Non conosco nessuno in questa festa e in questo momento è esattamente ciò che voglio. L’hotel affaccia sul mare di Forte dei Marmi con quel tipo di lusso discreto che non si permette il rumore: parquet chiaro, tende di lino che respirano contro i vetri aperti, un grande salone al piano terra dove qualcuno ha allestito una festa di Ferragosto per gli ospiti dell’albergo e per chi si è iscritto pagando un ingresso salato. Io ci sono capitata quasi per caso — una prenotazione fatta di corsa, l’idea vaga di stare sola per una settimana, mangiare pesce, leggere, non guardare il telefono. Ero salita a farmi una doccia dopo la spiaggia e quando sono scesa, con addosso un abito nero corto che non mi mettevo da un anno, la sala si stava già riempiendo. Adesso è quasi mezzanotte e la musica ha cambiato registro tre volte: il jazz da aperitivo si è sciolto in soul, poi in qualcosa di più elettronico e ritmato, e chiunque abbia scelto la playlist ha capito bene che dopo una certa ora le persone non vogliono più parlare, vogliono muoversi.
Ho un calice di champagne in mano e la schiena appoggiata a una colonna. Mi sono già stancata di rispondere a due o tre uomini che si sono avvicinati con la stessa domanda — sei sola? — e ho scoperto che rispondere sì suona meno pericoloso quando lo dici con una certa noia negli occhi. Sono venuta qui per essere sola. Non l’ho ancora ammesso a me stessa fino in fondo, ma l’ho scelto come si sceglie una medicina.
E poi la vedo.
È in mezzo alla pista, con un gruppo di donne che ridono forte, e mi accorgo di lei prima ancora di volerlo. Un vestito color champagne che le arriva a metà coscia, tenuto sulle spalle da due sottili spalline che continuano a scivolarle giù mentre ride. Ha i capelli biondo scuro tagliati alla nuca, corti, con un ciuffo lungo davanti che le cade sull’occhio e che ogni tanto si sistema dietro l’orecchio con un gesto rapido, di lato, sempre uguale. È quel gesto che mi cattura per primo — quel piccolo tic elegante, distratto, che ripete ogni pochi minuti senza rendersene conto. E poi la nuca. La sua nuca esposta, con la linea dei capelli corti che disegna un mezzo triangolo sulla pelle abbronzata, mi fa sentire un vuoto preciso allo stomaco.
Non è alta. Ha il collo lungo, le spalle ossute, le clavicole che nella luce arancione delle plafoniere sembrano scolpite. Un braccialetto d’oro sottile al polso destro che manda un piccolo bagliore ogni volta che alza la mano per portarsi il bicchiere alle labbra. Le sue labbra sono piene, non truccate, un po’ asimmetriche quando ride.
Bevo un sorso di champagne per fare qualcosa. Il liquido è tiepido e mi accorgo che sto stringendo il calice troppo forte. Non so cosa mi stia succedendo. Non l’ho mai fatto con una donna. Ho pensato che avrei potuto, ho letto libri, ho immaginato, ho sentito amiche raccontare, ma sempre come si guarda una città su una mappa: sapendo che esiste, senza andarci. Adesso invece la sto guardando e il pensiero è concreto, ha una forma, si posa esattamente sulla sua nuca e sulla sua bocca.
Lei alza la testa in mezzo al gruppo, ride di qualcosa che qualcuno ha detto, e i suoi occhi mi trovano. È solo un istante, il tempo di far viaggiare uno sguardo dall’altra parte della sala. Sorride appena, un sorriso di lato, e torna a parlare con la sua amica come se niente. Ma io ho la certezza, adesso, di essere stata vista. Non guardata: vista.
