Indomabili schiavi

Ero seduta al tavolino del bar fuori l’università mentre guardavo il fumo della mia sigaretta salire e ombrare tutto quello che aveva dietro. Piazza San Domenico quella mattina aveva la strana capacità di procurarmi calma, immersa com’ero nella foschia dell’ambiente circostante.

Le dita della mia mano sinistra stringevano il filtro della sigaretta che lentamente si consumava, mentre io osservavo tutt’intorno la bellezza di quella giornata in quel luogo che così raramente mi concedeva una sensazione così dolce. La mano destra manteneva il libro che stavo leggendo, in cui avevo lasciato gli occhiali per tenere il segno.

Il cielo in quella mattina di ottobre era cupo, ma il vento impediva alle nuvole di fermarsi abbastanza da far cadere la pioggia. Molto presto mi accorsi infatti che tutta la mia sigaretta era sfumata e ne rimaneva solo la cenere e un po’ di tabacco ancora attaccati al filtro. La spensi nel posacenere, rimisi gli occhiali, e ripresi la mia lettura: ‘…In quella sola parola l’amarezza di tutte le altre parole ch’egli aveva ricacciate dentro..’, una folata di vento forte fece girare alcune pagine del mio libro, mi scompigliò i capelli e fece volare via alcuni fazzoletti di carta che erano poggiati sul mio tavolino e su altri intorno a me.

– No! Che schifo! Dammi qualcosa per pulirmi! – sentii dire ad una ragazza seduta poco lontano che si era appena versata tutto il cappuccino sul jeans chiaro, i due ragazzi che erano con lei le porsero dei fazzolettini ridendo. Pensai subito a quanto odiavo l’odore del latte e alla terribile sensazione stomachevole che avrei provato nei panni di quella ragazza. Sorrisi e raccolsi con le mani i capelli per tenerli lontani dagli occhi. Sentii allora vibrare il telefono nella tasca dei miei pantaloni e lessi il messaggio “Dove sei?”.
L’ultima volta che ci eravamo sentiti era stato qualche settimana prima, quando, come spesso capitava quando parlavamo, eravamo finiti a dirci quanto fossimo attratti l’uno dall’altra e quanto fosse forte il suo desiderio di finire tra le mie gambe e il mio di finire sotto di lui, per una serie infinita di ore, in una serie infinita di fantasie diverse.
Scorrendo la conversazione verso l’alto e rileggendo quelle vecchie cose, mi venne da sorridere e aspettai qualche minuto prima di rispondere “Fuori l’università, seduta al bar”.

Ci eravamo conosciuti l’anno prima durante una vacanza studio, alloggiavamo nello stesso campus, lui aveva lasciato a casa una ragazza mentre io quasi nulla a cui tenessi particolarmente.

Lì avevamo avuto una specie di relazione in cui ci eravamo conosciuti a fondo come succede solo quando ti concedi a qualcuno con la consapevolezza che finirà e che nessuno conosce dell’altro più di quanto l’altro voglia fargli sapere.

“Sei da sola?”. Vivevamo a circa 400 chilometri di distanza e, non appena era finita l’esperienza di studi al campus, ognuno era tornato alla sua vita precedente, pur rimanendo in contatto erotico.
Durante l’anno ci eravamo incontrati una volta, in un viaggio di qualche giorno che avevo fatto a Bologna per incontrare un’amica, lui era lì con la ragazza per accompagnarla a fare un concorso di architettura e non si aspettava di vedermi. Gli avevo fatto compagnia mentre lui aspettava che lei finisse il suo test, e per circa tre ore eravamo rimasti a parlare mangiandoci ogni volta che gli sguardi si incontravano. La sera dello stesso giorno lui mi aveva scritto:

“Ti avrei strappato quel vestito in ogni momento”, e io sorridendo gli risposi “Perché non l’hai fatto?”

Nel momento in cui ricevetti il messaggio istintivamente mi voltai intorno cercando di riconoscerlo tra i volti della gente che era intorno a me, tra quelli che salivano da Mezzocannone, a quelli che venivano dalla strade circostanti, in ogni direzione.

“Sì perché?” risposi attendendo solo la risposta.

Mentre le nuvole prendevano una certa posizione sul sole, mi arrivò un messaggio con scritto “Stupida non ti muovere, che sennò mi perdo”.
Passarono diversi minuti senza che nulla accadesse, non lo chiamai per godermi la sorpresa ma smisi di leggere sapendo che era solo questione di minuti, forse meno. Quando sentii afferrarmi i fianchi, mi voltai, gridai e sorrisi.
Sorrideva come un bambino, i suoi capelli castano chiaro erano più corti di come li ricordavo, gli occhi verdi erano vispi ma rivelavano anche la stanchezza di qualche lunga notte, sorrisi e lo abbracciai d’istinto, lui mi sollevò da terra e mi chiese “Sorpresa eh?”, io staccandomi dalle sue braccia risposi “Che ci fai qui?””Resto per una settimana o due, mi sono accordato col professore che segue la mia tesi per incontrarci nella sua casa qui, e cominciamo a lavorare.”, io sorrisi, “in più avevo qualcuno da vedere”.


