Marta mi era arrivata dal fondo del vicolo con le infradito in mano e il pareo aperto sulle spalle. Ridacchiava per qualcosa che non le avevo chiesto. Io la guardavo un secondo e poi guardavo lui.
Ciro era già in barca. Stava arrotolando una cima con un gesto lento, il braccio scuro fino al gomito, le mani larghe e segnate come chi lavora con le corde da sempre. Aveva una maglietta bianca appesa alla scaletta e il petto nudo lucido di crema solare mescolata al sale. Più giovane di quanto avessi pensato al telefono, non più di trent’anni, i capelli neri corti che si arricciavano sopra le orecchie. Quando ci vide alzò lo sguardo e sorrise, un sorriso storto, paziente, di chi porta a spasso turiste tutte le mattine.
«Bongiorno, signorine.»
L’accento aperto, denso, di quelli che appoggiano le consonanti e ti fanno sentire lontana da casa anche se sei venuta apposta da vicino. Marta rispose con un cinguettio, io no. Salii dietro di lei sulla scaletta e sentii la mano di lui prendermi il polso per sostenere il salto sull’ultimo gradino. Salda, calda, un secondo di più di quanto servisse davvero. Mi lasciò con la pelle a punta anche dopo che ebbe mollato.
Marta si era già stesa a prua sul cuscino azzurro, con gli occhiali da sole grandi e il cappello di paglia appoggiato accanto. Aveva scelto un bikini bianco che le faceva sembrare la pelle più scura di quanto fosse. Io mi tolsi il vestito e restai in costume verde, senza guardarmi allo specchietto sopra il timone, perché sentivo che lui mi guardava e non volevo dimostrarmi che lo sapevo. Il legno del ponte era caldo sotto la pianta dei piedi. L’acqua di Amalfi, dietro la barca, cambiava colore ogni due metri: verde vicino agli scogli, blu più fuori, poi una linea più scura di corrente che si perdeva.
«Andiamo alla grotta o vi porto direttamente a Furore?» disse Ciro dal timone.
«Decidi tu» rispose Marta prima che potessi rispondere io. «Portaci nel posto più bello.»
Lui rise piano, con una risata bassa che non era per noi ma per qualcosa di suo. Girò la chiave e il motore prese vita in un rumore rotondo che coprì il porto. Ci allontanammo lentamente dal molo, poi lui spinse la manetta e la barca si sollevò, la prua contro il vento, e la costa iniziò a scorrere accanto a noi come una parete di case, terrazze, limoneti aggrappati alla pietra.
Marta si voltò verso di me e mi sorrise sotto gli occhiali. Ci conoscevamo da abbastanza per non aver bisogno di dire quello che pensavamo dello stesso uomo. L’avevamo già fatto altre volte, in altre estati: ridere insieme di qualcuno, guardarlo insieme, e a volte anche di più. Non era una regola, era solo una possibilità che stava sempre nell’aria tra noi come un profumo leggero.
Io alzai gli occhi verso il timone. Ciro guidava con una mano sola, l’altra appoggiata al bordo del pozzetto. Le gambe divaricate per contrastare l’onda, i muscoli delle cosce che si tendevano ogni volta che la barca saltava. Il pantaloncino scuro gli scendeva basso sui fianchi, e dove finiva la schiena e cominciava la stoffa c’era una linea più chiara di pelle che il sole non aveva ancora preso. La guardavo e sentivo qualcosa aprirsi piano nel basso ventre, un tepore che non c’entrava con il sole.
Dopo una mezz’ora rallentò. Eravamo entrati in una caletta stretta, chiusa da due pareti di roccia gialla che salivano dritte per venti metri. Non c’era nessun altro. L’acqua sotto di noi era così trasparente che si vedevano i sassi bianchi del fondo e le ombre dei nostri corpi ferme sulla sabbia. Ciro spense il motore e nel silenzio improvviso si sentì solo il rumore leggero dell’acqua contro lo scafo e un uccello lontano.
«Qua fate il bagno tranquille» disse. «Non passa nessuno.»
