A quella quota di notte la cabina di prima classe è una specie di chiesa. Le luci sono state abbassate un’ora fa e restano soltanto le lampadine a lettura di chi ha rifiutato il sonno, tre o quattro fioriture ambrate sparse tra le poltrone reclinate. Il resto è penombra, moquette blu notte, il ronzio basso dei motori che tiene il corpo, e la sensazione strana di essere sospesa nel vuoto, chiusa in un tubo di metallo con quaranta sconosciuti che dormono a bocca aperta sotto le coperte grigie.
Io no. Io lavoro. Cammino avanti e indietro lungo il corridoio con le suole silenziose, raccolgo un bicchiere vuoto, sposto un cuscino caduto, chiedo con un sussurro se serve qualcosa e ricevo in cambio scuotimenti di testa assonnati. Il mio collega è sparito nella cabina equipaggio da un pezzo, dorme la sua ora di riposo, e la responsabile è al portello anteriore a fare i conti in via radio con la caposervizio a terra. Sono sola in questo corridoio, o quasi.
L’uomo del 2A è l’unico ancora sveglio.
Non dovrei guardarlo. Lo so. Ma è dal decollo che lo guardo, e adesso lo faccio ancora meno di prima soltanto per abitudine professionale, non per pudore. Al check-in mi aveva sorriso e mi aveva chiamata per nome — il nome che ho stampato sul badge sopra il seno sinistro — con la naturalezza di chi è abituato a farsi ricordare. Poi era salito a bordo per primo e si era seduto al 2A senza aspettare che gli indicassi la fila, senza cercare la mia attenzione, con l’indifferenza sicura degli uomini che sanno di essere già stati notati.
Ha la mia età, forse qualche anno di più. Capelli scuri con qualche filo grigio ai lati, la barba di due giorni, un maglione di cachemire color pietra sopra la camicia bianca. Al polso porta un orologio antico, di quelli che non brillano ma che se sai riconoscere valgono più di un appartamento a Napoli. Non c’è niente di appariscente in lui. È la calma con cui si muove che dice tutto, la calma di chi non ha mai dovuto raccontarsi.
L’attrazione mi è arrivata addosso al primo passaggio in cabina, quando gli ho porto il bicchiere di champagne del benvenuto e lui mi ha ringraziata guardandomi negli occhi troppo a lungo, un secondo in più di quanto avrebbe dovuto. Ho sentito qualcosa sciogliersi nel basso ventre, un fastidio caldo, e mi sono girata verso il carrello per non lasciarglielo leggere in faccia.
Sono ore che porta avanti questo gioco piccolo e educato. Ogni volta che passo mi guarda, e ogni volta il suo sguardo scende dal viso al collo, dal collo al foulard di seta blu annodato di lato, dal foulard alla vita che la giacca della divisa stringe. Non è insistente, non è sguaiato. È metodico. Come se stesse studiando dove entrare.
Al terzo whisky mi ha chiesto se avessi mai fatto quella rotta prima. Aveva parlato piano, quasi all’orecchio, chinandosi in avanti verso il corridoio mentre io mi appoggiavo con una mano allo schienale del sedile davanti. Ho detto sì, decine di volte. Lui ha detto: allora sa dove sono le turbolenze migliori. Ho riso, e sono andata via a passi lenti sapendo che mi seguiva con gli occhi. Nella galley mi sono guardata nel riflesso del forno d’acciaio e avevo le guance rosse.
Adesso sono le due e mezza di notte, ora locale di bordo. La cabina è quasi tutta addormentata. Lui ha il monitor spento da un’ora. Guarda fuori dal finestrino il buio pieno che è il cielo a undicimila metri, e ha in mano l’ultimo bicchiere di whisky, il ghiaccio quasi sciolto. Non sta leggendo, non sta lavorando. Sta aspettando qualcosa.
Passo di nuovo. Rallento un attimo più del necessario, quel niente che è già una risposta, e sento la sua mano sfiorarmi il polso quando gli sto accanto. Un tocco leggero, che potrebbe essere un caso e non lo è. Le sue dita sono calde. La pelle è ruvida in un punto solo, sul lato della falange, come di chi tiene la penna troppo forte.
Alzo gli occhi. Lui non sorride. Muove appena il mento verso il fondo della cabina, dove c’è la porta stretta del bagno di prima classe, quella con lo specchio più grande, quella che di notte non usa quasi nessuno. Poi torna a guardare fuori dal finestrino come se non avesse fatto niente.