Passa un tempo che non riesco a misurare. Mi sposto verso il bar per un secondo bicchiere e quando torno al mio angolo lei si è staccata dal gruppo e balla da sola in mezzo alla pista, con gli occhi chiusi, muovendo i fianchi in modo lento, quasi pigro, come se la musica fosse solo un’occasione. Non è una danza per essere guardati. È una danza per stare bene nel proprio corpo. Ed è proprio questo che mi fa aprire la bocca senza volerlo.
Poso il calice su un tavolino. Mi tolgo i tacchi con un gesto rapido e li lascio sotto una sedia. Il parquet è caldo sotto i piedi nudi. Cammino verso di lei, senza pensare, e quando le sono a un passo di distanza lei apre gli occhi e mi sorride come se mi avesse aspettata.
«Ero curiosa di vedere quanto ci mettevi» dice, e la sua voce è più bassa di quanto immaginassi, un po’ roca, come se avesse parlato troppo o riso troppo per tutta la sera.
Non rispondo. Non so cosa rispondere. Mi limito ad avvicinarmi ancora un poco, a lasciare che il ritmo prenda anche me. Ballare vicino a lei è diverso da ballare in mezzo alla folla: sento subito la sua gravità, il calore che si stacca dal suo corpo, il suo profumo che è qualcosa di caldo — vaniglia, ambra, un fondo di sale — e che scoprirò più tardi essere anche il profumo della sua pelle sotto il vestito.
Balliamo per una canzone intera senza toccarci. È lei a decidere quando finisce il gioco. La sua mano si posa sul mio fianco, aperta, senza premere, come se stesse solo verificando che io ci sia davvero. La mia pelle sotto il vestito nero riconosce il tocco come un segnale che stavo aspettando da tutta la sera senza saperlo. Alzo lo sguardo. Le sue iridi sono chiare, verdi con un pulviscolo dorato dentro, e mi guardano senza fretta, con la stessa calma con cui si stava scegliendo la musica.
«Vieni» dice. Non è una domanda.
Mi prende per mano — la sua mano è più piccola della mia, calda, asciutta — e mi guida fuori dalla pista, poi fuori dal salone, in un corridoio più fresco dove la musica arriva ovattata. Passiamo davanti alla reception, dove il ragazzo di turno finge di non vederci, e prendiamo l’ascensore. Le porte si chiudono e nel piccolo specchio interno vedo la scena da fuori: due donne, una in nero e una color champagne, i capelli spettinati, le guance rosse, gli occhi che non si guardano perché guardarsi in quel momento sarebbe troppo. Le sue dita cercano le mie e si intrecciano lentamente, un dito alla volta, e io penso che non ho mai fatto attenzione a quanto sia intima la mano di una donna. Non è la stretta di una mano d’uomo. È qualcosa che si accorda, che si allinea, che sa già come piegarsi.
Terzo piano. Corridoio lungo, moquette spessa. Lei tira fuori una tessera magnetica da una tasca laterale del vestito, la fa scorrere sulla serratura, apre. Entriamo.
La stanza dà sul mare. Le persiane sono socchiuse e dalla fessura entra la luce arancione dei lampioni sulla passeggiata mescolata al blu del mare notturno. Il letto è enorme, con un copriletto di lino grezzo che qualcuno ha tirato indietro a metà, come se avesse dormito un pomeriggio senza rifarlo. Le sue cose sono sparse ovunque — una borsa aperta sulla sedia, un libro sul comodino, un rossetto sul mobile del televisore — e capisco che la stanza è sua, che ci vive dentro come si vive dentro una casa breve.
Chiude la porta con la schiena. Si appoggia contro di essa e mi guarda. Adesso siamo sole e la musica del salone è solo un basso lontano che si sente attraverso il pavimento. Sento il mio respiro nelle orecchie.
«È la prima volta che lo fai» dice. Non è una domanda.
«Sì.»
«Vieni qui.»
