L’ufficio a fine agosto ha una luce che non conosco durante il resto dell’anno. Entra dalle finestre della sala open space in strisce lunghe e polverose, disegna riquadri gialli sul linoleum, si spegne prima del solito. La città è ancora fuori, nei borghi al mare, e il palazzo è quasi vuoto — si sente lo scricchiolio del pavimento sotto i miei tacchi anche a due stanze di distanza. Rientro io per prima, come sempre. Non perché mi entusiasmi il lavoro, ma perché mi entusiasma questa versione senza rumore del posto in cui passo dieci ore al giorno.
Al secondo piano ci siamo io e lui.
Matteo è arrivato tre settimane fa, mentre io ero in Grecia. L’ho visto la prima volta il lunedì del rientro, in piedi davanti alla macchina del caffè con quella postura leggermente incerta di chi non sa ancora dove tenere le mani. Aveva un maglioncino chiaro sopra la camicia, sbagliato per il caldo, e ne ho subito capito il motivo: era il primo giorno vero — non l’onboarding di luglio, quello serio, con i colleghi presenti — e non era riuscito a decidere cosa mettersi. Ho pensato “sette anni meno di me, forse otto”, ho pensato che aveva le mani belle, magre, con le dita lunghe che si aggrappavano alla tazza di plastica come se fosse importante non farla cadere, e sono andata alla mia scrivania.
Da lì in poi ho contato i giorni.
Ho contato le volte in cui è passato dietro la mia sedia per andare all’archivio, il modo in cui si scosta i capelli dagli occhi con un movimento del polso, quel gesto un po’ impacciato con cui si stringe la cravatta prima di parlare al telefono, come se dovesse ricordarsi ogni volta di essere adulto. Ho contato le volte in cui ha guardato me di sfuggita e ha abbassato lo sguardo. Non tante. Poche, e per questo pesanti.
Oggi è mercoledì. Il piano è deserto. Le ragazze del marketing tornano lunedì, quelli della contabilità sono tutti al mare tranne la Cesarini, che oggi è a casa col figlio febbricitante. All’una e mezza mi alzo per andare a pranzo e mi accorgo che Matteo non si è mosso. È al suo posto, con un panino da bar aperto sulla scrivania e la faccia di chi cerca di sembrare occupato per non dare nell’occhio. Passandogli accanto gli chiedo se scende. Dice di no, che ha da finire una cosa. La cosa non c’è, lo so io e lo sa lui: gli hanno affidato tre pratiche, e per finirle basta un pomeriggio.
Torno alla mia scrivania senza scendere. Apro un file a caso. Sento il ronzio del suo laptop attraverso il divisorio.
Ci vuole mezz’ora prima che io alzi gli occhi.
Quando lo faccio lui sta guardando me. Non fa in tempo a distogliere lo sguardo. Resta lì, con quel misto di paura e di curiosità che a ventisei anni si ha ancora addosso come un profumo. Io sostengo lo sguardo il tempo necessario perché sappia che l’ho visto, e poi mi alzo. Prendo la cartellina delle mie stampe da fare — una cosa che avevo lasciato indietro venerdì, prima delle ferie — e mi dirigo verso la stanza della fotocopiatrice.
Non mi volto indietro. Non serve. Cammino piano, con quel passo che ho quando so che lo sguardo di qualcuno mi segue lungo la schiena.
La stanza della fotocopiatrice è piccola, senza finestre. Un cubicolo. C’è il neon vecchio che ronza sopra la testa, l’odore di toner caldo, la macchina Xerox contro la parete di destra e uno scaffale metallico con le risme di carta a sinistra. Chiudo la porta ma non a chiave — la chiave non c’è, non c’è mai stata, e l’assenza della serratura è già un modo di stare in bilico. Metto la cartellina sul ripiano della fotocopiatrice, apro il coperchio, mi accorgo che le mani mi tremano un po’. Sono più eccitata di quanto avrei previsto.
Passano forse due minuti. Poi sento i suoi passi.
Bussa, così piano che sembra un’esitazione più che un colpo. Dico avanti senza voltarmi. Sento la porta che si apre, che si richiude. Non lo guardo. Faccio partire la stampa.
«Volevo chiederti una cosa sul file di ieri.»
La voce è più bassa del solito. So che ha detto la prima frase che gli è venuta.
Mi volto piano. È fermo con la schiena contro la porta, la camicia bianca leggermente sgualcita nel punto in cui la matita gli ha lasciato un segno grigio, il collo lungo che scompare nel colletto aperto. Le maniche arrotolate fino ai gomiti gli lasciano scoperti gli avambracci — l’unica cosa abbronzata di lui, come se avesse fatto ferie corte e solo di sera. Dietro di lui la macchina sputa fogli caldi, uno alla volta, con un ritmo lento che fa da tempo alla scena.
«Sul file di ieri» ripeto io, e sorrido, ma appena. Faccio un passo verso di lui. Uno solo.
Lui non si muove.
Faccio il secondo. Il terzo. Quando gli sono davanti mi accorgo che è appena più alto di me con i tacchi. Alzo una mano e gli aggiusto il colletto della camicia — un gesto lento, il pretesto per posare le dita sulla sua pelle — e sento sotto il dorso delle dita il collo caldo, il polso della vena che batte veloce. Il mio, in gola, gli tiene compagnia.
«Matteo» dico piano.
Lui deglutisce. Vedo il pomo d’Adamo che si muove.
Poi mi bacia.
È un bacio giovane, di quelli in cui la lingua arriva subito, senza cerimonia, come se avesse aspettato tanto e adesso volesse tutto insieme. Rido dentro la sua bocca e lo rallento con le mani ai lati del viso. Rallentalo tu, il momento, gli dico senza parole — e lui capisce. Il secondo bacio è più lento, più profondo. Sento la sua mano che mi cerca la vita, che risale sotto la camicetta, che trova la pelle. Ha la mano fredda dell’aria condizionata, e il contatto mi manda una scarica dritta in mezzo alle cosce.