Cammino verso il fondo tenendo il vassoio in mano. Deposito il vassoio nella galley. Mi guardo nello specchietto sopra il forno, aggiusto una ciocca dietro l’orecchio, respiro piano. Poi apro la porta del bagno ed entro senza chiudere del tutto, lasciando lo spiraglio.
Dieci secondi, forse quindici. Sento la porta muoversi e lui è dentro.
Il bagno è minuscolo. Lo specchio dietro il lavandino occupa mezza parete e ci riflette entrambi, io con la schiena contro il piano d’acciaio, lui davanti a me, così vicino che il maglione mi sfiora il petto. Il neon sopra la testa dà una luce fredda che a un altro uomo farebbe male, a lui no. A lui addolcisce soltanto i contorni, gli scava gli occhi. Sento l’odore del suo dopobarba, qualcosa di boschivo e caldo, e il retrogusto del whisky sul respiro.
«Non parliamo» dice piano. «Non c’è tempo.»
Annuisco. Non c’è tempo davvero. Il mio collega può svegliarsi tra dieci minuti o tra venti, la responsabile può tornare in cabina in qualunque momento, i passeggeri della prima classe si girano nel sonno, tossiscono, potrebbero chiamare. È questo che mi accende, credo. Non lui soltanto. È il tempo che stringe, il perimetro strettissimo, l’idea che ogni cosa che stiamo per fare possa essere interrotta da un pulsante di chiamata, dal cigolio di una porta, da qualunque cosa.
Mi bacia. Ha la bocca larga e ferma, sa di whisky e di qualcosa che non riesco a nominare. Non mi tocca subito con le mani. Prima soltanto la bocca sulla mia, che si apre, che chiede, che riceve. Poi le sue dita mi slacciano il foulard di seta, con calma, come si scioglie un nastro, e me lo lascia cadere sul lavabo. Il collo, all’improvviso scoperto, gli offre altro spazio e lui lo prende, scende con la bocca sulla pelle sotto l’orecchio, lì dove sento il polso battere.
Le sue mani sbottonano la giacca della divisa, un bottone alla volta, senza fretta apparente, ma io sento il suo respiro accelerare contro il mio collo, e capisco che la calma è una maschera, che anche lui è al limite. Sotto la giacca ho la camicetta bianca, sottile. Lui la lascia dov’è ma slaccia i primi bottoni, apre lo scollo, tira giù la stoffa fino a scoprirmi la spalla, il bordo del reggiseno. Mi bacia lì, alla base del collo, sull’osso, e io mi appoggio all’indietro al lavabo e chiudo gli occhi per un istante, poi li riapro perché voglio vederlo.
Lo specchio ci restituisce tutti e due. Vedo la mia divisa aperta, la mia bocca gonfia, la sua nuca china sul mio seno che ha finalmente scoperto. Il suo pollice mi passa sul capezzolo attraverso il pizzo del reggiseno e sento un fiotto caldo scendermi tra le cosce. La sua bocca lo raggiunge subito dopo, morde piano attraverso la stoffa, tira. Mi mordo il labbro per non fare rumore.
Le sue mani scivolano sotto la gonna della divisa, la fanno risalire. Ho le calze velate, il giro-coscia in pizzo. Le sue dita passano sul bordo del pizzo, salgono lente, si fermano dove la stoffa delle mutandine è già inzuppata. Un sorriso brevissimo gli attraversa la faccia. Non lo commenta, non ci fa una battuta. Sposta il tessuto di lato con due dita e mi tocca, diretto. Emetto un suono che soffoco subito, un gemito piccolo strozzato nella gola.
«Non parliamo» ripete, ma stavolta è a se stesso, come per costringersi a mantenere il patto.
Le sue dita entrano dentro di me, prima una, poi due, mentre il pollice mi trova il clitoride e comincia a muovervisi sopra con una precisione che mi fa piegare le ginocchia. Mi tengo al lavabo con una mano e con l’altra gli affondo le dita nei capelli, sulla nuca. Mi si contrae qualcosa nel ventre, un’onda calda che sale, e per un istante ho paura di venire subito, così, in piedi, contro il suo palmo. Lui lo sente. Rallenta.
Si stacca, mi guarda. Ha gli occhi neri, la mascella stretta. Slaccia la sua cintura senza smettere di guardarmi, apre i pantaloni, li fa scivolare quel tanto che basta. La sua erezione mi preme contro il ventre, dura, calda, e io la prendo in mano e sento il fiato spezzarglisi nel petto.
