La sala è come me la ricordavo e allo stesso tempo diversa. Il parquet chiaro, le tende di lino grezzo tirate a metà sulle finestre, la luce di settembre che entra obliqua e fa galleggiare il pulviscolo. C’è l’odore di sempre — cera d’api, un fondo di sandalo, l’aria che sa ancora un poco di estate e di scarpe portate a piedi nudi. Ho lasciato la borsa nel bugigattolo che chiamiamo spogliatoio, un’anticamera stretta con due panche di legno chiaro e uno specchio troppo alto. Sono arrivata presto apposta. Volevo un momento di silenzio prima che riempisse la sala l’inverno, il calendario, i corpi rientrati dalle vacanze.
Srotolo il tappetino in prima fila, come sempre. È l’unica cosa in cui sono ostinata, in questo posto. Mi siedo a gambe incrociate e chiudo gli occhi. Ho passato tre mesi in movimento — treni, spiagge, notti dormite male in case altrui — e ho un corpo che ora è quasi un ostacolo, denso di cose non digerite. Torno a respirare, provo a rimettere ordine tra i polmoni e le vertebre. Fuori dalla finestra un tram frena, riparte, si allontana. Città in prima serata, un settembre ancora caldo, la luce delle sette che si fa albicocca.
Quando entra, non lo sento subito. Lo intuisco dal cambio d’aria alle spalle e da una voce nuova che saluta le due donne che nel frattempo si sono sedute alle mie spalle. È una voce bassa, un po’ velata, di chi non alza mai il volume perché sa di essere ascoltato. Riapro gli occhi. Lo vedo di riflesso nello specchio della parete corta, quello che a lezione non guardiamo mai.
Non è il maestro di prima. Il nostro se n’è andato ad agosto, lo avevo saputo dal messaggio della segreteria. Questo qui è più giovane di quanto mi aspettassi, un ragazzo sui trentacinque, la pelle abbronzata, il collo lungo, la barba di un giorno appena. Indossa una t-shirt grigia larga e i pantaloni neri arrotolati alla caviglia. Ha le mani più belle che io abbia visto addosso a un uomo da tempo: mani larghe, con le dita lunghe e i polpastrelli quadrati, di quelle mani che sanno stare ferme. Le tiene raccolte davanti allo sterno mentre parla, e mi accorgo che sto fissando quel gesto — le dita che si toccano appena, come se ripetessero un mantra silenzioso — e che ho già smesso di respirare come si deve.
«Buonasera. Mi chiamo Andrea. Da oggi sono io a tenervi compagnia il martedì e il giovedì.»
Sorride poco, quel tanto che basta. Ha uno sguardo attento, che ci passa in rassegna una per una senza fretta. Quando arriva a me si ferma un istante di troppo. Io abbasso gli occhi al tappetino, poi mi accorgo che il rossore mi sta salendo al petto e a me il petto è scoperto, il top nero è basso davanti, e allora fingo di aggiustarmi la coda dei capelli per portare la mano sul collo e coprire quel rosso stupido di quindicenne che non sono più.
Cominciamo dal respiro, come sempre. Solo che sotto la sua voce il respiro è un’altra cosa. Dice inspirate, e sembra un permesso. Dice espirate, e ha il tono di chi ti chiede di lasciar andare qualcosa che sa già che stai trattenendo. Non guarda l’orologio. Ci fa stare in ascolto molto a lungo, e nel silenzio della sala si sentono i corpi assestarsi, la mia vicina che deglutisce, il traffico giù in strada come un mare lontano. Comincio a sentire il calore raccogliersi in basso, alla base della schiena, e non so ancora se sia il respiro o lui.
Ci porta nelle prime posizioni con una lentezza che mi disarma. Ogni asana viene chiamato con voce quieta, poi ripetuto in italiano, poi sciolto in un’indicazione minima al corpo. Allunga la cima della testa verso l’alto. Sposta il peso di un millimetro sui talloni. Non tirare, apri. Cammina tra i tappetini scalzo, e io lo seguo con la coda dell’occhio quando gli passa davanti. Ha i piedi asciutti, larghi, di uno che il proprio corpo lo abita davvero. Correzge la donna alla mia sinistra con due dita appoggiate tra le scapole. La sento sospirare piano, e mi rendo conto di aver sospirato anch’io per lei. È ridicolo, penso. È solo il primo giorno. E intanto sto già aspettando che tocchi a me.
Il tempo si dilata. Passiamo al saluto al sole, che mi conosco a memoria, e proprio perché lo conosco a memoria posso permettermi di pensare ad altro mentre lo faccio. Penso a come sarebbe la sua voce se non stesse guidando la classe, se stesse solo parlando a me. Penso a quelle mani ferme, a come stanno raccolte davanti allo sterno quando si ferma in mezzo alla stanza, e a come sarebbero se si spostassero. Sento le cosce che tirano quando scendo nell’affondo, e mi accorgo che sto respirando male apposta, per farmi correggere. È un pensiero che non voglio pensare e che mi attraversa lo stesso.
