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Mamma per caso · Parte 4 · Undici mesi e i primi passi – – Claudia Neri

Stamattina Leo si è tirato su al divano. Lo fa da settimane ormai, ma stamattina c’era una cosa nuova: ha mollato la presa, è rimasto in piedi due secondi interi nel mezzo del salotto, da solo, poi è caduto seduto e ha riso, come se quel piccolo gioco di equilibrio se lo fosse inventato lui. Io ero in cucina a sciacquare il biberon e ho assistito a tutto da dietro il piano, in quel modo strano in cui si guardano da lontano i figli quando in realtà vorremmo solo tenerli stretti.

Undici mesi domani, e nessuno mi aveva detto che ad accompagnare i primi passi non sarebbe stato l’orgoglio puro che mi ero immaginata, ma una cosa più complicata, fatta a metà di meraviglia e a metà di una specie di lutto silenzioso.

Il corpo che si stacca

Per undici mesi il corpo di Leo è stato un’appendice del mio. Prima dentro, poi addosso, poi accanto, ma sempre a portata di mano, sempre raggiungibile in due passi. Mi è sembrato a tratti faticoso, certo — voi madri sapete cosa intendo quando dico che alla fine della giornata avresti voluto restituire la pelle a chi te l’ha prestata. Ma era anche una geografia precisa: il suo respiro mi indicava se ero ancora viva, il suo peso sull’anca mi diceva esattamente che ore erano del mio pomeriggio.

Adesso quel corpo comincia a staccarsi. Si tira su, gattona via dal tappeto, si volta a controllarmi e poi torna a guardare l’orizzonte di casa come se ci fosse una destinazione interessante da raggiungere. Non sono più la sola direzione possibile. È giusto così, lo so, è esattamente il senso di averlo messo al mondo — e però è anche la prima vera perdita che mi sta toccando come madre, e nessuna delle persone che mi hanno detto “goditelo che crescono in fretta” mi aveva spiegato quanto fosse fisica questa frase.

Voi quando ve ne siete accorte? C’è stato un giorno preciso, per voi, in cui avete sentito che il bambino non era più solo il vostro prolungamento? O è successo come a me, in cucina, senza preavviso, mentre facevate un’altra cosa?

Le notti che sono tornate

Avevo cominciato a credere alle storie sul sonno. Per qualche settimana, intorno ai nove mesi, Leo si svegliava una volta sola e si riaddormentava da solo dopo poco — abbastanza da farmi dire al padre, mentre bevevamo il caffè in piedi, “Forse ce l’abbiamo fatta”. Lo dicevamo piano, quasi con scaramanzia, come si parla davanti a qualcuno che sta dormendo e che potrebbe svegliarsi se alzi la voce.

I denti sono arrivati subito dopo, ovviamente. Due in basso, già pronti, e altri due che premono sotto le gengive e che vedo lucidi sotto la luce della lampada quando alle tre di notte gli infilo il dito in bocca per capire cosa abbia. Le notti hanno ricominciato a spezzarsi in pezzi piccoli, e con loro le mie giornate.

Sono di nuovo quella donna lì: con gli occhi gonfi al mattino, che cerca il telefono per controllare l’ora e scopre che ha dormito a frammenti di un’ora e mezza. Mi siedo sul bordo del letto e penso che mia madre questo lo ha fatto per quattro figli, uno dopo l’altro, e non l’ho mai vista lamentarsi davvero. Adesso che ci sono dentro io le scrivo messaggi a notte fonda solo per dire “come hai fatto”, e lei risponde la mattina con una faccina, perché non c’è una vera risposta da dare a una domanda così.

Il ristorante che intanto va avanti

In tutto questo il ristorante continua a esistere. Green M’Ama non aspetta che Leo metta i denti per aprire la sera, le prenotazioni arrivano a qualunque ora del mio rincorrermi, e c’è una parte di me che alle sette di sera, mentre lo allatto, sta già pensando a un’ordinazione, a un fornitore, a una mail rimasta aperta sul telefono.

Non lo racconto come lamentela. Il lavoro mi tiene viva, mi ricorda che esisto al di fuori dell’allattamento e dei pannolini, e nei giorni più duri è anche un sollievo poter pensare a qualcosa che non sia il numero esatto di ore in cui Leo ha dormito. Lo racconto perché so che molte di voi conoscono questa doppia presenza, questo essere madre e qualcos’altro contemporaneamente, e so che a volte ci sentiamo dire — quasi sempre da chi non ci è dentro — che dovremmo scegliere. Io non scelgo, e penso che neanche voi vogliate scegliere, e se invece avete scelto, in un senso o nell’altro, va bene comunque: ogni assetto è il vostro modo di tenere insieme i pezzi.

C’è una cosa sola che mi colpisce, di tutto questo: che il padre di Leo, alla stessa ora in cui io ricalcolo la mia giornata, può ancora pensare di sé come prima. Lavora, certo, e tantissimo, e ama suo figlio in modo evidente. Ma la sua identità non si è spaccata in due come la mia. Lo dico senza rancore, solo come constatazione — è il Paese in cui viviamo che continua a chiedere a noi madri di rifondarci da capo, e ai padri di aggiungere semplicemente una voce alla loro vita già esistente.

Ancora bambino, per un po’

Stasera, dopo cena, Leo si è addormentato sul mio petto. Lo so che non è più un neonato, lo so che fra poco non ci starà più disteso così, con la guancia che mi si appoggia esattamente nell’incavo della spalla e una manina chiusa che mi tiene il bordo della maglia. Sento il suo respiro che rallenta e divento immobile, di quella immobilità totale che si impara a fare solo dopo un figlio, quando capisci che muovere un muscolo significa svegliarlo e perdere venti minuti di vita.

In quei venti minuti penso che camminerà presto, probabilmente entro l’estate, forse prima del compleanno. Mi chiedo se mi accorgerò del giorno esatto, se lo segnerò sul telefono o se me ne ricorderò solo perché c’era una certa luce, una certa canzone alla radio, un certo odore di pomodoro che bolliva in cucina.

Voi ve lo ricordate, il giorno preciso in cui vostro figlio ha camminato? O è scivolato via anche a voi, dentro la confusione delle giornate, e ve ne siete accorte solo dopo, guardando una foto e dicendo “qui ancora gattonava”? Ditemelo, perché stasera ho bisogno di sapere che non sono l’unica a voler trattenere qualcosa che il tempo, intanto, ha già deciso di portarsi via.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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