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Mamma per caso – parte 2 – I primi giorni

Parliamone. Veramente, fermiamoci un attimo a pensare a questo ritorno da un mondo ultraterreno alla banalità della vita, che sembra all’improvviso superflua.
Con una ferita dolorosa tra le gambe (o sul ventre) ancora una volta siamo chiamate a mettere alla prova il nostro corpo e la nostra testa per adattarci alla nuova realtà.
Dobbiamo sfamare un piccolo essere umano che, ignorando tutti i nostri spazi e la nostra individualità, entra a bocca tesa nel nostro sonno, nella nostra confusione, nel nostro dolore.
Dobbiamo pensare a guarire, perché altrimenti – e scusate la brutalità – diventeremo costipate come meloni che, oltre ad espellere roba dalla vagina, devono sforzarsi per espellerla anche da qualche altra parte.

Quindi ecco il quadro di una madre post-parto (o almeno di me): dolore intimo per la ferita aperta, un corpo deformato e irriconoscibile, dolore al seno per l’allattamento, e assenza di sonno, per ovvie ragioni.
Mai nella mia vita mi sono sentita più sola.
Nessuno poteva capire come mi sentivo perché, anche se ci sono molte mamme, ognuna di noi porta in quei momenti tutta la sua individualità, tutta se stessa, tutto quello che era prima e che non sarà mai più.
Mi avevano detto che molte donne, dopo aver partorito, si sentono vuote per aver “perso” qualcosa che avevano tenuto dentro per nove mesi.
Ma io non mi sentivo svuotata, mi sentivo confusa. Provavo un tipo di amore che non avevo mai sperimentato, come se all’improvviso avessi scoperto un nuovo colore. Però allo stesso tempo questa cosa avesse preso troppo spazio, troppo tempo, troppe cellule del mio corpo.
E allora dove potevo metterlo quell’amore? Come avrebbe fatto a coesistere con tutte le altre cose che ero e che volevo essere?

I primi giorni sono belli, perché ci sono tutte le attenzioni di chi ci ama. Il bimbo dorme tanto e sembra quasi – in quei momenti – che tutto sia uguale a prima. È un essere piccolo, dolce, incapace di fare del male, che ripone in te tutta la fiducia del mondo e un bene incondizionato.
La prima volta che mi sono riferita a lui come “mio figlio” è stato in ospedale, qualche giorno dopo la nascita, mentre l’ostetrica lo portava fuori dal nido e voleva sapere a chi appartenesse e allora io, con un certo imbarazzo, ho detto: “È mio figlio.” E gliel’ho preso dalle braccia. Molte mamme capiranno quanto è strano definire quella relazione per la prima volta, quel rapporto indissolubile, quel legame che niente potrà mai sciogliere.
Io e te saremo madre e figlio, per sempre, qualunque cosa succeda.
I primi giorni – scesa dall’ospedale e privata della protezione della sanità – io vivevo in una bolla, impaurita dai miei doveri di madre e dal mio non sentirmi all’altezza di portarli a termine. Cura il cordone, dagli le vitamine, fagli il bagnetto, metti la crema al culetto arrossato, fagli fare il ruttino, cullalo all’infinito quando ha mal di pancia, attenta a come dorme che a testa in giù potrebbe soffocare… eccetera eccetera.

Non so alle altre mamme ma per me anche l’attaccamento al seno è stato un trauma. Un dolore profondissimo quando le sue labbra diventavano una ventosa o quando continuava a staccarsi e attaccarsi. Senza parlare poi di quanto faceva male stare seduta con la ferita ancora aperta. Violata nella mia intimità, ricordo che quelli erano i momenti in cui piangevo di più. Di notte, soprattutto. Non tanto per il dolore fisico, ma perché ero esausta da ogni punto di vista, e quel dolore faceva traboccare il vaso delle mie emozioni, concentrandole tutte in quell’unico momento.

La cosa veramente assurda di tutto questo è che, nonostante il dolore, l’ansia, la paura, l’inadeguatezza, non sono mai riuscita a canalizzare la colpa verso mio figlio. Mentre è mia indole naturale cercare sempre un colpevole verso cui sfogare la rabbia dei miei malesseri (anche involontariamente), nel caso dell’allattamento e di tutto quello che ne conseguiva non ho mai provato rabbia verso Leonardo.
La solitudine di questi momenti – notte, dolore fisico, pianti inconsolabili – è difficile da spiegare a chi non ci è passato. Per quanto il nostro compagno/a possa starci vicino, quella solitudine è una parte della maternità dove non potrà mai entrare. Non è colpa sua, ma questo non lo ha reso meno doloroso per me.

Dalla mia descrizione sembra tutto brutto, ma in realtà i primi giorni sono anche meraviglia. Sono il tempo in cui Leo mi ha curato le ferite dormendomi in braccio, in cui ho speso ore a fissarlo addormentato perché mi dava (e ancora mi dà) pace. Sono i giorni in cui lui conosce gli altri e io ho avuto la sensazione di donare un po’ della parte migliore di me alle persone che amo. Sono i giorni in cui il padre inizia a tessere con il figlio la tela che li renderà uniti per sempre e io sono stata felice di vedere questo accadere. Mentre per me mamma è stato tutto fluido, naturale, come – appunto – una parte di me vedeva la luce del sole, per il papà il rapporto inizia “adesso”, quando ancora lui si sente un po’ intruso in una relazione perfetta, un po’ superfluo in un rapporto simbiotico. La creazione di quel legame, di quella fiducia, di quell’amore è uno spettacolo che non mi stanco mai di guardare, giorno dopo giorno.

Segue La parte III – L’istinto materno

 

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

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