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La madre che nessuno vede

Ho scritto questo articolo in una di quelle giornate in cui non riuscivo a ricordarmi l’ultima cosa che avevo fatto per me. Non per Leo, non per il ristorante, non per la casa, non per il blog. Per me. E non mi veniva in mente niente.

Non è che non avessi tempo — qualche minuto lo trovavo, tra una poppata e un ordine da controllare. Ma quei minuti li spendevo a svuotare la lavastoviglie, a rispondere a un messaggio arretrato, a controllare se il piccolo dormiva ancora. Sempre qualcosa di utile. Sempre qualcosa per qualcun altro.

E allora mi sono chiesta: quand’è stata l’ultima volta che qualcuno mi ha chiesto cosa stavo leggendo?
Sembra una domanda stupida. E forse lo è, se non sei una madre. Ma se lo sei, sai benissimo che dietro quella domanda ce n’è un’altra, molto più grande: ti ricordi ancora chi eri?
Perché il problema della maternità non è il sacrificio. Quello te lo aspetti, te lo raccontano, te lo vendono pure come qualcosa di nobile. Il problema è la scomparsa. Lenta, silenziosa, gentile — quasi impercettibile. Un giorno sei una donna che legge, che scrive, che ha opinioni su un film, che discute di politica a cena, che sceglie un vino, che corre in palestra. Il giorno dopo sei la mamma di. E basta.

Non succede tutto insieme. Succede per sottrazione.

Prima smetti di leggere prima di dormire, perché sei troppo stanca. Poi smetti di guardare film, perché dopo venti minuti ti addormenti. Poi smetti di seguire le notizie, perché non hai lo spazio mentale. Poi qualcuno a cena ti chiede “Hai visto quella serie?” e tu rispondi “No, non guardo più niente” con un sorriso che vorrebbe sembrare sereno ma è solo rassegnato.

E la cosa assurda è che nessuno se ne accorge. Nessuno nota che stai sparendo. Perché per il mondo esterno sei più presente che mai: sei la prima ad alzarti, l’ultima a dormire, quella che sa dove sono le cose, quella che ricorda le visite dal pediatra, quella che ha sempre un piano B quando il piano A crolla — e crolla spesso.

Sei ovunque. Tranne che nella tua vita.

So cosa state pensando alcune di voi: “Ma dai, è una fase, poi passa.” E avete ragione, probabilmente passa. Ma nel frattempo? Nel frattempo chi sei?

Io me lo sono chiesta tante volte nei primi mesi di Leo. Me lo chiedevo di notte, soprattutto. Quelle notti che ho descritto nella seconda parte di Mamma per caso, quelle in cui ero sveglia alle tre mentre il mondo dormiva e io mi sentivo l’unica persona viva sulla faccia della terra.

In quelle notti non pensavo a pannolini o coliche. Pensavo a me. A chi ero diventata. A quella ragazza che faceva capoeira tre volte a settimana, che scriveva fino alle due di notte per il piacere di farlo, che organizzava viaggi last minute, che discuteva di letteratura con gli amici fino a perdere la voce. Dov’era finita? Era ancora dentro di me, o l’avevo lasciata in sala parto insieme alla placenta?

La risposta — che ho trovato col tempo, non con un’illuminazione ma con una lenta ricostruzione — è che era ancora lì. Sepolta sotto strati di stanchezza, di sensi di colpa, di amore smisurato per un essere di pochi chili che mi aveva colonizzato l’anima.

Ma sepolta non significa morta.

Il punto è che nessuno ti viene a cercare. Questa è la parte che fa più male.

Le persone che ti amano ti chiedono come sta il bambino. Come dorme. Se mangia. Se cresce bene. Se ha fatto il vaccino. Se ha messo i denti. Ti chiedono del bambino perché il bambino è la cosa nuova, la cosa interessante, la cosa da celebrare.

E tu rispondi, con entusiasmo genuino, perché tuo figlio è davvero la cosa più bella che ti sia capitata. Ma dentro, in un angolo piccolo che non mostri a nessuno, vorresti che qualcuno ti chiedesse: E tu? Come stai tu? Non come mamma. Come Claudia.

Non è una lamentela. È una constatazione. E forse — se posso permettermelo — è una richiesta.

A chi ci sta intorno: chiedeteci anche altro. Non solo come sta il bambino, non solo come dorme, non solo se ha le coliche. Chiedeteci cosa stiamo leggendo. Se abbiamo visto un film. Se c’è una canzone che ci sta ossessionando. Se abbiamo scritto qualcosa. Se abbiamo un pensiero che non c’entra niente coi figli.

Perché noi siamo ancora qui. Sotto tutti questi strati di latte, notti bianche, ansie e pannolini — siamo ancora qui. E abbiamo bisogno che qualcuno ce lo ricordi.

La maternità ti rende la protagonista assoluta di una vita che non parla mai di te. E questo — credetemi — nessuno te lo racconta prima.

Te lo raccontano dopo, quando sei già dentro fino al collo, quando hai già perso il conto dei giorni in cui non hai finito un pensiero, un libro, un pasto caldo. Te lo raccontano le altre madri, con gli occhi stanchi e quel sorriso complice che significa: “Lo so. Anch’io.”

E allora questo articolo è per voi. Per tutte le madri che non si sentono viste. Per quelle che stanno sparendo piano piano e non sanno come dirlo senza sembrare ingrate. Per quelle che amano i propri figli da impazzire ma ogni tanto vorrebbero soltanto sedersi in silenzio e leggere un capitolo senza interruzioni. Un capitolo solo.

Non siete ingrate. Non siete cattive madri. Siete donne che stanno cercando di non perdersi dentro al ruolo più totalizzante che esista.

E io vi vedo.

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Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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