Marta si spogliò con una naturalezza che mi tolse per un secondo il fiato. Non si slacciò il reggiseno del bikini davanti a lui, no: si girò con calma, se lo tolse a spalle rivolte, e quando si voltò di nuovo verso di noi era nuda dalla vita in su come se non fosse successo niente. Aveva un seno pieno, chiaro, con i capezzoli rosati già induriti al primo contatto con l’aria fresca dell’ombra della roccia. Ciro non spostò lo sguardo. Non le fece un complimento. Rimase seduto sul bordo del timone con le braccia incrociate e la guardò come si guarda una cosa che si è aspettata di vedere.
Io mi sfilai il reggiseno anch’io, con la stessa lentezza di chi finge di non farlo apposta. Sentii il sole sulle spalle e poi lo sguardo di Ciro spostarsi da lei a me. Lo sentii proprio, come una mano tiepida che scendeva dal collo al petto. Poi Marta si buttò in acqua e la scena si spezzò.
Feci la stessa cosa. L’acqua era più fredda di quanto sembrasse, e mi tolse il respiro per un istante prima di richiudermi addosso come una seconda pelle. Nuotai verso Marta e ci ritrovammo faccia a faccia, i capelli bagnati incollati alle tempie, le gambe che ci si sfioravano sotto la superficie. Lei rideva. Io ridevo. Guardammo insieme la barca da sotto e Ciro appoggiato al parapetto, che ci osservava con quel sorriso storto, senza dire niente.
«Vieni giù anche tu» gli disse Marta. Non era una richiesta.
Lui non rispose. Si tolse i pantaloncini e restò con uno slip nero corto che lasciava vedere tutto quello che c’era da vedere, e non era poco. Si tuffò dritto, senza spruzzo, e riemerse tra noi due. Vidi i suoi capelli neri incollati alla fronte, gli occhi scuri che ci passavano dall’una all’altra, e le sue mani che sott’acqua trovavano i nostri fianchi contemporaneamente, uno per parte, come se ci avesse davvero pescate.
Fu Marta a baciarmi per prima. Non lui: lei. La sua bocca era fredda di mare e sapeva di sale. La baciai con una calma che mi sorprese, e sentii Ciro guardarci a pochi centimetri, senza avvicinarsi, senza staccare la mano dal mio fianco. Poi Marta si staccò da me e diede la sua bocca a lui. Io li guardai baciarsi, e mi accorsi che mi eccitava vedere lui prendere lei tanto quanto era stato eccitante essere baciata da lei. La sua mano sul mio fianco si stringeva mentre baciava Marta, come se anche lui stesse facendo tre cose insieme. Il piacere mi salì dal basso ventre come un’onda calda; non era un modo di dire, era proprio così.
Risalimmo in barca uno alla volta, come tre pesci che tornano al sole. Ciro ci stese due asciugamani grandi sul ponte di poppa, ombreggiato dal tendalino di tela, e lì ci ritrovammo, io e Marta stese fianco a fianco sull’asciugamano e lui in ginocchio tra noi, ancora bagnato, l’acqua che gli scivolava dai capelli sui pettorali, sul ventre, dentro lo slip.
Non parlammo più. Non serviva. Marta si voltò verso di me e mi baciò di nuovo, più lentamente, e mentre le sue labbra si aprivano contro le mie sentii le mani di Ciro cominciare il loro lavoro. Una mano su di me, sul ventre, che scendeva verso il costume verde e lo tirava giù piano lungo le cosce. L’altra su di lei, tra le gambe, e la sentii gemere nella mia bocca, un gemito basso che assorbii come qualcosa che era anche mio. Le sue dita mi trovarono, lente, sicure, e cominciarono a muoversi in un ritmo che conosceva già, come se avesse guidato altre barche e altre donne prima di noi ma non gliene importasse più niente, delle altre.
Marta scese con la bocca sul mio seno mentre lui restava tra le nostre cosce con le mani, ora l’una ora l’altra, ora tutte e due. La bocca di Marta era calda e umida sul mio capezzolo e mi mordeva piano, le sue mani mi tenevano i fianchi. Ciro guardava, e questa cosa di essere guardata mentre un’altra donna mi succhiava il seno mi fece inarcare la schiena con un gemito che non riconobbi come mio.
