Vai al contenuto

La vendemmia – Racconto erotico – Claudia Neri

La macchina la lascio all’ingresso della masseria, sotto il fico che ricordavo più basso e adesso mi copre di ombra tutto il cofano. Il cancello di ferro è aperto, come sempre, come se in questa parte del sud le porte servissero solo a decorazione. Scendo, e il caldo mi arriva addosso tutto insieme, quel calore di settembre che non brucia più ma cuoce le cose da dentro, la terra, i muri gialli, la pelle sotto la camicia. L’aria sa di uva matura, di legno, di quel dolciastro fermentato che ti resta nel naso per tutto il tempo della vendemmia e per giorni dopo che sei andato via.

Non tornavo qui da tre anni. La tenuta è di mio padre, di mio nonno prima, e adesso è un po’ anche mia anche se io a Milano ho un lavoro e una vita che non c’entrano niente con i filari. Torno per la raccolta perché mio padre me lo ha chiesto al telefono, con quella voce piana che usa quando non vuole ammettere che ha bisogno. E io ho detto sì, senza pensarci, come se qualcosa dentro di me stesse aspettando la scusa da anni.

Metto giù la borsa nel cortile e sento passi sulla ghiaia dietro di me. Mi giro.

È Nicola.

Non lo riconosco subito. Nella mia testa era rimasto ragazzino, undici anni, dodici, un bambino secco con le ginocchia sbucciate che mi correva dietro tra i filari quando io ne avevo sette e passavamo le estati insieme perché suo padre lavorava per il mio e non c’erano altri bambini nel raggio di chilometri. Poi le nostre vite si erano divise, io ero cresciuta lontano, lui era rimasto qui. L’ultima volta che l’avevo visto avrà avuto sedici anni e ancora sembrava un ragazzo.

Adesso è un uomo. Alto, spalle larghe sotto la maglietta grigia sbiadita, le mani abbronzate fino ai polsi e poi un rettangolo di pelle più chiara dove finisce la manica arrotolata. Ha i capelli neri corti, la barba di due giorni, gli occhi di quel colore scuro che ricordavo, castani con la luce dentro. Mi guarda e per un secondo penso che neanche lui mi riconosca, poi vedo la sua bocca fare un sorriso lento, uno di quei sorrisi che partono da un angolo solo.

«Sei arrivata» dice.

La voce è cambiata, più bassa di come me l’aspettavo, con l’accento del posto che io ho perso e che a lui invece si è depositato sopra come una vernice calda. Mi tende la mano — un gesto formale, quasi buffo tra noi — e io gliela stringo, e sento subito che la sua è ruvida, spessa, con i calli sul palmo, una mano che lavora. La tiene un momento più del necessario. Un secondo, forse due. Sufficienti perché io me ne accorga.

«Papà è nei filari» dice. «Ti aspettava per pranzo.»

Ci guardiamo. Ho la strana sensazione che stiamo trattenendo qualcosa, tutti e due, come se avessimo dodici e sette anni ancora e stessimo per fare una marachella e nessuno dei due volesse essere il primo a proporla.

«Andiamo» dico io.


La vendemmia comincia il giorno dopo, con il buio ancora addosso. Ci si alza alle cinque per lavorare finché il sole non picchia troppo, e poi si torna nel primo pomeriggio, e si va avanti fino a sera. Siamo in dieci, contando me: mio padre, Nicola, suo padre che ormai dirige più che tagliare, tre stagionali marocchini, due ragazze del paese, una cugina di Nicola.

Io mi metto un cappello di paglia, i guanti, una maglietta larga. Non tocco un grappolo da anni ma le mani si ricordano da sole, la forbice che scatta, il grappolo che cade nella cassetta con quel tonfo umido, il rumore ripetuto del taglio che diventa metronomo.

Nicola lavora sul filare accanto al mio. Non è una scelta di nessuno, è capitato così, ma dopo un’ora capisco che è una scelta sua, perché quando mi sposto di qualche pianta lui si sposta con me, senza guardarmi, come per caso. Lo osservo di sottecchi mentre lavora. Ha una maglietta bianca oggi, sudata sulla schiena, che gli disegna la linea della colonna quando si piega. I muscoli delle braccia si muovono lenti, ritmici. Le sue mani sono già viola di mosto alla seconda ora, e il viola gli sale sulle dita, sui polsi, sull’avambraccio dove le vene si vedono grosse. Ogni tanto si passa il dorso della mano sulla fronte per asciugarsi il sudore e si lascia una striscia scura sopra il sopracciglio, e io penso a come sarebbe cancellargliela con il pollice.

