Quando Andrea si alza dalla tavola — e quel braccio che gli ho guardato per due ore prende il bordo del tavolo per spingersi su — io conto fino a trenta prima di alzarmi anch’io. Lo faccio col vino ancora sulle labbra, le costole appoggiate al ferro battuto della sedia, e nessuno se ne accorge perché stanno tutti ridendo di una storia di Chiara, una di quelle storie che lei racconta a ogni cena con tempi diversi e dettagli che ogni volta cambiano.
Sopra di noi, le travi della masseria. Fuori, la collina che alle dieci di sera ha ancora trentadue gradi, l’aria ferma, le cicale. Marco è in giardino, lo sento parlare al telefono in una lingua che non capisco — qualcosa di lavoro, immagino, perché lo sta facendo per la terza volta da quando siamo arrivati e Chiara mi ha lanciato quel mezzo sguardo che vuol dire scusa. Non importa. Marco al telefono, Chiara che impila piatti e Andrea che scende in cantina sono per me, in questo momento, esattamente la combinazione che mi serve.
Mi alzo. Dico che vado a prendere aria. Nessuno mi guarda.
La masseria è bianca, di pietra spessa, costruita per il caldo: tre stanze al piano terra che si attraversano in fila, e in fondo alla cucina, dietro la dispensa, una porta di legno con un anello di ferro. Andrea l’ha aperta cinque minuti fa e l’ha lasciata socchiusa, e da quel taglio sottile esce un altro mondo, un’aria diversa, un odore che a casa nostra non c’è.
Mi avvicino e spingo. La porta cigola basso, come se non volesse essere udita.
I gradini sono undici, in pietra viva, consumati al centro dove generazioni di scarpe hanno camminato. Ne conto cinque e già sento la temperatura cambiare sulle braccia. Sette, e mi accorgo che i capelli che mi si erano attaccati alla nuca cominciano a staccarsi. Al nono gradino il fresco è una mano aperta sullo sterno, un dono, una bestemmia: agosto sopra a quaranta, qui sotto a diciassette, e in mezzo dodici metri di pietra di tufo che lo stomaco della collina ha cucinato per ottocento anni.
Andrea è di spalle, in fondo, e non si volta. Sta cercando una bottiglia con la torcia del telefono accesa, e nella penombra l’unica altra luce è una lampadina nuda che pende dal soffitto a un cavo lungo, e fa quella luce gialla di quando c’è poca tensione, di quando le campagne respirano stanche. Le bottiglie sono in rastrelliere di legno scuro lungo tutta la parete, file ordinate, tappi rossi e neri, etichette di carta che la muffa ha mangiato ai bordi. C’è odore di terra umida e di legno bagnato e di qualcosa di acido e dolce insieme, che sono i vini che invecchiano. Sotto i piedi, mattonelle di cotto sconnesse.
«L’hai trovata?» dico, piano.
Si volta.
Gli ho guardato le mani per tutta la cena. Sono mani grandi, larghe nei palmi, con le dita lunghe e un anello di acciaio al mignolo che gli ho sempre invidiato senza sapere perché. A tavola le ha usate per spezzare il pane, per versare il vino, per appoggiarle un attimo sul polso di Chiara quando lei gli ha passato il sale, e ogni volta che le ha mosse io ho pensato a come potrebbero pesarmi sulla schiena. È un pensiero che mi torna ormai da tre cene — la prima a Pasqua, la seconda a giugno, questa. È un pensiero che mi torna a tradimento, anche quando sono in macchina con Marco, anche al supermercato, anche quando finisco di lavorare e prendo l’ascensore. Ha la dolcezza cattiva di certi pensieri che non ti scegli.
«No» dice. «Ma adesso sì.»
Non si riferisce alla bottiglia. Lo sappiamo entrambi. Spegne la torcia del telefono, lo lascia su una cassa di legno e fa due passi verso di me. La lampadina nuda gli taglia il viso a metà — la mascella forte da una parte, l’occhio scuro dall’altra, e quel mezzo sorriso che non è un sorriso ma il punto in cui un sorriso comincerebbe, se ci dessimo il permesso. La camicia di lino arrotolata sull’avambraccio, e vedo i tendini che gli si muovono mentre stringe e apre la mano destra, come se contasse anche lui, come se anche lui aspettasse di darsi il via.
