Arrivo a scuola con cinque minuti di ritardo. Vengo dall’ufficio in linea retta, il tailleur grigio che porto da stamattina, la camicia di seta beige stropicciata sotto la cintura, i capelli biondi raccolti sulla nuca con un elastico che ha già perso tenuta. Parcheggio in seconda fila contro un muretto, scendo con le ballerine, attraverso il marciapiede. Il sole di metà giugno picchia ancora forte, sa di asfalto bagnato dalle bottiglie d’acqua che le bambine si rovesciano addosso, di crema solare e di sigaretta che qualche padre fuma a venti metri dal cancello.
Le altre madri sono già lì. Le riconosco con la coda dell’occhio — quella in leggings rosa, quella con la gonna lunga di lino, quella che porta sempre il cane piccolo nella borsa. Mi metto un po’ indietro, contro la grata, dove c’è ancora un filo d’ombra. Tiro fuori il telefono per non dover salutare nessuna in particolare. Sono magra, lo so, e quando porto il tailleur in mezzo alle altre divento un pezzo di mobilio. È una cosa che mi piace, di solito. Oggi mi piace anche di più, perché ho la testa altrove — la riunione finita male, Andrea che dorme di giorno e si alza solo per cenare prima del turno, Leo da portare a casa, fare il bagno, mettere a letto.
Lui sta in piedi vicino al cancello. Lo vedo dopo un po’, perché tutte le altre lo stanno guardando. Alto, sopra il metro e novanta, una camicia bianca arrotolata sopra i gomiti, pantaloni scuri, scarpe basse. I capelli neri pettinati indietro, una mascella precisa, un sorriso che spinge fuori una fossetta sulla guancia destra ogni volta che dice qualcosa alle altre. È bello in un modo evidente, scolpito, di quelli che si vedono in pubblicità di orologi. Le madri intorno a lui ridono più forte del necessario, gli sfiorano il braccio quando gli rispondono. Una si è tolta gli occhiali da sole apposta.
Io lo guardo per due secondi e torno al telefono. Non perché non mi piaccia. Mi piace, oggettivamente. Ma sono stanca, e non ho voglia di entrare in nessuna di quelle dinamiche, e poi ho un anello al dito che mi ricorda chi sono, anche se in questo momento non mi ricorda niente di particolare. Lui mi guarda. Lo so perché alzo gli occhi un attimo e li incrocio direttamente con i suoi — sono di un castano chiaro, quasi miele. Restano sui miei un istante più del normale, e io abbasso lo sguardo per prima. Non per imbarazzo. Per stanchezza.
Suona la campanella. I bambini iniziano a uscire a fiumi, gli zainetti che ballano, le voci che riempiono la strada. Leo esce con Tommaso, si tengono per il manico dello zainetto a vicenda, ridono di una cosa che si sono detti. Mi accorgo che Tommaso è suo figlio quando lo vedo trascinare Leo verso il cancello, dove lui si è chinato a salutarlo. Ci ritroviamo a metà del marciapiede, i due bambini al centro, noi due ai lati.
«Allora siete amici» dice lui ai bambini, e poi a me, «non lo sapevo. Sono Marco.» Mi tende la mano.
«Sara» dico, e gli do la mano. È grande, asciutta, calda. Ha un anello sottile d’argento al mignolo destro.
«Tommaso parla di Leo da settimane» dice. «Credevo fosse un compagno di classe.»
«Sono in sezioni diverse. Si vedono in cortile.»
Sorride. La fossetta. Mi dice una cosa breve, civile, da padre a madre, e si vede che si aspetta che io ricambi con qualche frase più lunga, un sorriso più ampio. Io non lo faccio. Gli dico solo che è un piacere, che Leo gli vuole bene, e mi giro verso la macchina tenendo Leo per mano.
Vedo subito la gomma. Anteriore sinistra, sgonfia, schiacciata sul cerchione. Mi fermo.
«Cazzo» dico piano, perché Leo è accanto a me.
Lui è ancora a qualche metro. Vede dove sto guardando, si avvicina, si china sulle ginocchia accanto alla ruota. Passa il pollice sulla parete della gomma e tira fuori, fra il polpastrello e l’unghia, un piccolo chiodo nero.
«È andata» dice. «Hai la ruota di scorta?»
«Non lo so. Probabilmente.»
«Vuoi che ti aiuti a cambiarla?»
«Devo portare a casa Leo, ho mille cose. Chiamo il carro attrezzi domani.»
«Ti porto io.»
Lo dice senza esitazione, senza aggancio. È un’offerta che vale come quella di chi tiene aperta una porta. Guardo Leo. Leo guarda Tommaso. Tommaso ha già le mani giunte sotto il mento come a pregare. Guardo Marco, e lui mi sostiene lo sguardo aspettando una risposta.
«Va bene» dico. «Grazie.»
La sua macchina è una berlina scura, sedili in pelle chiara, profuma di pulito e di un’essenza di legno. I bambini saltano dietro, si allacciano da soli, partono con un discorso sul nuovo livello di un videogioco. Mi metto accanto a lui. Gli do l’indirizzo. Parte.