Non c’è spazio per stendersi. Non c’è tempo per niente di più. Mi gira. Sono di fronte allo specchio ora, i palmi sul piano d’acciaio, la gonna sollevata sopra i fianchi, le mutandine spostate di lato. Vedo il mio viso nella luce fredda, sbiancato, con la bocca socchiusa, e dietro il mio riflesso il suo, più alto, che si china sulla mia nuca e mi bacia dietro l’orecchio prima di entrare.
Quando lo fa mordo la mia stessa mano per non gridare. Entra piano, poi affonda, e mi riempie con un colpo lento che mi fa arcuare la schiena e alzare il bacino contro di lui. Le sue mani mi stringono i fianchi, le dita mi si imprimono sulla pelle sopra le calze, e comincia a muoversi. All’inizio con cautela, misurando lo spazio, il rumore, il ritmo. Poi più forte. Il lavabo trema piano sotto le mie mani, l’aereo trema di suo per una vibrazione lunga, e i due tremori si sovrappongono, mi entrano nel corpo, mi mescolano al piacere.
Lo guardo nello specchio. Anche lui mi guarda. Non abbassa lo sguardo un secondo. Mi tiene ferma per i fianchi e mi prende con una serietà quasi cupa, la stessa serietà con cui mi aveva chiamata per nome al check-in, la stessa con cui mi aveva parlato di turbolenze. Non c’è ironia. C’è soltanto il suo respiro rotto sulla mia nuca e il suo bacino contro le mie natiche e la mia bocca aperta contro il palmo della mia mano.
Il piacere mi arriva addosso come una cosa che non chiede il permesso. Mi sale dal basso, mi si annoda dietro le ginocchia, mi scoppia in testa in un lampo bianco. Vedo la mia faccia nello specchio contrarsi, gli occhi lucidi, e sento me stessa contrarmi intorno a lui in ondate lunghe. Lui accelera, poi rallenta, poi affonda una volta sola profondissima e si ferma, il respiro strozzato nel mio collo, e viene dentro di me con un gemito soffocato che mi resta addosso come un timbro.
Restiamo così qualche secondo. Il suo peso sulla mia schiena, la fronte appoggiata tra le mie scapole. L’aereo continua il suo ronzio come niente fosse. Sento, lontanissimo, un rumore di plastica dal galley — il forno che si è aperto o si è chiuso. Il tempo torna.
Si stacca piano. Mi rigira verso di sé, mi bacia una volta sola, brevissima. Poi si aggiusta i pantaloni, si allaccia la cintura, si passa una mano tra i capelli e diventa di nuovo l’uomo del 2A, il passeggero in cachemire che chiede il whisky. Mi guarda un ultimo istante, come per controllare che io stia in piedi, che stia bene. Poi apre la porta e sparisce nel corridoio buio prima di me.
Resto sola davanti allo specchio. Ho il rossetto sbavato, il foulard sul lavabo, un ciuffo di capelli fuori dallo chignon, il collo arrossato dove mi ha morso. Apro il rubinetto, mi bagno i polsi, mi sciacquo la bocca. Rimetto a posto ogni cosa con calma metodica, con la stessa cura con cui infilo il carrello nel suo alloggiamento dopo un servizio, e quando esco dal bagno sono di nuovo l’assistente di volo del turno di notte, la divisa stirata, il badge dritto sopra il seno sinistro.
Il collega non si è ancora svegliato. Nessuno si è mosso. Passo lungo il corridoio con il vassoio in mano come se avessi appena finito di riordinare, e quando arrivo alla fila 2 lui è di nuovo al suo posto, la testa girata verso il finestrino, il bicchiere vuoto sul bracciolo. Non gira la testa quando gli passo accanto. Ma allunga due dita e mi sfiora il polso, appena, come aveva fatto la prima volta. Un ringraziamento. Un promemoria. Un domani.
Fuori dal finestrino il cielo comincia a schiarirsi appena, una striscia bassa color rame all’orizzonte. Tra un’ora atterreremo. Lui scenderà per primo, con il suo maglione di cachemire e il suo orologio antico, e sparirà nel corridoio d’imbarco senza voltarsi indietro. Io continuerò il servizio del breakfast, sorriderò, chiederò tè o caffè, raccoglierò tazze, mi rimetterò il rossetto una volta in più del solito perché tra le labbra ho ancora il gusto del suo whisky.
Vado in galley. Prendo un bicchiere d’acqua, lo bevo tutto d’un fiato. Nello specchietto sopra il forno d’acciaio mi guardo un istante e la donna che mi guarda di ritorno non è quella di prima. Ha il collo più caldo, la bocca più piena, gli occhi più stretti. Sorride appena, come chi sa una cosa che le altre non sanno.
Chiudo la tendina della galley. Fuori sale l’alba.