«Non ho molto tempo» dico, e mi rendo conto che la voce mi esce ferma, più ferma di quanto credessi possibile. «Marco torna dentro tra dieci minuti.»
«Allora dieci minuti.»
Lo dice come si dice una sentenza. Lo dice come si dice un nome. Mi si avvicina ancora, ed è la pietra a tradirci: indietreggio di un passo e mi trovo con la schiena contro il muro, e il muro è freddo come l’acqua di un torrente, freddo che mi taglia attraverso il vestito di lino sottile e mi tira un fiato che non sapevo di avere. È in quel fiato che lui mi bacia.
Non è un bacio di prova. Mi prende la bocca con una sicurezza che fa male, perché vuol dire che anche lui aveva già deciso, che anche lui aveva contato. Le sue mani — quelle mani — mi prendono i fianchi attraverso il lino, e sento il calore del palmo arrivare alla pelle attraverso il tessuto sottile, e contemporaneamente il freddo del muro sulle scapole, e quei due opposti mi fanno tremare le ginocchia. La sua bocca sa di vino e di sigaretta e di qualcosa di amaro, di sale, di cena finita. La mia gli risponde, gli morde il labbro, lo cerca con la lingua. Gemo dentro la sua bocca, basso, e lui mi soffoca il gemito con un altro bacio, più profondo.
«Piano» mormora staccandosi un secondo. «Sopra ti sentono.»
Sopra ridono. Lo sento adesso che lo dice. Il pavimento della cucina che ci sta sopra la testa porta giù le voci come da un altoparlante rotto, sfilacciate. Una risata di Chiara, una battuta che non capisco. Il cigolio della porta del giardino — Marco che rientra dal telefono, forse, o che esce di nuovo. La masseria che vive sopra, e noi sotto come due ladri.
Mi infila una mano sotto il vestito.
Lo fa senza preamboli, una mano dal basso che mi risale lungo l’interno della coscia, il palmo caldo contro la pelle fredda, e quando arriva all’orlo delle mutandine non si ferma. Sento le sue dita scivolare sotto il cotone, e lui si accorge in un secondo che sono già pronta per lui, e quel sapere lo cambia: si abbandona un attimo contro di me, fronte contro la mia tempia, e gli scappa un respiro che è quasi una risata.
«Da quanto?» mi chiede, sulla pelle del collo, e non so se intende da quanto tempo lo aspetto o da quanto sono bagnata. Per me sono la stessa cosa.
«Da Pasqua» dico.
Lo dico solo per dirlo, perché lui rida ancora basso, perché lui mi morda il collo dove l’ho detto. Le sue dita intanto sono entrate dentro di me e si muovono lente, il pollice che trova il punto giusto al primo tentativo, come se l’avesse studiato, come se ci avesse pensato. Apro le gambe quel tanto che il vestito mi permette, e tiro su una coscia per aiutarlo, e lui mi prende sotto il ginocchio con l’altra mano e me lo solleva, mi apre del tutto. Il muro mi mangia la schiena, freddo. La lampadina nuda mi balla davanti agli occhi, gialla.
«Sopra ridono» dico, e non so se è una protesta o un permesso.
«Lo so.»
Mi sfila le mutandine con uno strappo che non mi spaventa, le lascia cadere sul cotto, si abbassa i pantaloni quel tanto che basta. Non c’è tempo per spogliarci. Non c’è tempo per niente di tutto quello che si fa al riparo, in altri posti, con altre persone. C’è solo il muro contro la mia schiena, la sua spalla sotto la mia coscia destra che mi tiene su come se non pesassi nulla, e il suo sesso che mi si appoggia un secondo, caldo, all’apertura, e si ferma. Mi guarda. Cerca, dentro la luce gialla, un mio sì.
