Le otto montagne ~ Paolo Cognetti~ Recensione di Claudia Neri

Le otto montagne – Paolo Cognetti – Analisi e recensione

Le otto montagne è un romanzo di Paolo Cognetti, pubblicato da Einaudi a novembre 2016. Nel 2017 il libro ha vinto il Premio Strega. Un anno dopo la pubblicazione era già stato tradotto in 35 lingue.

Ho letto questo romanzo contemporaneamente a un’altra storia ambientata in una regione del Nord, in cui l’ambiente e il paesaggio non sono sfondo narrativo ma veri protagonisti. Il romanzo in questione è Resto qui di Marco Balzano, di cui a breve pubblicherò la recensione.

Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte.

Le otto montagne: la storia

La storia racconta della vita di Pietro. La sua famiglia vive a Milano ma d’estate va in vacanza in un paesino valdostano di nome Grana, ai piedi del Monte Rosa (nonché paese di residenza dell’autore del libro).

Il padre di Pietro è un appassionato alpinista e trasmette al figlio la sua passione per la montagna. A Grana, Pietro conosce Bruno, un ragazzo di una famiglia di allevatori del paese.

Il monte Rosa

Il padre di Pietro è un uomo ansioso, introverso, amante della fatica e della montagna, che durante le vacanze ama partire presto la mattina per scalare le montagne (mi ricorda il padre Natalia Ginzburg, raccontato in Lessico Famigliare). La madre invece è una donna tranquilla, estroversa, che ama aiutare gli altri e ne fa quasi una missione di vita.

Bruno è un bambino, poi ragazzo e poi uomo che nella vita non ha conosciuto che le vette delle montagne, i campi, gli allevamenti, il colore della neve e le mucche al pascolo. I due amici sono diversi ma profondamente legati da quella montagna, da Grana, dal luogo che è per entrambi “casa”, seppure in due sensi diversi.

Io osservavo le case diroccate e mi sforzavo di immaginarne gli abitanti. Non riuscivo a capire come mai qualcuno avesse scelto una vita tanto dura. Quando lo chiesi a mio padre lui mi rispose nel suo modo enigmatico: sembrava sempre che non potesse darmi la soluzione ma appena qualche indizio, e che alla verità io dovessi per forza arrivarci da solo. Disse: ̶ Non l’hanno mica scelto. Se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace. – E chi c’è, in basso?
̶ Padroni. Eserciti. Preti. Capi reparto. Dipende.

Le otto montagne: il titolo

Bruno vive sulle montagne di Grana e non visiterà mai Milano, perché lui “non sa che farsene della vita in città”. Paolo intraprende un percorso diverso. Va e viene da Milano e a vent’anni inizia il viaggio della vita intorno al mondo, all’esplorazione delle montagne degli altri paesi. Il suo animo inquieto, che cerca sempre casa, lo porta a visitare, esplorare, chiedersi cosa c’è per lui in questo modo e qual è la strada della serenità. È in Nepal che scopre la leggenda delle otto montagne, che racconterà a Bruno al suo ritorno.

Anche in una mattinata del genere riuscivo a cogliere la bellezza di quel posto. Una bellezza cupa, aspra, che non infondeva pace ma piuttosto forza, e un po’ d’angoscia. La bellezza dell’inverso.

Secondo i nepalesi, al centro del mondo ci sarebbe una montagna altissima, il monte Sumeru, e intorno al Sumeru otto montagne e otto mari, disposti come i raggi di una ruota.

Montagna del Nepal

La domanda che si pongono i nepalesi è: “Chi impara di più? Chi fa il giro delle otto montagne o chi arriva in cima al monte Sumeru?”. Chi esplora inquieto ogni centimetro o chi si concentra su un solo obiettivo?

Bruno è colui che ha scalato la montagna centrale della vita e che resta sulla vetta, Pietro è colui che ha scelto le otto montagne. In nessuna montagna però, per Pietro c’è la stessa casa e lo stesso calore di quella di Grana.