Vado. Faccio quei tre passi che ci separano e mi fermo davanti a lei, così vicina che sento il suo respiro sul mio mento. Lei alza una mano, mi sfiora la mascella con le dita, poi con il pollice mi tocca il labbro inferiore, lentamente, come se stesse verificando che sia vero. Il gesto mi ricorda un altro gesto — il suo, quello dei capelli dietro l’orecchio — e capisco che le sue mani hanno tutte la stessa qualità: sono lente, precise, sicure.
«Non devi fare niente» sussurra. «Lascia fare a me.»
Mi bacia. È un bacio piccolo, esplorativo, morbido. Poi un secondo, più lungo, e la sua lingua trova la mia con una lentezza che mi disarma. Le sue labbra sanno di champagne e di qualcosa di dolce, forse il rossetto che si è stesa e rimessa dieci volte durante la sera. Le mie mani non sanno dove andare — le poso sulla sua vita, sopra il tessuto sottile del vestito, e sento la curva dei fianchi, la morbidezza del ventre, la vita stretta.
Ci baciamo a lungo. Non so quanto. Quando si stacca è per farmi girare — mi mette le mani sulle spalle, mi ruota con una pressione leggera, e adesso io sono di schiena contro di lei, il suo respiro sulla mia nuca, le sue mani che si posano sui miei fianchi. La cerniera del mio vestito nero è dietro. La sento tirare giù, un dente alla volta, così lentamente che sento ogni singolo scatto. Il tessuto si apre e le sue dita entrano nell’apertura, disegnano la mia spina dorsale dall’alto in basso, sfiorano l’attaccatura del reggiseno, scendono.
Rabbrividisco. Lei ride piano nel mio orecchio, un ridere breve, di gola, e poi la sua bocca è sul mio collo — le sue labbra piene, la sua lingua che tocca l’attaccatura dei capelli. Il vestito mi scivola dalle spalle e cade a terra. Resto in reggiseno e slip neri, i piedi nudi sulla moquette, e lei è ancora vestita dietro di me, le sue mani che disegnano i miei fianchi, il ventre, salgono lente fino al seno che copre, ancora sopra il reggiseno, misurandone il peso.
Mi giro. Voglio guardarla. Le sfilo le spalline del vestito, una alla volta, con la stessa lentezza con cui lei ha aperto la mia cerniera. Il vestito color champagne le scivola addosso senza opporre resistenza, cade in una piccola cascata luminosa ai suoi piedi, e lei resta davanti a me in mutandine bianche, senza reggiseno, con quella nuca corta e quelle clavicole nette e un seno piccolo dai capezzoli chiari. È bellissima in un modo che non ha niente di studiato. La guardo per un secondo, due, il tempo di lasciarmelo entrare dentro, e poi la bacio io, la bocca aperta, senza più chiedere permesso.
Ci muoviamo verso il letto senza staccarci. Cadiamo lì sopra con lei sotto di me, il lino freddo contro la sua schiena, i suoi capelli scomposti sul cuscino. Le bacio il collo, le clavicole, la piccola sporgenza dello sterno, e quando arrivo al seno le mie labbra si fermano sul capezzolo destro come se avessero saputo dall’inizio quale fosse la meta. Lei geme piano, un suono basso, di gola, la stessa consistenza della sua risata. Sento le sue dita nei miei capelli, mi tira verso di lei come per tenermi lì, e io succhio, lecco, mordo leggermente, imparando su di lei un alfabeto che pensavo di conoscere già dal mio corpo ma che è diverso quando lo abiti sull’altra parte.
