Indomabili schiavi – parte seconda

Quando riaprii gli occhi mi resi conto di dov’ero e un sorriso mi salì alle labbra.

Mi passai una mano sul dorso, sentendo sotto le dita i segni di lividi e graffi, lo stesso feci sulla parte bassa della mia schiena. Guardai alla mia destra il letto vuoto e mi chiesi lei dove fosse, se fosse in casa. Il rumore del posacenere che si appoggiava sul qualcosa, probabilmente il tavolo del soggiorno, mi rivelò la sua presenza.

Non sapevo bene perché avevo deciso di non dirle che sarei arrivato. Penso che fosse perché desideravo la sua reazione spontanea, la stessa che aveva avuto a Bologna, dove io avevo mascherato la mia sorpresa e il mio piacere mentre lei mi aveva fatto quel sorriso mozzafiato che mi ispirava una tranquillità unica. Quello che era successo dopo me lo aspettavo.

Era una conseguenza naturale del nostro stesso guardarci. Ci penetravamo dentro solo fissandoci negli occhi e non era segreto per nessuno dei due.

Le linee del suo corpo erano leggermente cambiate da quando le avevo esplorate l’ultima volta, era dimagrita, ma le sue forme erano rimaste sode e carnose, potevo sentire le ossa dove dovevo sentirle e la carne dove l’andavo a cercare. Una volta rievocate in me tutte le sincerità del passato, non avevo potuto frenarmi dal dirle a cosa pensavo da quando l’avevo vista voltarsi fuori l’università, senza paura né esitazione, l’audacia che il solo movimento del suo corpo mi iniettava nel cervello.

Mi alzai dal letto lentamente, mi accorsi che avevo dormito un paio d’ore, e camminai tra i vestiti sparsi sul pavimento fino ad arrivare alla porta che mi separava dal soggiorno, e la vidi: era seduta sul divano con le gambe piegate e teneva in bocca una matita, mentre in grembo teneva un libro. Aveva legato i capelli rossi con un codino debole, e la finestra alle sue spalle li faceva sembrare ancora più chiari, rossissimi sulla sua pelle chiara, limpida come l’acqua fresca. Portava gli occhiali e quel complesso, con le sue gambe scoperte e i denti che rosicchiavano la matita, mi eccitava terribilmente. Le sorrisi, e lei pure ricambiò, invitandomi a prendere qualcosa da bere se volevo. Le dissi che avrei bevuto un po’ del suo tè che era rimasto sul tavolino con la tazza ancora fumante, e mi sedetti ai suoi piedi.

Era bellissima, respiravo con la bocca socchiusa, mi sembrava così di assorbirla con gli occhi, con le mani sulle sue caviglie, con il suono delle sue parole ma soprattutto la assorbivo con il sapore e con l’odore di sesso che emanava, gelida, penetrante.

– Cosa leggi? –
– Un vecchio saggio per un esame –
– Quando ce l’hai? – chiesi, voltandomi verso di lei.
– Tra tre settimane – rispose, e alzò le gambe per accomodarle sulle mie, portai le mani dai suoi piedi nudi alle ginocchia.
– Devo andare a prendere i bagagli in albergo prima di stasera. – le dissi.
– Per portarli dove? – mi rispose.
La guardai perplesso poi vidi che sorrideva e risposi:
– Mi accontento di dormire sul divano, davvero. – e mi sporsi verso di lei.
– Davvero? – lasciò definitivamente la matita e spostò il libro per piegarsi un po’ verso di me.
– Giuro. – dissi, e afferrandole la vita piccola la trascinai un po’ più in basso, si stese completamente, con lentezza.
– Io no. – rispose sollevando il braccio e permettendomi di poggiar la testa sul suo petto.
– Tu no, cosa? –
– Non mi accontento se dormi sul divano. – mi strinse i capelli della nuca e fece ondeggiare un poco il suo corpo sistemandosi sotto di me e lasciandomi unire le mie forme alle sue.

Cominciai a baciarle il petto e portai la mia mano sinistra dall’alto del suo fianco fino al seno, da sopra la maglietta. Lei si protese verso di me fino a che arrivai a baciarle le labbra, calde, con il fiato leggero che copriva le mie. Cominciammo a baciarci, prima piano poi più forte. Ero sopra di lei e i nostri movimenti erano frenetici quando riaprii gli occhi e la guardai: aveva i capelli sconvolti sparsi tra i cuscini e sul viso, alcuni più umidi di altri, le sue labbra erano più gonfie e più rosse e sui occhi più lucidi, fissava i miei e mi stuprava soltanto facendo questo.