Gli annodo le braccia al collo. Lo tiro dentro di me con il bacino e con un suono di gola che soffoco contro la sua spalla. Entra tutto insieme, e sopra ridono ancora, e io ho la bocca contro il lino della sua camicia che sa di lavanderia e di sudore, e mordo per non gridare. Le sue mani mi tengono le natiche, ferme, e si muove dentro di me con un ritmo che è quasi piano, profondo, calcolato per non far rumore, ma ogni colpo mi prende tutta, mi mangia. Sento la pietra del muro che si scalda sotto le mie scapole, lentamente, della temperatura del mio corpo. Sento le sue dita affondarmi nei glutei fino a farmi male — un male buono, un male che voglio. Sento il battito che ho nelle tempie, le cicale fuori, una voce sopra che dice qualcosa che finisce in una risata di Chiara.
«Guardami» dice piano.
Apro gli occhi. Lo guardo. Ha la fronte contro la mia, gli occhi quasi chiusi, la mascella tirata. Vedo per la prima volta da vicino i puntini più scuri nell’iride, una piccola cicatrice sotto il sopracciglio destro. La camicia gli si è aperta sul petto, il sudore sotto la gola. Mi muovo anch’io adesso, contro di lui, lo accolgo, lo stringo dentro di me. Le mie mani lasciano il suo collo e gli si infilano dentro la camicia, sulla pelle calda, sulle scapole, sulle costole. Lo voglio sentire intero.
«Vieni» mi dice. «Vieni che vengo anch’io.»
E lo faccio. Lo faccio mordendogli la spalla attraverso il lino, lo faccio col bacino che gli si stringe addosso e la schiena inarcata contro il muro che ormai non è più freddo, lo faccio in silenzio se non per un grido smorzato che è il suo nome e non lo è, è solo un suono. Lo sento gonfiarsi dentro di me un secondo prima che venga, e quando viene si ferma del tutto, mi si infila più a fondo che può ed esce con un respiro lungo e basso sulla mia gola.
Restiamo così — quanti secondi non lo so. Le cicale, sopra le risate, e il fresco del muro che mi ritorna addosso adesso che il mio corpo ha smesso di bruciare. Sento la sua mano che mi accarezza il fianco, una volta, due. Sento il suo cuore contro lo sterno.
Poi si stacca. Lo fa piano, senza guardarmi. Si tira su i pantaloni, si rassetta la camicia, si passa le mani fra i capelli. Si china a raccogliere le mie mutandine dal cotto e me le porge. Non sorride, non parla. Ha lo sguardo di chi sta tornando da molto lontano.
Mi rivesto. Mi liscio il vestito di lino sui fianchi, mi tocco i capelli, controllo che non mi tremino le mani. Lui intanto si è girato verso le rastrelliere, ha riacceso la torcia del telefono, e adesso prende davvero la bottiglia, una qualunque, non guarda l’etichetta. Si volta.
«Quella va bene?» chiedo.
«Va bene qualunque.»
Salgo io per prima. Sono undici gradini, e mentre li salgo sento la temperatura tornare addosso — diciotto, ventidue, ventotto, e all’apertura della porta il muro di calore della cucina mi prende come uno schiaffo. La cucina è vuota. Chiara sarà in sala, Marco sarà ancora in giardino. Mi appoggio un secondo allo stipite e respiro. Sento Andrea salire dietro di me, lento, con la bottiglia in mano.
Quando entriamo in sala insieme — io davanti, lui dietro — Chiara ci guarda e ride.
«Ce ne avete messo» dice. «Pensavo aveste fondato una colonia.»
«C’erano troppe bottiglie» dice Andrea. «Non sapevo quale.»
Mi siedo al mio posto. Marco rientra dal giardino in quel momento, mi mette una mano sulla nuca passandomi accanto, e la sua mano mi sembra leggera, di un altro che non c’entra. Andrea apre il vino, lo versa nei calici, comincia da Chiara. Vedo la sua mano destra che impugna la bottiglia, ferma, e per un istante non capisco com’è possibile che sia la stessa che dieci minuti fa mi teneva aperta contro il muro.
Bevo. Il vino è caldo, ha il sapore della stanza in cui siamo. Sopra, nessuno sa niente.
Sotto, la cantina lavora ancora il suo fresco al buio, con la lampadina nuda accesa, perché nessuno di noi due si è ricordato di spegnerla.