Scendo. Le bacio il ventre, l’ombelico, la piccola linea di peluria chiara che nasce dall’inguine. Le sfilo le mutandine bianche e le apro le cosce con una mano. Lei ha gli occhi chiusi, la testa girata di lato, il respiro che si è fatto più corto. Il suo sesso è caldo, umido, e quando ci appoggio la lingua sento il suo corpo tirare tutto verso di me, come se una corda si tendesse dentro di lei. La lecco lenta, ascoltandola, seguendo i suoi respiri, ferma dove la sento tremare di più, tornando poi al ritmo. Non ho mai fatto questo prima, ma il mio corpo lo sa, lo sa come sanno le cose che si sono desiderate a lungo senza mettergli un nome. Le sue mani stringono le lenzuola, poi trovano la mia testa, mi guidano piano, senza premere, con quel gesto misurato che le è proprio. Il suo bacino inizia a muoversi contro la mia bocca — piccole ondate, sempre più veloci — e quando viene lo fa in silenzio, con una lunga inspirazione che le solleva il petto, le cosce che mi si stringono intorno alla testa, un tremito che le attraversa tutto il corpo dalle ginocchia fino alla nuca.
Le resto sopra, la bocca appoggiata all’interno della coscia, il respiro che si sta calmando. Sento le sue dita che mi accarezzano la nuca, lentamente, come si accarezza qualcuno che ha appena fatto qualcosa di importante.
«Vieni qui» mormora, per la seconda volta stasera.
Risalgo. Mi tira sopra di sé, mi bacia con quella bocca piena, sente sulla mia lingua il proprio sapore, e sorride mentre mi bacia — un sorriso soddisfatto, felice. Poi mi rovescia. Adesso è lei sopra di me. Mi guarda dall’alto, i capelli biondi che le cadono sul viso, la nuca corta esposta quando alza la testa per staccarsi il ciuffo davanti agli occhi con quel gesto laterale che continua a farmi male allo stomaco anche adesso, così, nuda, nel suo letto.
Mi slaccia il reggiseno, lo lancia da qualche parte oltre il bordo del letto. Bacia il mio seno con la stessa cura chirurgica con cui io ho baciato il suo. Poi scende. Le sue mani mi aprono le cosce senza chiedere e la sua bocca mi trova con una precisione che mi fa quasi ridere — come se sapesse già tutto di me. Chiudo gli occhi. Fuori si sente il mare, un vento leggero, qualcuno che ride sulla spiaggia. Dentro c’è solo il suono della sua lingua, dei miei respiri che si stanno rompendo, del cuscino che stringo tra le mani.
Va avanti a lungo. Lei non ha fretta. Mi porta al bordo tre volte, ferma appena mi sente tremare, torna lenta, ricomincia. Quando finalmente mi lascia venire lo fa con due dita dentro di me, la lingua sul clitoride, un ritmo che ha trovato ascoltandomi. Vengo con un gemito che non sapevo di essere capace di fare, un suono lungo, aperto, che rimbalza contro le pareti della stanza e che mi svela — lì, in quel momento — chi sono quando non mi guarda nessuno.
Restiamo sul letto senza dire niente, per molto tempo. Il ventilatore sul soffitto gira piano, l’aria del mare entra dalle persiane, i lampioni della passeggiata mandano il loro giallo tiepido sul soffitto bianco. Lei si accende una sigaretta — vado a scommetterci: la sigaretta di dopo, quella che si fuma solo in certi momenti — e la fuma nuda sul bordo del letto, con la nuca esposta, il ciuffo davanti che le cade sull’occhio, e ogni tanto lo sistema dietro l’orecchio con quel gesto laterale, uguale a stanotte, uguale a sempre. Io la guardo dal cuscino e non dico niente.
«Sei di passaggio?» chiede a un certo punto, senza girarsi.
«Fino a domenica.»
«Anche io.»
Si volta appena, mi sorride di lato, quel sorriso che mi ha rivolto la prima volta dall’altro capo della sala.
«Allora abbiamo tempo, sconosciuta.»
E prima che io le chieda il nome — non glielo chiederò — spegne la sigaretta e torna a letto, buttandomi le braccia intorno alla vita, la sua nuca corta contro la mia spalla, il suo profumo di ambra e sale addosso a me come se non se ne dovesse andare mai.
Fuori, sul mare, qualcuno accende i primi fuochi di Ferragosto. Non li guardiamo. Non serve.