Le otto montagne: i temi

Le otto montagne è un romanzo di formazione, è un romanzo di riflessione. Il primo rapporto importante è quello padre-figlio. Il padre trasmette a Pietro la passione per le scalate. Quando Pietro si ribellerà, da adolescente, alle uscite alle cinque del mattino, tra i due c’è un punto di rottura. Il padre continua a tracciare i percorsi, seguendo con matite di colori diversi i traguardi suoi, del figlio e poi di Bruno, che si unirà a loro.

L’autore Paolo Cognetti col suo cane in montagna

C’è qualcosa di tenero, di romantico e di vero in questo. Il padre, presentato come uomo burbero, pratico, ansioso, nasconde anche un lato sensibile. La montagna è l’eredità che lascia al figlio, insegnargli a superare ostacoli e sentieri è il suo modo di amarlo.

Da mio padre avevo imparato, molto tempo dopo avere smesso di seguirlo sui sentieri, che in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare. Che nelle vite come la mia e la sua non si può tornare alla montagna che sta al centro di tutte le altre, e all’inizio della propria storia. E che non resta che vagare per le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e più alta ha perso un amico.

Un altro tema è quello dell’amicizia. Bruno è da un lato quello che Pietro cerca in sé stesso nell’isolamento della montagna. In lui c’è “qualcosa di assoluto”, “qualcosa di integro e puro” dice Pietro, che invidia l’animo dell’amico, non corrotto dalla materialità. Bruno non ne capisce niente di soldi, di vita di città, di educazione e di cose pratiche. Però è dotato di quello spirito buono e forte della montagna. E come tutte le montagne anche Bruno ha i suoi spigoli, i suoi tratti inaccessibili.

Non sa amare con l’affetto comune. È chiuso, introverso, non sa esprimere i suoi sentimenti o parlare di sé. Non ne capisce niente delle sue emozioni e di quelle degli altri, non riesce ad essere empatico con gli uomini come ci riesce con le mucche del pascolo, di cui recepisce ogni minimo segnale.

Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.

Le otto montagne: lo stile

Un silenzio religioso e meditativo percorre tutto il romanzo, un discorso non formulato tra uomo e natura.
E sembra che quanto più la montagna stringa il rapporto con l’anima, tanto più essa si allontani dagli uomini, dalla vita, da tutto il resto.

Viene usata una lingua antica, ricca di termini quasi dimenticati che portano il lettore anche a una riscoperta della bellezza paesaggistica: ad esempio, la pezza, il berio, l’arula. Il libro sembra quasi un quadro da leggere, fatto di neve e di ghiaccio.

Il romanzo profondo e sincero. La scrittura è elegante, fine, curata. L’autore ha scelto attentamente le parole.

La scrittura di Cognetti è così fine che sembra un filo di Arianna sottile colorato come la terra e il cielo che ci porta sulla vetta, attraverso i sentieri delle parole e dei ricordi.

Non mi ricordavo bene perché mi fossi allontanato dalla montagna, né che cos’altro avessi amato quando non amavo più lei, ma mi sembrava, risalendola ogni mattina in solitudine, di farci lentamente la pace.

Autore-protagonista

L’ambiente montano non costituisce lo sfondo della narrazione, ma il fulcro intorno a cui ruotano e prendono corpo temi diversi.

La montagna non è solo nevi e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio tempo e misura.

L’autore Paolo Cognetti in montagna

La narrazione è condotta in prima persona e presenta numerosi riferimenti autobiografici, evidenti anche dalle molte esplicitazioni dell’autore sulla sua esperienza di vita. Negli incontri con il pubblico, e in numerosi articoli e interviste, Cognetti ha infatti raccontato come intorno ai trent’anni, in un periodo di grave crisi esistenziale e politica, dopo avere visto il film Into the wild, tratto dall’omonimo romanzo di Krakauer, abbia scelto di andare a vivere in montagna e vi abbia ritrovato un equilibrio interiore.

Claudia Neri

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