Guida bene. Cambia con la sinistra senza guardare, e ogni volta che cambia la mano destra resta appoggiata sul cambio, poi torna sul volante. Ha le dita lunghe, le nocche larghe. L’anello d’argento si muove un po’ quando flette il mignolo. Lo guardo dalla coda dell’occhio mentre risponde a qualcosa che gli dice Tommaso. Non gli sto facendo conversazione. Lui non insiste. Ogni tanto mi chiede una svolta, io rispondo. Dietro, i bambini ridono di un secondo in cui Leo è caduto in piscina con le mutande, una storia che ho già sentito dieci volte e che a Marco fa fare una risata bassa, sincera.
A un semaforo, fermo, mi gira la faccia verso di sé. Non per dire niente. Solo per guardarmi. Io reggo lo sguardo. È un secondo. Poi scatta il verde e lui rimette gli occhi sulla strada. Sento qualcosa muoversi nel petto, sotto la camicia, una cosa piccola che non avevo invitato.
Arriviamo. Scendo, sgancio Leo, lo prendo per la mano. Tommaso si sporge dal finestrino per salutare. Marco scende anche lui, gira intorno alla macchina, mi consegna lo zaino.
«Se domani ti serve una mano con la ruota» dice.
«Ho un’officina sotto casa, grazie.»
Annuisce. Non insiste. Non mi chiede il numero. Sale in macchina, parte. Tommaso saluta con la mano. Leo saluta finché la macchina non gira l’angolo, poi mi chiede se possiamo invitarlo a giocare a casa una volta. Gli dico di sì senza pensarci.
Saliamo. Bagno, cena, libro, letto. Leo si addormenta sul terzo capoverso. Andrea si è alzato alle sette, ha mangiato un panino in piedi, si è infilato la divisa, mi ha baciato sulla fronte alle nove meno un quarto ed è uscito. Sento il rumore della sua macchina che parte sotto la finestra, poi il silenzio della casa che si chiude addosso.
In cucina mi tolgo il tailleur, mi infilo una vecchia maglietta dell’università e dei pantaloncini di cotone azzurri, sciolgo i capelli. Non mi trucco neppure per disfare il trucco, lo lascio dov’è. Mi sdraio sul divano con il telefono in mano e leggo un articolo che non capisco.
Bussano alla porta. Tre colpi piani, di nocca. Non il citofono, perché qualcuno gli ha aperto il portone. Non il campanello, perché Leo dorme.
Lo so prima di alzarmi.
Vado all’ingresso a piedi nudi, accendo solo la luce della cappa che si vede dal corridoio, una luce gialla bassa che basta a vedere la porta. Apro. Lui è lì. Stessa camicia bianca di prima, un po’ aperta sul collo, le maniche ancora ai gomiti.
Non dice niente. Io non chiedo niente. Mi sposto di un passo. Lui entra, e quando entra mi passa accanto e mi posa la mano sulla parte bassa della schiena, sotto la maglietta, sulla pelle nuda, e me la lascia lì per il secondo che gli serve a richiudere la porta dietro di sé con l’altra mano.
«Il bambino?» chiede.
«Dorme.»
«Tuo marito?»
«Notturno.»
Annuisce piano. Mi gira verso di sé tenendomi ancora il fianco. Mi guarda — i capelli sciolti, il viso struccato a metà, gli occhi stanchi. Non sorride, adesso. Non c’è più la fossetta della cordialità da scuola. C’è una faccia attenta, ferma, che sembra essersi liberata di un peso.
«Sei sicura.» Non è una domanda, è una verifica.
Annuisco. Mi posa la mano libera sulla guancia, mi gira la testa di lato e mi bacia sotto l’orecchio, piano. La bocca è calda, asciutta. Sento il suo respiro nell’incavo del collo. Mi salgono i brividi giù lungo la schiena fino al sedere, dove la sua mano è ancora ferma.
Lo prendo per il colletto della camicia e lo bacio sulla bocca. Lo bacio come non bacio Andrea da forse due anni — con una fame che mi sorprende, con la lingua che gli cerca subito la lingua. Lui mi risponde senza fretta. Mi appoggia con la schiena contro il muro dell’ingresso, mi tiene un fianco con una mano e con l’altra mi solleva la maglietta. Non porto reggiseno, se ne accorge subito, lascia uscire un fiato breve contro la mia bocca. Mi prende un capezzolo fra il pollice e l’indice, lo stringe piano. Chiudo gli occhi.
Mi tira la maglietta sopra la testa, la lascia cadere sul pavimento. Mi guarda — sono magra, ho il seno piccolo e la pelle chiara di chi non vede mai il sole — e quello che mi sorprende è che non mi sento giudicata. Mi posa il palmo aperto sul ventre, lo fa scorrere lungo i fianchi, fino all’elastico dei pantaloncini.
«Vieni» dico. Lo dico per non farlo restare nell’ingresso, perché di là dalla porta c’è il pianerottolo.
