Essere madre significa inevitabilmente essere sole.
È difficile spiegare quanta solitudine c’è in quello che solo noi possiamo provare e capire nei confronti dei nostri figli.
Ed è difficile anche quando ci confrontiamo con i nostri stessi compagni, mariti, fidanzati, che dovrebbero essere nella nostra stessa bolla una volta diventati papà.
È umano e naturale che la madre sia più legata al figlio, in quanto è indispensabile per la sua sopravvivenza. Deve allattarlo, deve dare continuità a quello spazio che prima era interno e ora invece è al di fuori del corpo, ma di cui il bambino ha ancora bisogno. Ma c’è qualcos’altro che scatta nella mente, un boato, un vuoto, una forza potentissima che non possiamo ignorare e sotto cui talvolta ci sentiamo soccombere.
C’è qualcosa di più di questa “necessità” fisica che mi ha travolto quando ho partorito Leonardo. C’è qualcosa di più che mi ha travolto dopo la nascita, ogni giorno di più, fino a sovrastarmi completamente.
Come avrei potuto io, ritornare a lavoro dopo una settimana?
Come avrei potuto io, stargli lontano così tante ore? (anche dopo uno, due, tre mesi)
Come potrei io, tornare a casa e non correre da lui come primo pensiero?
Come potrei io, lasciarlo anche solo poche ore senza sentirmi colpevole?
L’istinto materno è una sensazione abnorme, travolgente. Se dovessi figurarlo, l’unica immagine che mi viene in mente è una tempesta di sabbia che, quando arriva, copre tutto quello che incontra, lo cancella, lo sopprime.
Io mi sento come se fossi posseduta, completamente soggiogata da questo istinto di cura, di attenzione, di veglia.
Il mio sonno è diventato così leggero che basta un soffio a farmi spalancare gli occhi, vigile e attenta.
Ogni situazione e circostanza viene analizzata dal punto di vista dei potenziali pericoli per il bambino: scale-cadere, acqua-scivolare, esterno-freddo, estate-sbalzi termici, mani altrui-pericolo, pianto-allarme generalizzato, e tutto il mio sistema nervoso in tilt.
All’inizio ci scherzavo, ma la verità è proprio questa: il bimbo prende possesso di tutte le tue funzioni primarie di base, partendo dal sonno (ovviamente), agli istinti più reconditi che non pensavi nemmeno di avere.
E quindi sì, l’istinto materno è a tutti gli effetti qualcosa di animale, più vicino alla natura selvaggia che alla civiltà e tutte le mamme che ricordano i primi mesi di vita (ma non solo) mi daranno ragione.
Dopo le prime settimane di convivenza col piccolo Leo, è iniziata per me la fase in cui cominciavo ad abituarmi al mio bambino, alla sua presenza nella mia vita, ai suoi ritmi e alle sue abitudini. Cominci a conoscere tuo figlio, iniziano a delinearsi dei tratti che lo distinguono dagli altri bambini, quelle piccole cose che sai solo tu che lo rendono unico.
È tutto una scoperta e ogni cosa è meravigliosa. Come vuole stare in braccio, in che posizione dorme, i capelli che cadono, la faccia dopo la poppata, eccetera, eccetera…
Il suo sonno e i suoi bisogni cambiano velocemente, tu insegui l’illusione di una stabilità che sai non arriverà se non per essere sconquassata di nuovo. La cosa positiva che pensi è che, se è vero che tutto corre veloce e passa in fretta, questo varrà anche per le cose peggiori: pianti inconsolabili, coliche, nottate, rigurgiti e tutto il resto.
I primi mesi sono stati il periodo in cui mi è sembrato impossibile ritornare alla vita di prima, impossibile amare quello che amavo prima. Ogni cosa a cui pensavo (la palestra, il lavoro, gli amici, le serate) mi metteva ansia, come se appartenesse a qualcun altro, a un altro carattere.
Mentre col tempo ho dovuto riconoscere che quella ero io, ero sempre stata io e che prima o poi sarei tornata.
Di tutto quello che ero e sarei stata, nulla sarebbe più stato uguale, ma non in maniera negativa. Abbandonavo una parte di me, per fare spazio a qualcosa di nuovo, qualcosa che si stava creando insieme a mio figlio e che non era soltanto un rapporto con un altro essere umano, era qualcosa di interno e di profondo.
Le mie priorità si sono risistemate, e non nel senso che mio figlio è diventato tutto e ho abbandonato qualunque altra cosa. Nel senso che ho capito che c’erano delle cose della mia vita che non facevano più parte di me e che avevo portato avanti per troppo tempo inutilmente.
L’ESSENZIALE È DIVENTATO VISIBILE AGLI OCCHI.
Senza nemmeno farlo apposta ho eliminato a poco a poco tutto il superfluo, comprese alcune sensazioni negative che prima pensavo di non poter controllare mentre ora, dopo aver dato la vita, si erano rimpicciolite.
Tutto il mio mondo si è messo in ordine nella mia testa, ridimensionando la bellezza e il dolore provati finora, le delusioni e le mancanze.
Scrivo oggi, a sette mesi dal parto, mentre tutto cambia velocemente e io inseguo questa carta e penna per cercare di non dimenticare niente di questa esperienza che mi fa crescere ogni giorno.
Qualche anno fa qualcuno mi disse: “È più quello che loro insegnano a noi che il contrario, alla fine.”. E oggi – anche se sono mamma da così poco – penso di dargli ragione.