D’istinto mi venne di baciarlo ma mentre cominciavo a pensarci la strada intorno a me si bagnò e le gocce diventavano sempre più grandi sulle nostre teste.

‘Vieni andiamo dentro’ dissi e presi le mie cose dal tavolo, gli presi la mano e lo condussi nell’androne dell’università. Ci fermammo davanti ad un altro gruppo di studenti che aveva avuto la nostra stessa idea, mentre altri si rifugiavano nelle aule interne.

Vedevo i suoi capelli bagnati, e quell’eccitazione tipica di trovarsi in un posto sconosciuto, come ospite, con l’istinto di desiderarne il meglio, di prenderselo tutto.
“Da quando ti fa paura la pioggia?” mi disse.

Sapevo a cosa si riferiva: l’anno precedente, mentre eravamo al campus restavamo spesso sotto la pioggia estiva, lasciandoci bagnare. Spesso era capitato che la aspettassimo proprio per poter prendere le bici e girare per il paese vicino al mare senza troppa folla per poi finire ad osservare i lampi e i tuoni abbattersi dentro l’acqua.

“Quando sei arrivato?”, mi scostò una ciocca di capelli bagnata dagli occhi e rispose “ieri sera, ho dormito in albergo, qui vicino, ho lasciato lì la valigia”
“Sei stupido, potevi dirmelo prima, potevi stare da me.” “Non ci ho pensato” disse con un sorriso malizioso.

“Andiamo” dissi un tratto, trascinandolo per la mano, pioveva ancora ma non era insopportabile. Mentre camminavamo mi accorsi che mi fissava per guardare come cambiasse il mio visto e i miei vestiti man mano che la pioggia seguitava ad inzupparmi, e io facevo esattamente lo stesso.

Si fermò d’un tratto sotto un grande albero che ci riparava un poco dalla pioggia. Strinse più forte la mia mano e mi costrinse a fare qualche passo indietro.

Quando mi prese il viso tra le mani un calore improvviso s’impossessò di me, asciugando qualunque goccia d’acqua avessi addosso. Gli afferrai il viso e spalancai la bocca, lui mi strinse a sé e ci lasciammo andare a tutta la libidine della mancanza, irresistibile.

Ogni cosa che era successa in quell’anno, era successa perché noi potessimo tornare a baciarci in quel modo.

“Mi mancavi.” disse.
Lo condussi fino al mio appartamento più desiderosa di prima. La camera da letto si trovava sul lato destro della casa, e affacciava all’esterno, mentre la finestra del soggiorno dava sul cortile interno del palazzo.

Appena entrati cominciammo a toglierci i vestiti bagnati con foga. Era diventato più grosso da quando lo avevo visto l’ultima volta e aveva un nuovo tatuaggio sul petto. Lo toccai istintivamente, lui seguì i miei occhi.
“Ti piace?”
“Carino.” ma mi riferivo più alle sue forme dure che si intravedevano che al tatuaggio.


Fu un attimo. Pochi secondi per fargli prendere la mia faccia tra le mani e avvicinarla alla sua bocca. Sentivo l’eccitazione nei suoi gesti e nei miei, che cercavano la sua pelle e i contorni dei suoi muscoli sotto di essa.

Mi eccitava terribilmente il suo busto nudo e il suo desiderio, iniziai a baciargli il collo mentre le sue mani presero i miei fianchi e mi spinsero con violenza contro il muro dietro di me. Ansimando guardai i suoi occhi eccitati fissarmi mentre le sue dita si insinuavano sotto i miei vestiti e stringevano la pelle, torturavano il seno e mi graffiavano la schiena e mi sentivo incredibilmente piccola, dominabile e piena di voglia di lasciarglielo fare.

Mi sfilò la maglietta e io guardai le gocce d’acqua colargli sulle guance, mentre i miei capelli mi bagnavano il reggiseno e l’ombelico fino sotto la pancia. Leccai le sue labbra e assaporai la pioggia sulla sua pelle finché non mi spinse e cominciò a seguire con la mano le mie ciocche rosse ancora piene d’acqua, sbottonò il mio jeans e io lentamente mossi le gambe per lasciarlo cadere. Le sue labbra morsero le mie guance, il mio collo, le spalle e giunsero fino al seno, e mentre io già gemevo lo vidi inginocchiarsi di fronte a me.

In un attimo mi venne in mente l’ultima volta che era successo, su una spiaggia, una notte di campeggio mentre eravamo ubriachissimi. Ci eravamo trascinati nella tenda a stento reggendoci in piedi. “Solo da ubriaco mi sottometterei così” mi disse, mentre ancora vestito sfilava il costume da sotto il mio abito cremisi. Scherzava e lo sapevo ma ora come allora gli spinsi la testa verso di me lasciandomi coccolare dalla sua lingua.