A un certo punto tende un braccio verso il mio filare per prendere un grappolo che ho lasciato indietro. Il suo braccio mi passa a un palmo dal viso. Sento il suo odore — sudore, uva, sole sulla pelle, una traccia di sapone economico — e chiudo gli occhi per un istante. Quando li riapro lui mi sta guardando. Non abbassa lo sguardo. Io non abbasso il mio. Poi torniamo tutti e due alla raccolta e non ci diciamo niente, ma qualcosa si è aperto, un piccolo taglio nell’aria che ora non si richiude.

Alle undici il sole è già impossibile. Mio padre chiama la pausa, ci sediamo tutti sotto il capanno vicino al pozzo, si beve acqua fredda con una fetta di limone dentro. Nicola si siede sulla panchina di pietra di fronte a me. Prende una brocca, versa l’acqua in un bicchiere, me lo passa. Le sue dita sfiorano le mie sul vetro. È un contatto di un secondo. È il primo contatto vero.

Io lo tengo tutto il pomeriggio addosso, quel secondo, come una scottatura piccola sulla pelle.


Torniamo nei filari alle quattro, quando la luce si è addolcita e l’ombra dei cipressi comincia a essere lunga. Lavoriamo fino al tramonto, e il tramonto quaggiù non è una linea, è un colore che si spande su tutto — il giallo che diventa arancio, l’arancio che diventa rosa, e la terra sotto i piedi che si scurisce ma resta calda. Alle otto le cassette sono piene, gli uomini le caricano sul trattore, si va verso la cantina.

La cantina è nella pancia della masseria, tre gradini sotto il livello del cortile, il soffitto a volta di pietra bianca. Ci si entra da una porta di legno pesante che ha sempre l’aria di essere chiusa anche quando è aperta. Dentro fa fresco all’improvviso, un salto di dieci gradi, la pelle sudata che tira per la sorpresa. Sa di mosto, di legno bagnato, di quella cosa che il vino nuovo emana quando comincia a lavorare nelle botti.

Aiuto Nicola a rovesciare le cassette nella pigiadiraspatrice, e quando la macchina si ferma e gli altri escono per andare a cena in cortile, io resto. Non so bene perché. So che se salgo, dopo, non si torna indietro. Che è più facile restare, che quello che sta per succedere sta per succedere.

Nicola torna dentro. Lo sento arrivare prima di vederlo, i suoi passi sul pavimento di pietra. Si ferma sulla porta.

«Non vieni a mangiare?»

«Fra un po’.»

Si avvicina. La luce arriva solo dalla lampadina sopra la botte grande, gialla, bassa. Le nostre ombre si allungano sul muro bianco. Lui si mette davanti a me, e stavolta non tiene le mani lungo i fianchi, se le pulisce lentamente su uno straccio, poi lo appoggia. Sono ancora viola di mosto, quelle mani.

«Ti guardo da stamattina» dice piano.

«Lo so.»

Alza una mano. Mi tocca lo zigomo, lascia un segno viola sulla mia pelle. Poi mi scosta i capelli dietro l’orecchio, e mentre lo fa la sua mano rimane lì un istante di più, aperta, contro il collo. Io mi appoggio al suo palmo. Chiudo gli occhi. Sento il pollice che mi accarezza la mandibola, lento, come se avesse tutto il tempo del mondo.

Lo bacio io per prima. Mi alzo sulle punte e prendo la sua bocca con la mia, e lui reagisce subito, la mano che era sul mio collo che scivola alla nuca e mi tira dentro il bacio, l’altra che mi cinge la vita. Ha il sapore del vino nuovo e di qualcos’altro che è solo suo, denso, di terra scaldata. Il bacio si fa profondo in fretta, la sua lingua che cerca la mia, i denti che mordono piano il mio labbro inferiore, il respiro che si accorcia.

Mi solleva senza fatica e mi appoggia sul bordo di legno di una botte vuota, mi apre le ginocchia con le sue mani grandi e si mette in mezzo, e io sento contro di me la sua erezione dura attraverso i pantaloni da lavoro. Gemo dentro la sua bocca, lui risponde con un suono basso che gli parte dal petto. Le sue mani entrano sotto la mia maglietta, salgono lungo la schiena, mi slacciano il reggiseno con un gesto solo. Quando mi sfila la maglietta i miei capelli si sciolgono dall’elastico e mi cadono sulle spalle nude, e lui si ferma, per un secondo, a guardarmi.