Lo prendo per la mano e lo porto in cucina. Non in camera. La camera è la camera. Lo porto in cucina, dove la luce della cappa basta. Lui si sfila la camicia mentre cammina dietro di me, la lascia cadere sul corridoio, e quando entriamo è a torso nudo. Ha una pelle dorata, le spalle larghe, il petto liscio con poca peluria scura al centro, una piccola cicatrice di qualche vecchio intervento sulla parte bassa dell’addome.
Mi appoggia con il sedere al bordo del tavolo. Mi abbassa i pantaloncini con due dita di ciascuna mano, lentamente, senza staccare gli occhi dai miei. Sono già bagnata, lo so prima che mi tocchi, e quando se ne accorge — fa scorrere il dorso delle dita lungo la parte interna della coscia e mi sfiora appena — mi guarda con un’espressione di calma che mi piega le ginocchia.
Si inginocchia davanti. La fronte gli arriva all’altezza del mio ombelico. Mi alza una gamba con la mano sotto il ginocchio, me la posa sulla sua spalla, e mi mette la bocca fra le gambe. Senza preamboli, senza giocare. La sua lingua è larga e calda, mi cerca il clitoride al primo passaggio, lo trova, ci si ferma sopra. Tiene una pressione costante, paziente. Appoggio le mani indietro sul ripiano freddo di formica, mi mordo il labbro. Sotto la finestra passa un motorino, sento il rumore allontanarsi, poi il silenzio del cortile. La cappa fa il suo ronzio basso. Lui non cambia ritmo. Continua, e continua, e a un certo punto mi infila due dita dentro, lentamente, e mi tiene così — la lingua sopra, le dita dentro, una doppia pressione che mi fa tirare indietro la testa.
Vengo in piedi, con una mano sulla sua nuca e l’altra che cerca un appoggio dietro di me e trova il barattolo del sale. Mi esce un gemito strozzato che ricaccio in gola pensando a Leo. Le gambe mi tremano e quasi gli scivolo addosso.
Lui si alza, mi prende per la vita, mi tiene su. Si slaccia i pantaloni, li lascia cadere insieme alle mutande, in un solo gesto. Lo guardo — è duro, gonfio contro il ventre. Tira fuori un preservativo dalla tasca dei pantaloni, lo apre con i denti, se lo mette con un gesto rapido. Mi gira. Mi posa la guancia contro il ripiano. Mi entra da dietro, lentamente, fino in fondo. Mi tiene un fianco con la mano e mi appoggia l’altra sulla nuca, leggera, come per ricordarmi di non fare rumore. Comincia a muoversi. Ha lo stesso ritmo della lingua — paziente, fermo, profondo. Tengo le mani aperte sul ripiano, vedo l’anello a sinistra, sul mio anulare, sotto la luce gialla della cappa, e lo vedo come se non fosse mio. Lui mi tira piano per i fianchi, accelera, rallenta, accelera ancora. Mi infila una mano sotto e mi cerca di nuovo il clitoride mentre continua a muoversi dentro. Sento che sto per venire una seconda volta, e questa volta non riesco a soffocarla — mi esce un singhiozzo di respiro che lui blocca posandomi il palmo della mano sulla bocca, e io vengo contro la sua mano, contro il tavolo, con le ginocchia che cedono.
Lui viene poco dopo, in silenzio. Sento solo il suo respiro spezzato contro la mia spalla, le sue mani che mi stringono per un secondo più forte, poi si ferma. Resta dentro di me ancora un istante. Poi si scosta.
Mi giro. Si sta già rivestendo, asciutto, preciso, lo stesso gesto pulito con cui guidava la macchina. Si sfila il preservativo, lo annoda, lo infila in un fazzoletto di carta che prende dal piano. Si rimette la camicia, abbottona, senza guardarmi. Non è freddo. È ordinato.
Resto contro il tavolo, nuda dalla vita in giù. Lui torna verso di me, mi prende il viso fra le mani, mi bacia sulla fronte. Un bacio lungo, fermo. Poi va in corridoio, raccoglie i miei pantaloncini, me li porge. Me li infilo.
«Domani in cortile» dice piano.
«Sì.»
«Buonanotte.»
Esce. Sento la porta richiudersi piano, i passi sulle scale, poi niente.
Resto in cucina. La cappa ronza. Apro il rubinetto, mi sciacquo le mani, bevo un sorso d’acqua dal palmo. Vado in corridoio, raccolgo la maglietta dell’ingresso, me la rimetto. Vado a controllare Leo. Dorme con la bocca aperta, un piede fuori dal lenzuolo. Glielo rimetto sotto.
Torno in salotto. Mi siedo sul divano dove ero prima. L’articolo che leggevo è ancora aperto sul telefono, a metà. Non lo riprendo. Spengo. Resto al buio con le mani in grembo.
Andrea torna alle sei. Lo sento entrare, posare le chiavi nel piattino, aprire il frigo. Non mi alzo. Ho ancora addosso l’odore di legno della sua macchina, sotto il sapone delle mani.



