Nella libreria bassa di Leo, quella che gli lasciamo a portata di mano perché possa prendere e rimettere a posto da solo, non ci sono unicorni parlanti né animali con la giacchetta. Ci sono un mostro che impara a chiamare per nome le sue emozioni, tre gufetti che aspettano la mamma, facce di bambini veri, superfici da toccare, filastrocche in rima. È una scelta pragmatica più che ideologica: mi piace l’idea che i primi libri che gli passano tra le mani riflettano il mondo che sta imparando a riconoscere — le sue emozioni comprese — prima che si spalanchino ai draghi e alle fate.
Il criterio è arrivato per gradi, guardando lui più che leggendo manuali. Ho notato che davanti alle illustrazioni pulite e ai visi realistici si fermava di più, indicava, provava un suono. Davanti alle scene troppo affollate o troppo stilizzate, dopo tre secondi girava pagina o mordeva la copertina. Così, chiedendo qui e là in libreria — grazie a chi lavora nelle librerie per bambini, davvero — ho costruito una piccola libreria di partenza che condivido con voi. Se avete titoli da suggerire, i commenti sono aperti: ne aggiungerò senz’altro.
Una piccola premessa metodologica, perché ha senso dirlo: il principio montessoriano applicato ai libri della prima infanzia chiede due cose semplici. Che le immagini rispecchino il reale, perché il bambino sotto i due anni sta ancora costruendo la mappa del mondo e la fantasia arriverà dopo. E che il libro sia oggetto vero, manipolabile: cartonato robusto, formato adatto a mani piccole, materiali che invitano al tatto. Da qui in poi, ognuna declina la cosa a modo suo. Il mio è questo.
1. “I colori delle emozioni” — Anna Llenas (trad. Daniela Gamba)
Il mostro di Anna Llenas si sveglia con dentro un groviglio di colori tutti mescolati, e una bambina lo aiuta a separarli: il giallo è la gioia, il blu la tristezza, il rosso la rabbia, il nero la paura, il verde la calma. Detta così sembra un concetto grande per un anno, e in parte lo è: Leo non “capisce” il libro, ma segue i colori, indica il mostro, ride quando arriva la pagina gialla. Lo leggo pensando al futuro prossimo, ai capricci che stanno arrivando: avere già in casa un lessico condiviso — “sei arrabbiato come il mostro rosso?” — mi sembra un piccolo investimento. Le illustrazioni sono a collage, materiche, riconoscibili. Esiste anche in versione pop-up: io ho preferito il cartonato normale, che regge i morsi.
2. “I tre piccoli gufi” — Martin Waddell
Tre gufetti — Sara, Bibo e Tobia — si svegliano nel bosco e la mamma non c’è. Aspettano. Si fanno coraggio a vicenda. La mamma torna. Fine. Il libro è tutto qui, e proprio per questo funziona: è la scena primaria dell’attesa, quella che Leo sta imparando a sopportare a piccole dosi ogni giorno — quando esco dalla stanza, quando resta un attimo con il papà, quando la tata lo prende in braccio la mattina. Le illustrazioni di Patrick Benson sono a tratteggio fitto, notturne, calde. Lo leggo con la voce bassa, e la parte in cui la mamma ricompare — “E venne la mamma!” — Leo la aspetta con gli occhi già spalancati. È un libro che rassicura senza mentire: dice che l’attesa esiste, e che finisce.
3. I libri con le facce
Poi c’è una categoria intera, non un titolo solo: i libri con fotografie di bambini e ragazzi che fanno espressioni diverse. Non disegni, non illustrazioni stilizzate — foto vere, in primo piano, di visi che ridono, piangono, si stupiscono, si arrabbiano, dormono. Ne esistono di molti editori e formati, dai cartonati piccoli ai libri più grandi da guardare insieme sul divano. Il meccanismo è semplicissimo e potentissimo: il bambino, sotto i due anni, sta imparando a leggere le facce prima ancora che le parole. Guardarne tante, diverse, ferme sulla pagina — dove può tornarci, indicare, imitare — è un allenamento che dal vivo dura un istante. A Leo li do quando è tranquillo, in braccio; io nomino l’emozione, lui prova la faccia. Se cercate in libreria, chiedete “libri fotografici di espressioni” e ve li tirano fuori: sceglietene almeno uno.
4. I libri sensoriali
Altra categoria irrinunciabile: i cartonati da toccare. Quelli con la lana della pecora vera al tatto, il ciuffo morbido sulla testa del leone, la carta ruvida della sabbia, l’inserto liscio dello specchietto, il buco dove infilare il dito. Ce ne sono tantissimi — Franco Cosimo Panini, Usborne, Gallucci, White Star ne hanno cataloghi interi — e vale la pena averne almeno tre o quattro diversi, perché ognuno propone una gamma di superfici differente. In casa nostra sono i libri più consumati: Leo li prende da solo, li apre a caso, ci passa sopra il palmo con concentrazione seria, poi torna indietro alla pagina che gli piace di più. La lettura, qui, è quasi un pretesto: il libro diventa oggetto di studio tattile, e il testo — quando c’è — lo aggiungo io a bassa voce mentre il suo dito segue.
5. “Dieci dita alle mani, dieci dita ai piedini” — Mem Fox, ill. Helen Oxenbury (Il Castoro)
L’ultimo posto è per un libro che mi commuove ogni volta che lo apro. Mem Fox scrive in rima, Helen Oxenbury illustra: si passa da un bambino all’altro, in luoghi diversi del mondo, con pelli e occhi diversi, e ogni volta il ritornello dice la stessa cosa — dieci dita alle mani, dieci dita ai piedini. È una filastrocca sull’appartenenza al genere umano detta con una tenerezza che non scivola mai nel dolciastro. Le illustrazioni della Oxenbury sono, come sempre, bambini veri: colti nei gesti minimi, quelli che Leo sta facendo proprio adesso. Adatto dai primi mesi — il ritmo lo prende anche chi non capisce ancora le parole — e regge benissimo fino ai tre anni, quando comincerà a completare la rima da solo.
Un’ultima cosa
Se davanti a questa lista pensate “ma noi leggiamo tutt’altro” — favole classiche, principesse, animali in giacca e cravatta — va bene esattamente lo stesso. Ogni bambino trova la sua strada per amare la lettura, e non credo esista un unico modo giusto per innescarla. Questa è la libreria di partenza che ho costruito per Leo, con il criterio che mi convinceva; tra sei mesi ne sceglierà altri, e mi piacerà lasciarmi sorprendere.
Quali sono i libri che leggete ai vostri, in questa stagione così breve del primo anno? Scriveteli, davvero — ne ho bisogno anche io.