Le tolsi prima la felpa che portava aprendo la cerniera e poi le strappai la canottiera, facendola ridere e gemere mentre le graffiavo un poco il corpo. Baciai tutta la sua pelle nuda, lasciando ultimi i seni e mentre la guardavo nella luce scura del pomeriggio piovoso, la luce sul suo corpo metteva in contrasto l’umido lasciato dalla mia bocca sulla sua pelle chiara che andava su e giù sotto il respiro affannoso e i battiti del cuore accelerati.

Mentre pensavo a fissarla negli occhi scuri, voluttuosi, pieni di desiderio famelico, lei mi aveva tolto i boxer, le sue labbra indugiavano su di me tra baci e morsi, la sfiorai con le dita e poi la penetrai con forza, lasciando che il suo corpo si contorcesse seguendo i movimenti della mia mano. Sentii improvvisamente i suoi denti penetrarmi nella carne sopra la spalla con più forza di prima. Mi fece eccitare, le presi di forza la faccia da sotto il mento e la baciai così forte che il suo labbro inferiore sanguinò facendomi sentire il sapore del sangue. Intanto l’altra mia mano le torturava il seno e tra i baci e i respiri sentivo i suoi gemiti di piacere e dolore. Quando le lasciai la faccia questa ricadde sul cuscino lasciandola ansimante a bocca aperta, con una goccia di sangue fresco sul labbro umido. Se ne accorse, cacciò la lingua e la passò piano su tutto il contorno fissandomi negli occhi con una libidine infinita.

La penetrai allora con forza, non lasciandole il tempo di riprendere fiato mentre ancora le sue labbra si incurvavano in un sorriso di piacere sporco. Non riuscivo a contenermi, l’erotismo di ogni cellula del suo corpo mi conduceva al limite troppo presto, sempre prima di quanta voglia avessi cosicché con lei diventava una repressione e un’attesa costante.

Quando rallentai e uscii da lei, chiuse d’istinto le gambe portandole piano al petto mentre teneva le braccia ricadute all’indietro. Potevo vedere bene la curva delle sue cosce chiuse che arrivava fino al sedere formoso, lasciando intravedere le labbra rosee. Capii la sua provocazione quando si passò le mani su tutte e due le natiche accarezzandosi piano da su a giù.

Le afferrai i fianchi e le strinsi forte il sedere, affondando le dita nei lividi e dei morsi di poche ore prima. La tirai con forza e lei presto si voltò piegandosi in avanti con tutti i capelli che le ricadevano sulla schiena e le braccia tese con le mani incrociate sul manico del divano.

Ricominciai da capo, schiaffeggiandola più volte e lasciando che si lasciasse dominare mentre la sua energia si spargeva dal suo corpo al mio, come una continua scarica di forza e di eccitazione pronta a soddisfarla.

Venimmo entrambi nello stesso momento, e lei si lasciò cadere a pancia in giù, lasciandomi stendere accanto a lei. Passò circa un minuto prima che lei si girasse verso di me, e allora anche io la guardai, aveva il volto rilassato, come una bambina appena sveglia, senza un pensiero al mondo, non sorrise però, mi fissava negli occhi seria, come se cercasse qualcosa, poi li chiuse.

– A che pensi? – le chiesi
– Perché non me l’hai detto che venivi? –
– Mmm… volevo vedere come reagivi, se succedeva come a Bologna. – e sorrisi prendendola in giro.
– Come è successo a Bologna? –
– La mia ragazza avrebbe voluto ucciderti. –
– Anche io l’avrei desiderato se fossi stata in lei. E se ci vedesse adesso, cosa mi farebbe? – Niente, non stiamo più insieme da un po’ –
– E da quando? Perché non me l’hai detto? –
– Un paio di mesi, perché se avessimo cominciato a parlare avresti avuto validi argomenti per consolarmi –
– Che argomenti? –
– Saresti stata un diavolo tentatore. –

Quando decidemmo di alzarci era passata quasi un’ora ed era arrivato il momento di tornare al mio albergo. Mi faceva piacere che mi facesse compagnia ed ero felice all’idea che quella sera avremmo mangiato una pizza insieme davanti un film bevendo birra come due ragazzini.

Lei si alzò per prima, si chiuse in bagno, fece una doccia. Mi trattenni dal raggiungerla e andai in camera da letto dove recuperai i miei vestiti. Lei uscì dal bagno già in completo intimo, grigio con un merletto bianco e andò a vestirsi. Mentre occupavo io il bagno la sentii preparare un caffè e quando uscii, già vestito, lei era vicino ai fornelli. Indossava un paio di calze scure con una gonna nera e stretta e sopra un maglioncino leggero rosso scuro che le lasciava scoperte le spalle.

Non aspettavo che passare con lei la notte, nel suo appartamento, liberandoci a quell’amore che avevamo tanto tempo nascosto. Finalmente non dovevo più rubare il suo corpo di nascosto, non dovevo aspettare per averla, e potevo guardarla e baciarla ogni volta che volevo.

Claudia Neri