Poi arriva. Siamo nella posizione del guerriero e io tengo il braccio destro proteso in avanti come mi ha insegnato il maestro di prima, con la spalla leggermente rigida. So che è sbagliato. L’ho sempre saputo. Lo vedo arrivare da lato, ai bordi del mio campo visivo. Si ferma. Non dice nulla, all’inizio.
«Posso?» chiede piano.
«Sì.»
La sua mano si posa sulla mia spalla. È tiepida, decisa, non pesante. Mi tira indietro di un centimetro appena, quel tanto che serve a far scendere la scapola. L’altra mano gli è arrivata sull’anca destra, sopra il fianco del pantalone. Anche quella è ferma. Non stringe, non insiste. Sta lì.
«Trova il tuo appoggio nel tallone posteriore. Qui.»
Con la punta del piede tocca la pianta del mio piede sinistro, un contatto breve, tecnico, ma io sento una scossa che mi sale su per la gamba, si ferma dentro le cosce, si distende sul basso ventre come una macchia calda. Le due mani sono ancora addosso a me. Il suo petto è a un palmo dalla mia schiena. Sento il suo respiro dietro la nuca, in mezzo ai capelli. È un respiro regolare, ma non del tutto — c’è qualcosa che tira, dentro, come nel mio.
«Meglio?» dice, e ha abbassato la voce di un tono.
«Meglio», dico.
Toglie le mani. Le porta via una alla volta, prima quella dalla spalla, poi quella dal fianco, come chi non vuole strappare via un cerotto tutto insieme. Se ne va senza dire altro. Non lo guardo. Non riesco a guardarlo. Tengo la posizione più a lungo del dovuto, e il tremore nella coscia potrebbe essere fatica, potrebbe essere altro. Le donne dietro di me continuano a respirare. Non si sono accorte di niente. Non c’è stato niente di cui accorgersi. Solo un maestro che ha corretto una postura, come farebbe con chiunque, e io che adesso non riesco più a pensare a niente che non sia il palmo caldo appoggiato sul mio fianco.
Il resto della lezione lo attraverso come in sospensione. Il mio corpo esegue, e la mia testa sta ferma nel punto in cui la sua mano ha toccato. Ogni sua correzione sulle altre — la ragazza dietro di me, la signora vicino alla finestra — mi fa alzare lo sguardo. Non mi corregge più. Mi passa accanto e non si ferma, e io non so se è perché ora sono a posto o perché sa esattamente cosa succederebbe se si fermasse ancora.
Chiudiamo in savasana. Sdraiata sulla schiena, ho le braccia lungo i fianchi, i palmi verso l’alto. Sopra le palpebre si muove la luce arancione delle sette e mezza. La sua voce ci accompagna nel silenzio, ci ricorda di respirare, dice qualcosa sul lasciare la giornata sul tappetino. Vorrei restare in questa posizione per ore. Vorrei alzarmi e andarmene senza voltarmi. Vorrei tante cose insieme che si annullano a vicenda, e resto immobile ad aspettare che la lezione finisca, con il cuore che batte piano, ma da un’altra parte.
Namasté, dice.
Namasté, rispondiamo noi.
Le altre si alzano subito. Piegano i tappetini, raccolgono le borse, si scambiano le solite frasi da rientro — com’è passata l’estate, il mare, i figli, il lavoro — e a poco a poco la sala si svuota. Io ci metto più tempo. Arrotolo il tappetino con calma, mi passo la mano sul collo umido, poi mi alzo. Lui è al fondo della sala, appoggiato al davanzale, sta scambiando due parole con la ragazza dell’ultima fila. Non mi guarda. Non deve guardarmi.
Vado nello spogliatoio.
L’anticamera è vuota. La luce è più fredda qui, un neon opaco che illumina lo specchio troppo alto e le due panche di legno chiaro. Poggio la borsa, mi sfilo il top umido e resto in reggiseno nero e leggings. Ho la pelle ancora calda della lezione, il respiro un po’ corto. Sto per prendere la maglietta pulita dalla borsa quando sento la porta.
È lui. Entra come si entra in una stanza propria — senza fretta, senza scusa. Si chiude la porta alle spalle. Non gira la chiave. Non ne ha bisogno: lo sappiamo entrambi che quella porta ora resta chiusa.
Non parliamo. Fa i tre passi che ci separano e mi mette una mano sul fianco, dove me l’aveva messa prima, ma questa volta la tiene, la fa scivolare fino al bordo dei leggings, si ferma lì, con il pollice premuto contro l’osso. Con l’altra mano mi prende il mento e mi alza il viso. Ha gli occhi molto chiari da vicino, di un verde spento. Non sorride. Mi guarda la bocca.
«Non avrei dovuto», dice piano.
«Neanche io», dico io.
