prossimo libro?»
«Andrà in stampa a breve.»
«Ah. Scusa, non sono molto aggiornato.»
«Da quaggiù la cronaca di fuori paese è difficile che arrivi, figuriamoci la letteratura.»
«È vero. Posso offrirti da bere a spese del console?»
mi chiedi indicandomi l’uscita. Io seguo la direzione della tua mano e mi avvio. Nella grande sala d’accoglienza la tua segretaria ti dà i documenti e il cellulare mentre si porta via la toga con un sorriso gentile.
«È la tua nuova amante?» ti chiedo.
«Nuova no, amante sì.»
«Sei un cliché.» ti prendo in giro.
«E non c’è niente di più bello.»
Raggiungiamo l’ascensore. I miei decolleté sono scomodi. Slanciano le mie gambe già lunghe e la vita sottile, con un effetto magnetico su chi mi si avvicina. Anche i tuoi occhi mi fissano i tacchi.
«Che c’è?» chiedo dopo qualche secondo.
«Anche tu sei un po’ cliché.»
Mi cogli di sorpresa, sorrido.
«Touché.»
«Perché ti sei fatta bionda?»

D’istinto mi volto verso lo specchio dell’ascensore per guardarmi, le porte si aprono.
«Non lo so, volevo cambiare un po’. Non ti piaccio?»
«Mi piaci sempre.»
La sala dà sul deserto. L’area circolare è completamente circondata da vetri, il pavimento è di marmo nero e i divanetti di un colore bianco asettico.
«Tutto qui dentro è un cliché.» dico.
«È vero.» rispondi. «Adesso andiamo a prenderci da bere che finalmente posso rilassarmi.»

Stiamo insieme, beviamo, chiacchieriamo come se fosse scontato che così doveva essere una volta finita la conferenza a cui ci siamo incontrati per caso.
Le persone intorno a noi si somigliano tutte, e anche noi somigliamo a loro. Eleganti, ricchi, facoltosi. Le donne sono quasi tutte snelle e coi tacchi alti. C’è chi porta il velo e chi no e io sono una delle poche bionde. Gli uomini sono di tutte le età, alcuni belli, altri no, alcuni sono grassi e qualcuno di loro ha la pelle scura.
Tu sei uno dei pochi che ha i capelli scombinati da quando ti sei tolto la toga. Non te l’ho detto perché mi piaci così.
Anche se ci conoscono ci lasciano in pace, probabilmente perché non abbiamo conoscenze in comune e siamo estranei agli amici dell’altro.
Mi avvicino alla vetrata, fuori dalla quale una distesa di sabbia sembra non avere orizzonte. È un paesaggio a cui ancora devo abituarmi.
«Non ti piace qui, vero?» mi chiedi dopo un po’ che stiamo zitti.
«È affascinante, ma non vedo l’ora di tornare a casa ogni volta che vengo.»
«Anche io.»

Mi volto verso di te, mi stai guardando. I nostri sguardi fanno un salto indietro nel tempo e vedo il tuo viso avvicinarsi al mio.
Mi baci con delicatezza, come se fosse la prima volta che lo fai, non con me, in generale.
Non mi aspettavo che lo facessi davanti a tutti, mi sento a disagio, resto in silenzio.
«Che c’è?» mi dici. «Sei sfacciata solo nei libri?»
Ti bacio io. Questa volta però non mi trattengo, ti stringo il volto con una mano ed esploro la tua lingua, il calore che non ho mai dimenticato.
Tu ricambi, mi lasci fare, mi prendi per i fianchi, mi avvicini a te, i nostri vestiti si toccano.
«Vieni con me.» mi dici.
In uno stato confuso io ti seguo. In ascensore mi sbottoni la camicia indagando con le mani e mi sollevi la gonna fino all’inguine. Un attimo prima di arrivarci con la mano, le porte si riaprono. Scansiamo due uomini che ci fissano imbarazzati.
«Dove andiamo?»
Non rispondi e dici qualche parola in arabo alla donna seduta dietro l’ampio bancone. Fuori alle porte dell’edificio si accosta una limousine nera nuovissima.
«E quella è tua?»
«Macché. Me l’hanno prestata.»

