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Mamma per caso · Un anno di Leo – Claudia Neri

Le sei del mattino

Mi sono svegliata da sola, prima della sveglia, prima che lo facesse Leo. A quell’ora del primo luglio la luce è già dentro la stanza, una luce sottile, ancora orizzontale, che taglia il pavimento di sbieco e arriva fino al bordo del letto. L’aria aveva quella consistenza tiepida che ricordo da un anno fa, identica, e per qualche secondo non ho saputo distinguere se mi stavo svegliando nel 2026 o se stavo per partorire un’altra volta. Il corpo a volte ricorda prima della testa.

Un anno fa, esattamente in questa stessa stanza, mi ero svegliata uguale, alla stessa ora, con la stessa luce. Il travaglio non era ancora cominciato — sarebbe arrivato verso le dieci, in quel modo che hanno certe cose importanti di farsi annunciare con anticipo e poi prendersi tutto il tempo che vogliono. Ma il mio corpo, alle sei, sapeva già. Adesso lo so anch’io: il corpo sa sempre prima.

Sono andata in cucina. Ho messo su il caffè. Mi sono appoggiata al bordo del lavello e ho pianto un poco, di quel pianto piccolo che non chiede niente, che esce e basta, come quando si versa un bicchiere d’acqua troppo pieno. Pensavo a Leo addormentato di là, con la sua coperta storta e il piede fuori dalle lenzuola. Pensavo che dodici mesi prima, esattamente in quel momento, ero ancora intera in un modo che oggi non saprei più descrivere.

Dodici mesi

Volete che vi confessi una cosa strana? Il primo anno di tuo figlio è il pezzo di tempo più contorto che esista. Da un lato è durato un secolo. Le notti delle prime settimane, quando ogni ora durava una settimana e ogni settimana durava una stagione. I mesi in cui non ho mai chiuso una giornata senza una macchia di latte sulla maglietta. Le settimane senza sonno vero, che hanno una loro qualità temporale particolare, una specie di sospensione liquida in cui il tempo non scorre, sgocciola.

Dall’altro è volato. È sparito. Mi giro e ce l’ho davanti che cammina aggrappato al divano, con quei due dentini sotto, e mi sembra che fino a ieri fosse un pacchetto caldo che dormiva sul mio petto.

Tutti e due, contemporaneamente. Lunghissimo e brevissimo. Mi è già successo con altre cose della vita, ma niente come quest’anno. È come se il tempo, in questi dodici mesi, fosse stato messo dentro una lavatrice e mi ritrovassi adesso a stenderlo, e a non riconoscerlo più nella forma in cui me lo ricordavo.

E mentre lo stendevo, questa mattina presto, mi è venuta la domanda che tenevo lontana da un po’. Una domanda che immagino conosciate.

Quanto tempo, in questi dodici mesi, sono stata me stessa?

Non madre di. Non moglie di. Non quella che gestisce, organizza, ricorda, pianifica, porta avanti. Quanti minuti, in un anno intero, sono stata semplicemente io, senza un altro corpo addosso, fisicamente o mentalmente? Ho provato a contarli e mi sono fermata, perché il conto fa male in un modo che non serve a niente.

Però la domanda resta. E credo che dovremmo farcela più spesso, noi madri, senza vergognarci della risposta.

L’idea di rifarlo

C’è una cosa che non avevo previsto di sentire stamattina, e invece l’ho sentita forte. Una paura precisa, fisica, che mi è salita su mentre il caffè bolliva.

La paura di rifarlo.

Non perché Leo sia stato un errore — Leo è la cosa più giusta che mi sia mai successa. Ma proprio perché lo so, adesso, cosa significa. So che il parto non è una scena di film, è una sospensione del mondo. So che le prime settimane non sono “stancanti”, sono un’altra modalità di esistere. So cos’è guardare il soffitto alle tre del mattino con un bambino che non si attacca, e non avere nessuno a cui spiegarlo davvero, perché chi non ci è dentro non capisce.

E so anche un’altra cosa, più scomoda: la prima volta sono arrivata al parto senza essere pronta. Non si è mai pronte, lo dicono tutti, e in parte è vero. Ma c’è una differenza tra non essere pronti e non sapere a cosa si va incontro. La prima volta ti tuffi al buio, e il buio in qualche modo ti aiuta. La seconda volta sai. E sapere fa una paura diversa.

Stamattina ho pensato: se succedesse di nuovo adesso, sarei pronta? E la risposta onesta è no. Non ancora. Non perché non vorrei un altro figlio — forse sì, forse un giorno, forse mai, non lo so. Ma perché un anno non basta a ricostruirsi abbastanza da poter ricominciare. Un anno è appena il tempo per cominciare a riconoscere la nuova versione di sé. Per partorire di nuovo serve una donna intera, e la donna che sono in questo momento è ancora un cantiere aperto, con i muri tirati su a metà e la polvere ovunque.

L’ho scritto qui, oggi, alle sei del mattino del primo compleanno di mio figlio, perché credo che lo dobbiamo dire più spesso, e a voce più alta. Non siamo macchine che si resettano in dodici mesi. Il corpo che ha portato e partorito ha bisogno di tempo per tornare un corpo solo suo. La testa anche. E decidere quando — e se — rifarlo è uno dei pochi gesti di libertà vera che ci restano, dentro tutto quello che la maternità ci chiede.

Buon compleanno, Leo. Ti aspetta un altro anno intero, e questa volta tua madre lo sa, come si fa. Ma sa anche, finalmente, quanto vale ogni mese in cui torna un po’ a sé stessa.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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