DEBORA

La terrazza affacciava su una Milano calda e afosa. La musica accompagnava le conversazioni dei partecipanti alla festa senza interferire, non era ancora il momento di ballare. Ognuno sorseggiava qualcosa, si fumavano sigarette di tabacco e di liquidi profumati, tutte le donne portavano i tacchi e facevano sfoggio dei loro vestiti più cool, così che si faceva fatica a sapere chi guardare con più attenzione.
Sapeva che lei sarebbe venuta a trovare Gioia quel weekend, l’unica amica che gli era rimasta in comune, e sapeva anche che si sarebbero visti. Era più di un anno che non aveva sue notizie e un vuoto nello stomaco precedeva l’inconsapevolezza dell’effetto che gli avrebbe fatto ritrovarsela davanti. Rifletté che probabilmente sarebbe stato un vuoto nello stomaco più profondo.

Era intento ad ascoltare i suoi amici parlare di lavoro mentre involontariamente la cercava in mezzo alla gente. La riconobbe a stento mentre, di spalle a lui, si voltò dalla sua parte con un gesto distratto.

Si era tagliata i capelli, che ora le arrivavano alle spalle, sempre mossi ma adesso color rame. Le forme che lo facevano impazzire tanti anni prima erano rimaste le stesse, gli parve però che i tratti del viso si fossero induriti. Aveva un abito rosso, scollatissimo sulla schiena e stretto su un seno altrimenti nudo. Anche lei portava i tacchi alti e così arrivava quasi alla stessa altezza dell’uomo con cui parlava. Stava sorseggiando un drink bianco con delle bacche nere dentro, nessun dubbio che fosse ginepro.

Quando si voltò di nuovo, Diego ebbe la sensazione che la conversazione la annoiava e senza pensarci troppo si avvicinò, scostando la folla e andandosi a mettere dove “casualmente” lei avrebbe potuto vederlo.

Fu un attimo. I loro occhi si incontrarono, lei ammutolì e cambiò espressione. Disse qualcosa all’uomo e, con passo deciso si avvicinò a lui. Rimasero qualche secondo sorridendosi, poi lui la strinse in un abbraccio, sussurrarono due “ciao”.

Non pensava che la bellezza potesse ancora fargli quell’effetto. Era convinto che la durezza degli anni lo avesse portato ad uno stato di apatia verso il passato, ma lei era un’altra cosa. C’era qualcosa di sacro in lei che non poteva ignorare e, parola dopo parola, i loro corpi si avvicinavano sempre di più, incuranti della gente, carichi di desiderio.

Si appartarono a un tavolino un po’ lontano dalla musica divenuta insistente e bastò poco perché lui obbedisse a quegli occhi che gli dicevano baciami. La bocca era fresca di ghiaccio e sapeva di gin e Diego sentì il sangue che gli saliva alla testa e gli ribolliva in corpo. Le mani cercavano e il respiro si faceva più pesante. Lei gli prese il volto tra le mani, i riccioli scuri le si incastrarono tra le dita. Diego la stringeva sotto la nuca tirandole un po’ i capelli, la baciava veemente le labbra e scorreva con le mani, quasi le unghie, sulla sua schiena nuda.

Mentre salivano le scale del palazzo dove viveva lui, Diego le stringeva la mano. Aprì la porta e quando furono dentro, Debora non ebbe il tempo di far abituare gli occhi al buio che Diego l’aveva già presa in braccio, attraversato un probabile salone, girato a destra e aperto una porta con un piede. Nella stanza da letto un raggio di luce di un lampione illuminava uno scorcio di letto. Impacciati dall’alcol e dalla frenesia, caddero ridendo su un letto che profumava di sapone maschile.

Lui le strappò il vestito rosso da dosso e cercò con le mani il suo seno, che prese a succhiare e mordere, stringendolo con le mani quando arrivava con la sua bocca sul collo e in quella di lei. Un ruggito dentro di lui gli risvegliò sensazioni carnali assopite, voleva divorare tutta quella carne fino all’ultimo morso.

Debora si lasciò fare tutto anche quando gemeva forte per il dolore, gli strinse i ricci tra le dita e attese che lui avesse succhiato e morso quanto volesse. Dopo il collo, le labbra e il seno, Diego le morse le cosce e le tirò via le mutandine per afferrargli entrambe le natiche e stringere.