Le sue mani presero a stringermi forte il sedere tanto da farmi male e attese che gemessi tra un misto di piacere e dolore prima di rialzarsi e sorridermi. Si leccò le labbra e io lo baciai, stringendolo forte a me, feci un passo avanti lasciandomi dietro i miei vestiti e lo spinsi verso il letto dietro di lui. Mi teneva strette le mani intorno al sedere e spingeva la mia pelle nuda e bagnata verso la sua, gli sbottonai i pantaloni e li feci scivolare giù fino ai piedi accompagnandoli con le mani, la sua mano sinistra allora afferrò i miei capelli e li strinse con forza mentre la destra accompagnava la mia mano che dolcemente gli toccava le ossa dell’anca e del bacino, sempre stato un suo punto debole.

Non appena le mie labbra lo toccarono, lo sentii gemere e più andavo avanti e indietro e lui me lo spingeva dentro la bocca, più lo vedevo ansimare, scostai leggermente la bocca e mi leccai per un secondo le labbra guardandolo negli occhi. Lui allora mi prese una spalla e tirandomi i capelli mi fece alzare, mi baciò bocca e collo e prendendomi per le cosce mi alzò, legai le mie gambe intorno a lui e strinsi le braccia intorno al collo.

Si lasciò cadere sul letto con me sopra di lui e finalmente si accorse che gli avevo sfilato dai pantaloni la cintura di cuoio. Sorrise e si stese di lato, leccandomi i capezzoli mentre io gli stringevo i polsi e lo legavo alla spalliera di ferro del letto.

Vederlo alla penombra della mia stanza, nudo, impotente, con le ossa e i muscoli che pareva strisciassero frementi sotto la sua pelle bianca me lo fece desiderare tanto che non avrei smesso di farci sesso anche dopo essere venuta infinitevolte.

Cominciai a muovermi su di lui, mentre le lenzuola lentamente si bagnavano, i miei capelli non gocciolavano più ma erano ancora pieni d’acqua e sapevo che questa cosa gli piaceva, allargai le gambe sopra di lui, lo baciai dalle labbra all’ombelico, leccai il suo tatuaggio e mentre scendevo più giù sentii che dimenava più forte le mani e gemeva più forte, “Slegami” disse, lo guardai e sorrisi “Cazzo, slegami”. Obbedii.

Mi strappò la cintura dalle mani, mi prese per i fianchi e mi sbatté sul letto dalla parte del cuscino, si mise sopra di me con tutto il peso, sapevo che voleva farmi male, prese le mie braccia e le legò alla spalliera davanti, mi allargò le gambe con forza e penetrò dentro di me spingendo forte finché non gridai e venni una volta. Muovendomi così sentivo i polsi doloranti stretti nella cintura ma non m’importava, anche il seno mi faceva male dopo tutti i suoi morsi ma ne traevo piacere, e continuai e guardarlo mentre faceva sua ogni parte del mio corpo.

Mentre sentivo che mi possedeva e traevo piacere voluttuoso tanto dal suo godere quanto dal mio lui smise di muoversi e, a quattro zampe su di me mi costrinse a voltarmi.

Non slegò la cintura così io ora mi trovavo col le braccia incrociate, a pancia in giù e con i capelli stesi sulla schiena e sulla faccia tra un misto d’acqua e il sudore della mia pelle. Mi prese per i fianchi affondandovi le unghie, mi lamentai con un gemito e lui in tutta risposta diede uno schiaffo alla mia natica destra, sorrisi e roteai lentamente i fianchi finché non sentii penetrarmi prima con delicatezza poi sempre più forte e più forte fino a che entrambi non raggiungemmo l’orgasmo.

A quel punto sapevo di avere tra il sedere, la schiena e le cosce il liquido di entrambi, chiusi le gambe e lo vidi stendersi ancora ansimante accanto a me, lo intimai allora con lo sguardo di slegarmi e lasciarmi muovere, sorrise e attese alcuni secondi prima di sciogliere il nodo della cintura.

A quel punto mi stesi anch’io a pancia in su e guardai le lenzuola completamente scomposte e la cintura ancora ai miei piedi, chiusi gli occhi. Ero in completa ecstasy, non riuscivo a immaginare di sentirmi più leggera di così. Mi avvicinò a lui e io poggiai la testa sul suo petto calibrandone il respiro, mentre lui carezzava i miei capelli che mi cadevano sulle spalle.

E ci addormentammo così, completamente nudi, ancora un po’ umidi e stanchi, i lividi sul mio corpo prendevano forma, come anche il rosso si faceva più forte, e così accadeva sul suo.

Ci sentivo insieme, più intimi, come se non avesse limite tutto questo, tutto ciò che non sapevo era cosa sarebbe successo una volta svegli.

Claudia Neri

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