Lo spingo con il palmo aperto contro la porta. La sua testa fa un piccolo tonfo. Sorride.
Gli slaccio la cintura. È un gesto secco, deciso — voglio che sappia chi ha davanti. Voglio che sappia che l’ho pensato, questo momento, non da adesso. Voglio che sappia che l’ho pensato la settimana scorsa, mentre lui si chinava sopra il mio schermo per guardarmi un grafico e io sentivo il suo respiro sulla tempia.
Mi metto in ginocchio davanti a lui. Il pavimento è duro sotto le ginocchia, ruvido attraverso la stoffa della gonna, ma non me ne importa niente. Gli abbasso i pantaloni fino a metà coscia, gli lascio i boxer, gli passo la mano aperta sopra la stoffa. Il tessuto è già umido nel punto in cui la sua erezione preme. Lo tocco lentamente, sopra il cotone, guardando in alto verso di lui. Matteo ha la testa reclinata contro la porta, gli occhi socchiusi, la bocca aperta come se si fosse dimenticato di richiuderla.
Poi lo prendo in bocca.
Lo prendo lentamente, prima un solo bacio sulla punta, poi la lingua che scende lungo tutta la lunghezza, poi le labbra che si chiudono e lo accolgono. Sento le sue mani che vengono a cercarmi i capelli — è un gesto istintivo, non aggressivo, quasi timido, come se non fosse sicuro di poterli toccare. Guido io la sua mano, la stringo attorno alla mia coda, gli faccio capire che può. Il suo respiro si strappa in due.
Non voglio che venga così.
Mi alzo dopo pochi minuti, con lui che ansima sopra di me e mi guarda con un misto di gratitudine e di preghiera. Mi sollevo la gonna fino ai fianchi. Ho una calza velata che finisce a metà coscia e sotto niente — è una decisione presa stamattina, davanti allo specchio, mentre pensavo a lui. Vedo che se ne accorge e capisce, e vedo lo scarto di comprensione nei suoi occhi.
«Sei una —» comincia.
«Zitto.»
Rido, e lo bacio ancora per farlo tacere. Poi mi giro. Appoggio i palmi sul ripiano della fotocopiatrice, la macchina è ancora accesa, sputa un ultimo foglio caldo che mi cade sulla mano. Lui capisce e mi si sistema alle spalle. Lo sento cercarmi con le dita — mi tocca prima piano, per capire, poi con più decisione quando trova che sono già bagnata, molto bagnata, e questo gli fa fare un piccolo suono in gola.
Poi entra.
Entra piano, un centimetro alla volta, e io mi accorgo di gemere basso, contro il ripiano freddo, con la fronte contro il metallo. La sua mano trova la mia sul ripiano, le nostre dita si intrecciano. Comincia a muoversi. Prima con un ritmo controllato, poi più veloce, con le anche che sbattono contro il mio sedere e la sua bocca che cerca il mio collo, il lobo dell’orecchio, la nuca sotto i capelli. Sento la sua altra mano che risale sotto la camicetta, che mi trova un seno sotto il reggiseno, che stringe. Il polpastrello che trova il capezzolo e lo pizzica appena.
Il neon ronza. La macchina Xerox sputa fogli con lo stesso ritmo dei nostri corpi. Da qualche parte, fuori dalla porta, c’è ancora l’ufficio deserto — ma potrebbe non esserci, potrebbe esserci chiunque: la Cesarini che ha risolto la febbre del figlio, il direttore passato per prendere una pratica. Non me ne importa niente, e credo che non importi niente nemmeno a lui.
Vengo per prima, con la bocca schiacciata contro il dorso della mia mano perché altrimenti mi sentono in tutto il piano. Sento le ginocchia cedere, sento l’onda che mi sale dal basso ventre e mi trema in tutto il corpo, sento la fotocopiatrice fredda sotto la fronte. Matteo mi tiene, un braccio attorno alla vita, e mi lascia venire fino in fondo. Poi accelera. Lo sento arrivare dal ritmo che si spezza, dal respiro che si strozza, dal modo in cui la sua mano mi stringe più forte il fianco. Viene con il viso premuto nell’incavo della mia spalla, e io sento la sua voce spezzata contro la mia pelle, un gemito che sembra quasi un ringraziamento.
Restiamo così qualche secondo.
Poi mi giro. Gli sistemo i capelli sudati sulla fronte con le due mani. Lui mi guarda con quegli occhi appena venuti, un po’ persi. Gli do un ultimo bacio sulla bocca, breve, come una firma, e mi ricompongo. Mi tiro giù la gonna. Mi passo le dita sotto gli occhi per controllare che il mascara non sia colato. Non è colato. Sono contenta.
Lui è ancora appoggiato alla porta, con i pantaloni a metà coscia e il fiato corto.
«Sistemati, Matteo» gli dico. «Alle tre c’è la call con Milano. E prenditi le pratiche di ieri, quando sali le vediamo insieme.»
Poi prendo la cartellina — i fogli sono ancora caldi — apro la porta ed esco.
Nel corridoio non c’è nessuno. Il neon del piano è ancora giallo, i tacchi risuonano di nuovo nel vuoto. Passando davanti alla vetrata mi accorgo che ho una guancia più rossa dell’altra. Sorrido a me stessa nel riflesso.
Non so cosa succederà lunedì, quando torneranno tutti. Non ci penso. Fuori dalle finestre la luce di fine agosto sta già ingiallendo, e il caldo di questa città vuota è la sola stagione che io mi tenga davvero cara.