Poi si mosse. Prima verso di lei. Lo vidi affondare la bocca tra le cosce di Marta, con la stessa lentezza con cui aveva arrotolato la cima al pontile, e Marta chiuse gli occhi e mi cercò la mano. Gliela strinsi. Guardavo la testa scura di lui muoversi tra le sue cosce chiare, il collo teso, e sentivo la mano di Marta stringersi nella mia a ogni onda di piacere che le passava addosso. Venne piano, quasi in silenzio, con un ansimare che diventò un sospiro lungo. Restò ferma un momento, poi mi guardò con un sorriso stordito, come a dirmi «adesso tu».
Ciro sollevò la testa e mi guardò. Aveva il mento lucido, gli occhi neri che sembravano ancora più neri per l’acqua e per il sole basso. Si spostò tra le mie gambe senza fretta. Marta si alzò appena su un gomito e mi guardava, ora era lei a guardare. E fu quello sguardo suo, più della bocca di lui su di me, che mi fece perdere il respiro.
La sua bocca era esatta. Non provava, sapeva già. Marta mi accarezzava i capelli, le tempie, il collo, e mentre Ciro si occupava di me con la lingua e le dita, lei mi baciava le palpebre, la fronte, l’angolo della bocca. Il piacere mi salì in ondate lunghe, ognuna più alta della precedente, finché a un certo punto non ci fu più spazio dentro e mi tesi tutta, le cosce che si stringevano attorno alla testa di lui, la mano di Marta stretta nella mia, un gemito lungo che uscì senza che potessi trattenerlo, coperto solo dal rumore piccolo dell’acqua contro lo scafo.
Ciro risalì lungo il mio corpo con la bocca, mi baciò a lungo, e nel suo bacio sentivo il mio sapore mescolato al sale del mare. Poi lo sentii premere contro di me, duro, ancora dentro lo slip nero. Lo tirai giù io, con Marta che mi guardava, e quando entrò dentro di me lo fece piano, guardandomi in faccia, come se volesse vedere l’esatto momento in cui mi apriva. Le sue spinte erano profonde, ritmate, e Marta si era stesa vicino con la testa appoggiata al mio braccio e le mani ancora sul mio ventre, sul mio seno, sulle mie cosce che si aprivano più forte a ogni suo movimento. Le sue dita si intrecciarono alle mie sopra il capezzolo mentre lui mi prendeva, e sentirla toccare quello che lui stava toccando, insieme a lui, mi fece venire una seconda volta senza preavviso, con un grido corto che finì soffocato contro la sua spalla.
Quando venne, lui affondò il viso nel mio collo, e sentii tutto quel corpo grande arrendersi tra noi due donne che se lo tenevano stretto ognuna a modo suo.
Restammo così, i tre corpi appoggiati sull’asciugamano bagnato, il tendalino che schioccava piano sopra di noi al primo vento del pomeriggio. Nessuno parlò per un lungo minuto. Marta si stiracchiò e rise piano. Ciro le passò una mano sui capelli e poi passò la stessa mano tra i miei, con una dolcezza che non avevo previsto in lui.
Il viaggio di ritorno lo facemmo in silenzio, con il sole basso alle spalle e la costa che tornava a scorrere accanto alla barca, adesso tutta rosa. Marta si era addormentata sul cuscino di prua. Io ero seduta a poppa, con l’asciugamano sulle spalle e il sapore del sale ancora sulla lingua, e guardavo Ciro guidare, la sua schiena scura contro l’ultima luce.
Quando accostò al pontile, la sera era già entrata nel porto. Scesi io per prima. Lui mi tenne di nuovo il polso, salda, calda, quella stessa mano di dieci ore prima e di un altro secolo. Marta scese dopo, un po’ assonnata, un po’ ridendo.
«Domani ci porti ancora fuori?» gli chiese, come se niente fosse.
Lui sorrise storto.
«Domani si vede» disse. «Il mare decide sempre lui.»
Ci allontanammo per il vicolo tenendoci a braccetto, io e Marta, con la pelle che sapeva di sale e di lui e di noi. Non parlammo di quello che era successo. Non ce n’era bisogno. Le nostre spalle nude si toccavano a ogni passo, e questo bastava.