Con la testa tra le sue cosce e le mani così, sentì di bere dalla fonte più sacra di tutte, dal calice più morbido e caldo che potesse desiderare. Debora gli baciò il collo, le spalle, il petto nudo e gli tormentava i capelli gemendo di piacere. Lui la lasciò e raggiunse la sua bocca.

Tu mi fai impazzire.
Le tolse i capelli dalla faccia con una mano mentre le infilava l’altra in mezzo alle cosce. Lei gemette di piacere più forte di prima. Avevano i volti attaccati, la mano ferma sulla sua fronte le teneva ferma la testa. L’altra entrava, usciva e entrava sempre più dentro.
Dimmi che ti piace e penetrò ancora più forte.
, un sussurro ansimante Ancora.
Un sussulto le fece serrare le gambe intorno al braccio di lui. Senza uscirle da dentro, Diego spostò la mano che teneva sulla fronte e si aiutò a divaricarle le gambe dalle ginocchia.
Apri le gambe.
Debora aprì le cosce e la testa le ricadde all’indietro sui cuscini. Sentì le dita di lui che uscivano da lei e risalivano lungo la pancia, sul seno fino alla bocca. Succhiò indice, medio e anulare fino a che il suo sapore non si sentì più, lui leccava quello che le era gocciolato tra le cosce.
Quando tentò di sollevarsi, la grande mano di Diego la fermò sbattendola sui cuscini.
Stai ferma.
Lei lo guardò mentre lui si sbottonava i pantaloni e li gettava giù dal letto. Il rumore di una cintura che si sbottona era diventato per lei tanto libidinoso in quanto associato al piacere che veniva immediatamente dopo.

Diego le bloccò le braccia con le ginocchia e le infilò il sesso in bocca prima lentamente poi sempre più forte, godendo di più quando le lacrime le cadevano ai lati degli occhi mentre lei lo guardava. Quando si staccò, Debora sentì le braccia indolenzite dal suo peso. Diego la prese e la tirò per le gambe, la massaggiò tra le cosce mentre si appoggiava su di lei e la baciava. Il suo ventre caldo lo accolse con un tremito e un gemito di piacere. Diego si mosse prima senza fretta, facendole gustare il tempo del suo arrivo, poi sempre con più foga, mentre con le mani le teneva il collo, poi i polsi e poi le natiche. Era silenzioso, deciso. Ansimava quando doveva e godeva di più quando lei gli stringeva le unghie addosso.

Debora gli si mise sopra, lentamente gli leccò le labbra, i lobi, il collo, il capezzoli. I riccioli neri gli ricadevano sul viso inebriato.
Voglio venire, sussurrò mentre il suo bacino si abbassava, facendolo penetrare più dentro.
Vuoi provare una cosa? le fece scorrere una mano dal labbro alla guancia al seno alla coscia.
Cosa?
Posso legarti?

Mentre la libidine saliva e la foga aumentava nell’attesa, Debora vide Diego che tirava da sotto il letto una valigia nera, la apriva e sceglieva alcuni oggetti. Lei ora era prona, illuminata di traverso dalla luce del lampione che veniva dal balcone. Diego le prese la mano, la baciò fino alla spalla e mentre lo faceva le chiudeva il polso in una manetta di metallo.
Scusa è fredda, poi aggiunse sei bellissima.
Le incatenò alla spalliera il braccio sinistro. Le scostò i capelli dal viso e accarezzò la schiena.
Il braccio destro e le gambe seguirono lo stesso procedimento. Quand’ebbe finito con gli arti Diego si avvicinò e le prese i capelli. Con la maestria di chi è abituato a farlo le fece una coda di cavallo, poi la baciò prima di entrare dentro di lei.
Gli schiaffi di Diego prima furono leggeri, poi comprendendo la sua accondiscendenza aumentarono d’intensità. Le mani vennero sostituite da un frustino nero che prima le passò in mezzo alle cosce, poi tra le natiche e infine si abbatté su di esse, mentre Diego la guardava dall’alto.

Il sudore, il miscuglio di fluidi, l’ardore dei corpi avevano dato vita a un odore nuovo, unico come succede tutte le volte che si fa l’amore. Diego venne sopra lei stringendole i fianchi. Debora assaporò i loro orgasmi mentre aspettava che Diego le togliesse le manette. Era sazia, si girò con calma e si strinse al corpo di lui, caldo e rassicurante.

Restarono molto tempo senza parlare, si assopirono nel reciproco odore e Debora si godé anche questa volta il silenzio senza imbarazzo che amava tanto.

Claudia Neri