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Mamma per caso – Perché in Italia la scuola dell’infanzia fallisce – Claudia Neri

Leo tra due anni entrerà alla scuola dell’infanzia. Dovrò iscriverlo entro gennaio, sperare che ci sia posto, sperare che ci sia una maestra che resti lì per tre anni, sperare che l’edificio in cui passerà otto ore al giorno abbia i muri in ordine. È così che si comincia a fare i genitori in Italia: sperando.

Ho iniziato a guardare i numeri per capire dove sto per mandare mio figlio, e la fotografia che ne è uscita è più dura di quanto immaginassi. Non è una scuola dell’infanzia che funziona con qualche crepa da riparare. È un sistema che, dai dati, sta fallendo la sua promessa più importante: prendere i bambini nei loro anni decisivi — quelli in cui si forma davvero un essere umano — e restituirli al mondo un po’ più preparati a starci. Voglio raccontarveli, questi numeri, uno per uno.

1. Le sezioni pollaio esistono anche a tre anni.

Il DPR 81/2009 fissa il limite di ventisei bambini per sezione alla scuola dell’infanzia: ventisei. Nel 2024-2025 in Italia ci sono ancora 651 sezioni sopra soglia, con 21.591 bambini stipati in gruppi troppo grandi (dati Ministero dell’Istruzione, elaborazione Tuttoscuola). Il rapporto medio educatore-bambino in Italia è di uno a dodici (OCSE, Education at a Glance 2024). A tre anni. Provate a immaginare una persona sola davanti a dodici bambini pieni di energia, di paure, di bisogno di attenzione — o davanti a ventisei. Poi provate a rileggere le nostre aspettative sulla scuola dell’infanzia: dovrebbe insegnare la relazione, l’autonomia, la parola, l’ascolto. Con quelle proporzioni la relazione non ci sta fisicamente.

2. Il precariato è diventato il modo normale di lavorare.

Nella scuola italiana i docenti con contratto a tempo determinato sono passati da 100 mila nel 2015-2016 a 234 mila nel 2022-2023: più che raddoppiati in sette anni (elaborazione Tecnica della Scuola su dati ministeriali). Oggi circa un docente su cinque è precario, contro una media europea del cinque-sei per cento. Alla scuola dell’infanzia, in molte zone del Paese, i candidati stabili non si trovano più. Questo si scarica direttamente sui bambini: la maestra che sparisce a giugno e a settembre è un’altra, il legame che si era costruito si rompe. A tre, quattro, cinque anni un legame che si rompe non è una seccatura organizzativa. È una ferita affettiva vera.

3. Le maestre guadagnano quanto uno stage.

Una maestra della scuola dell’infanzia a tempo pieno guadagna in media 1.500-1.600 euro netti al mese, e le tabelle stipendiali penalizzano proprio chi lavora con i più piccoli rispetto ai colleghi delle superiori. Vogliamo davvero dire che l’educazione di un bambino di tre anni pesa meno di quella di un ragazzo di diciassette? I numeri dicono di sì. E il risultato è prevedibile: chi ha vocazione se ne va altrove, chi resta lavora sotto stress economico, chi entra nuovo non riesce a permettersi di restarci. Nel frattempo chiediamo a queste donne — sono quasi tutte donne — di essere pazienti, competenti, aggiornate, empatiche, e di reggere anche l’ansia dei genitori. Con 1.500 euro.

4. Gli edifici cadono a pezzi, soprattutto al Sud.

Il XXVI rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente (2025) racconta che il 53 per cento degli edifici scolastici italiani non ha il certificato di agibilità. Uno su tre necessita di lavori urgenti — quasi uno su due nel Mezzogiorno (45,2 per cento), oltre uno su due nelle Isole (54,2 per cento). E lo squilibrio nelle risorse è brutale: al Nord si spendono in media 64 mila euro per edificio, al Sud 5.557. Non è un dettaglio tecnico da geometri: sono le stanze dentro cui i nostri figli passano le ore più lunghe della giornata, il pavimento su cui si sdraiano per il riposino, i bagni in cui imparano l’autonomia. Un Paese che manda i bambini in edifici non certificati sta dicendo, senza dirlo, che i bambini non contano abbastanza.

5. Dove servirebbe di più, c’è di meno.

Nel 2022 il 92,7 per cento dei bambini italiani tra i tre e i cinque anni ha frequentato la scuola dell’infanzia (Openpolis su dati Eurostat): mancano 3,3 punti al nuovo obiettivo europeo del 96 per cento entro il 2030. Ma la media nazionale nasconde il vero problema, ed è un problema che Save the Children denuncia da anni: proprio nei territori con più povertà educativa e dispersione scolastica i posti mancano. La scuola dell’infanzia, che dovrebbe ridurre le disuguaglianze, finisce per confermarle. Chi nasce nel posto giusto trova la maestra, il posto, l’edificio in ordine. Chi nasce nel posto sbagliato trova la lista d’attesa. E la disuguaglianza, in questo Paese, comincia a tre anni.

Vi scrivo tutto questo perché credo che la scuola dell’infanzia sia il pezzo di stato che pesa di più sul futuro di un individuo, e quindi sul futuro di tutti noi. Un bambino accolto bene a tre anni ha più probabilità di diventare un adulto capace di stare al mondo, di lavorare, di amare, di rispettare altri esseri umani. Un bambino trascurato a tre anni porta con sé, per decenni, il conto di quella trascuratezza. L’educazione è la forma più concreta di prevenzione che uno Stato possa mettere in campo: prevenzione della violenza, della povertà, della solitudine, del crimine. Investire sui bambini piccoli è la scelta politica più radicale, la più femminista, la più civile che questo Paese potrebbe fare. Non la sta facendo. Continua a chiedere alle madri di supplire, alle maestre di reggere, ai bambini di adattarsi. E finché sarà così, saremo tutti — bambini, genitori, maestre, cittadini — dentro lo stesso fallimento.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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