«Ti ricordi la prima estate?» dice.

Rido. La ricordo. Avevo sette anni, lui dodici, mi aveva mostrato il pozzo con dentro le rane.

«Non ora» sussurro. E lo tiro giù per la nuca.

La sua bocca è sul mio collo, sulla clavicola, sul seno. Le sue mani sono viola di mosto, e lasciano impronte sulla mia pelle bianca, sui fianchi, sui capezzoli quando li stringe tra pollice e indice, piano, poi meno piano. Io gli infilo le dita nei capelli neri, tiro. Gli sfilo la maglietta con una fatica che sembra insensata perché io le sue spalle le voglio nude subito. Quando ci riesco lo guardo — largo, il petto scuro, i pettorali definiti dal lavoro, la linea di peli che scende — e ne sento tutto il peso, tutti gli anni in cui non l’avevo visto crescere e in cui adesso mi restituisce quel tempo tutto insieme.

Mi slaccia i pantaloni. Me li tira giù insieme alle mutandine, mi solleva un attimo dal bordo della botte per farli scorrere, poi mi rimette lì e si inginocchia. La sua bocca è calda sulla mia pelle fredda della cantina, mi bacia l’interno delle cosce, sale, e quando arriva tra le mie gambe io mi appoggio con le mani indietro, sulla botte, la testa piegata all’indietro. Mi lecca lento, poi trova il ritmo, e il suo ritmo è preciso come le sue forbici stamattina sui grappoli. Insiste. Le sue mani mi tengono le cosce aperte, larghe, e io non riesco a stare ferma, il piacere che sale a onde dal ventre, il gemito che mi esce e rimbomba contro la volta di pietra, mi torna addosso, mi eccita ancora di più sentirlo. Vengo così, con le sue mani viola sui miei fianchi e la sua bocca su di me, la schiena che si inarca, un grido che soffoco stringendomi il dorso della mano sui denti.

Lui si rialza. Ha il mento umido, gli occhi neri diventati più scuri. Si slaccia i pantaloni, li spinge giù. Mi guarda un secondo, chiedendo, e io lo tiro dentro con le gambe, i talloni contro le sue natiche.

Entra piano. Poi meno piano. La botte scricchiola dietro di me, il suo respiro si fa un rantolo caldo contro il mio orecchio, le sue mani mi stringono la vita così forte che domani ci saranno i segni delle sue dita viola sulla mia pelle e io lo so, e lo voglio. Si muove dentro di me con quella stessa lentezza estenuante con cui mi aveva baciata, e poi accelera, il ritmo che diventa la vendemmia stessa, il taglio, il tonfo, il taglio, il tonfo. Gli mordo la spalla per non gridare. Sento il piacere risalire un’altra volta, più profondo, e quando arriva lui viene con me, il viso affondato nel mio collo, un lungo gemito basso che gli parte dal ventre.

Restiamo così un momento, il suo peso addosso, il mio respiro nel suo. In alto, oltre la porta della cantina, si sente la voce di suo padre che chiama qualcuno per il pane. Sembra un altro mondo.

Mi aiuta a rivestirmi. Non parla. Mi sistema i capelli dietro l’orecchio con quella sua mano viola. Sulla mia pelle bianca ho macchie di mosto dappertutto — sui fianchi, sul seno, sul collo — e mi rendo conto che stasera mi laverò, ma domani dovrò rimettermi la maglietta larga e nessuno vedrà niente, e allo stesso tempo io le vedrò addosso per giorni, quelle impronte, sotto il tessuto.

Mi accompagna fino ai gradini. Prima che io salga, si china verso il mio orecchio.

«La vendemmia dura ancora dieci giorni» dice piano.

Non aspetta una risposta. Si volta, torna dentro. Io salgo i tre gradini, mi ritrovo nel cortile dove il fuoco è acceso, mio padre mi chiama, mi siedo al tavolo. Bevo un bicchiere di vino nuovo, ancora torbido, ancora dolce di zucchero non finito. Sa di lui. Sa di quello che è appena successo. Sa dei prossimi dieci giorni.

Alzo il bicchiere verso mio padre, sorrido. Fuori, oltre il cortile, la vigna comincia a scurirsi nell’ultimo azzurro della sera.

Articoli correlati

Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

Naviga tra le categorie dei miei articoli