La macchina è più grossa di quanto pensassi all’interno. Quando l’autista riparte al tuo ordine di camminare fino a che non lo avvisi tu, io ti ho già tolto la giacca e la cravatta e sono alle prese coi bottoni della camicia.


Io sul sediolino e tu inginocchiato di fronte a me ti voglio così tanto dentro che mi strappo i vestiti di dosso come se fossero infuocati.
Le tue mani non sono delicate e mi infili due dita dentro facendomi male. Ti do uno schiaffo in faccia e ti afferrò il collo per impedirti di mordermi. Resisto poco alla tua bocca e lei mi raggiunge comunque, i morsi sul collo diventano insistenti, dolorosi.
Ti mordo un lobo dell’orecchio e ti sento gemere mentre il tuo peso sopra di me diventa insistente. Afferri la mia mano e te la porti al membro, che stringo.
Stringendo le gambe e spingendoti indietro, tu cadi supino sul pavimento della limo e io ti salgo addosso a cavalcioni prendendolo in bocca.
I capelli si mettono in mezzo, li afferri e me li tiri fino a farmi gridare. Mi sollevi la testa e mi guardi, ho la saliva che mi scorre ai lati della bocca.
Ansimi, mi schiaffeggi e me lo rimetti in bocca spingendo fino in fondo.
I tuoi gemiti di piacere sono accompagnati dai sussulti del ventre. Mi stacco con la bocca e ti salgo sopra.
Mentre mi baci mi infili dentro tre dita, due davanti e uno dietro.
Ti afferro il sesso per sostituirlo alle dita ma tu me lo impedisci e ti sollevi.
«Girati.»
Urtando contro il bar e il sediolino, mi metto carponi sul pavimento, con i gomiti sul sediolino.
Mi mordi prima una natica poi l’altra e poi mi infili due dita nel culo e il tuo pene dentro.
Grido di piacere e gemo, mi afferro una natica per allargarmi e tu mi schiaffeggi senza curarti di fare troppo forte.
Il tuo corpo che sbatte contro il mio e io che struscio col seno sui sedili di pelle mi eccita da morire.


Vorrei possederti tutto e vorrei che tu possedessi tutto di me.
Te lo dico e la tua bocca arriva sul mio collo, le mie spalle, la mia schiena. Gemo così forte che ho paura si senta da fuori. Mentre spingi sempre più forte, il mio ventre si contrae e si rilassa per contenerti tutto, per non lasciare andare niente di te.
Sento la tua saliva che mi scorre sul sedere e le tue dita che escono dal culo.
Esci da dentro di me col sesso e sputando di nuovo me lo spingi più dentro.
D’istinto mi ritraggo ma la tua mano mi afferra i capelli e mi costringe a restare immobile mentre entri dietro sempre più dentro.


Mentre spingi io mi tocco davanti, i tuoi gemiti si fanno più intensi, sento il tuo fiato sul collo e il sudore che mi scorre addosso a piccole gocce.
Ogni volta che spingi e ti ritrai sento meno dolore e più piacere.
Raggiungo l’estasi mentre le tue dita entrano e si uniscono alle mie.
Ti sento venirmi dentro e adoro quel liquido caldo che mi riempie.
Restiamo stesi sul pavimento della macchina godendoci quel momento, con entrambi i corpi sfatti e qualche graffio e livido in più che li colorano.
È rilassante il movimento della macchina e il fresco dell’aria, che congela il nostro sudore.
Restiamo in silenzio per un po’. Mi baci la guancia, la fronte, la bocca e capisco che ne vuoi ancora.
Sorrido.
«Dagli l’indirizzo del mio albergo.»
«Non ti piace qui?»
«Lo adoro.»
«Salimi addosso.»

Claudia Neri