Mi bacia. È un bacio adulto, senza fretta, che comincia lento sulle labbra e poi si apre. Sa di menta e di qualcosa di caldo, un fondo di respiro. Le sue mani sono ovunque insieme — una dietro la nuca, tra i capelli sudati, l’altra ancora sul fianco che ora sale, mi trova il seno sotto il reggiseno, lo tiene nel palmo come un peso giusto. Il pollice mi cerca il capezzolo attraverso il tessuto e io sento il piacere salirmi dal basso ventre come un’onda calda che non mi lascia più stare in piedi ferma. Mi appoggio con la schiena allo specchio freddo. La brina del vetro sulla pelle nuda mi fa gemere piano nella sua bocca, e lui sorride dentro il bacio, per la prima volta.
Mi sfila il reggiseno con un gesto solo, senza staccarsi. Si china sul mio seno, prima uno, poi l’altro, con la lingua, con le labbra, mi morde piano il capezzolo e io affondo le dita nei suoi capelli, li tiro. Sono capelli spessi, che tengono. Lui geme contro la mia pelle, un suono basso, e quel suono mi arriva dritto tra le cosce. Le sue mani intanto sono scese, mi hanno tirato giù i leggings insieme alla mutandina, in un unico movimento pratico, e io mi ritrovo nuda contro lo specchio con la sua bocca ancora sul mio seno e le sue dita che salgono lentamente dentro la coscia.
Quando mi tocca sono già bagnata da minuti, forse da un’ora, forse da quando ha detto posso dietro le mie spalle. Le sue dita si muovono con la stessa lentezza della sua voce — trovano il clitoride, ci girano attorno con un ritmo che non sbaglia di un colpo, come se il mio corpo l’avesse già dettato lui alla lezione. Io ansimo con la testa buttata all’indietro contro lo specchio, gli occhi socchiusi, le mani ancora nei suoi capelli. Lui si stacca dal mio seno, mi cerca la bocca di nuovo, mi bacia mentre due dita entrano dentro di me, e sento che sto perdendo il pavimento, sto perdendo tutto.
«Piano», gli sussurro contro la bocca, non perché voglia che si fermi.
«Piano», ripete lui, e non rallenta.
Slaccia con l’altra mano il cordino dei suoi pantaloni. Li abbassa quel tanto che basta. Lo prende in mano, lui e io, insieme, mentre le sue dita escono da me e lasciano spazio. Il primo contatto della sua erezione contro il mio ventre mi strappa un gemito che non riconosco come mio. Mi solleva la coscia sinistra intorno al fianco, mi tiene con una mano sotto il gluteo, mi guarda un secondo — un secondo solo, in cui io annuisco senza dire niente — e mi penetra piano, tutto intero, in un unico movimento che mi apre e mi svuota il petto d’aria.
Poi si ferma. Sta dentro di me, immobile, con la fronte contro la mia fronte, e siamo tutti e due che respiriamo lo stesso respiro della lezione — inspirate, espirate — solo che adesso è dentro un corpo dentro un altro corpo. Comincia a muoversi con la stessa lentezza con cui parla. Un colpo pieno, un altro, uno più profondo. Le mie unghie gli si piantano nelle spalle attraverso la t-shirt che non si è tolto, e io mi mordo il labbro per non gridare, per non farmi sentire nella sala vuota accanto.
«Guardami», dice.
Lo guardo. Ha lo stesso sguardo attento di prima, solo che adesso quello sguardo mi tiene ferma più delle sue mani. Mi tiene sull’orlo per un tempo che non so misurare, il ritmo dentro di me diventa più stretto, più veloce, e a un certo punto non c’è più niente da tenere. Vengo con la bocca aperta contro la sua bocca, senza suono, il piacere che mi attraversa a onde lunghe dallo sterno alle ginocchia. Lui viene subito dopo, dentro di me, con un gemito lungo che si spegne contro il mio collo.
Restiamo così, appoggiati allo specchio, per un tempo che non conto. Sento il suo respiro rallentare contro la mia clavicola. Sento il vetro dello specchio, tiepido adesso della mia pelle, mollarmi di un millimetro alla volta. Fuori, in strada, un tram frena e riparte.
Si stacca da me piano. Si tira su i pantaloni. Mi guarda mentre mi rivesto senza aiutarmi, con lo stesso sguardo attento di prima, come se stesse ancora correggendomi una postura. Quando ho finito, si china verso di me, mi sposta una ciocca sudata dalla tempia, mi bacia una volta sola sulla fronte, come si fa con chi si conosce da anni.
«Giovedì a che ora vieni?» dice.
«Alle sette.»
«Ti aspetto.»
Apre la porta e se ne va, senza voltarsi. Resto sola nell’anticamera. Lo specchio davanti a me mi restituisce una donna che non riconosco del tutto — capelli sfatti, guance rosse, il collo segnato di rosso dove non ricordavo di essere stata toccata. Mi siedo un momento sulla panca di legno chiaro. Fuori, nella sala grande, sento i suoi passi scalzi che rimettono a posto un tappetino, poi il silenzio.
Prendo la borsa. Spengo la luce.



