Gente di Dublino – James Joyce- analisi e recensione

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Gente di Dublino – titolo originale “Dubliners” –  è una raccolta di 15 racconti, terminata nel 1905 e pubblicata da Joyce nove anni dopo, con lo pseudonimo di Stephen Daedalus, dopo essere stato rifiutato ripetutamente dalle case editrici.

Scritto durante l’esilio auto-imposto con sua moglie, questo libro è storicamente il manifesto dell’insofferenza sociale e della critica verso un’istituzione borghese fatta di povera gente, assoggettata da congetture e preconcetti, incapace di pensare lucidamente.

I personaggi

Tutti i personaggi dei racconti sono accomunati da una sorte non sventurata ma piatta e inconcludente, non hanno un obiettivo reale e se ce l’hanno poi falliscono, rientrando in una spirale senza sbocco che è la società di Dublino dell’800.
Joyce scrisse che la sua intenzione era quella di mostrare “la storia morale” della sua città, vista come il fulcro della paralisi e sicuramente c’è riuscito, non risparmiando nessuna generazione.
Vecchi, giovani, bambini e adolescenti attraversano le trame dei racconti, cambiano ma non migliorano né se stessi né la società marcissima che hanno intorno.

L’alcol è un elemento predominante, i personaggi sono sempre in qualche modo alterati, le loro azioni offuscate dai vapori del whiskey li de-responsabilizzano da ciò che fanno o, ancor meglio, da ciò che non riescono a fare.

Linguaggio

Il linguaggio è semplice, più essenziale di qualunque altro scrittore ottocentesco abbia letto finora e non ha pretese di imbellirsi, come se il narratore fosse disinteressato.
Naturalmente Joyce lo ha premeditato ma la sua maestria è stata proprio quella di far percepire al lettore una noncuranza stilistica, come se le parole fossero state le prime venutegli in mente per descrivere delle scene vissute, senza giudizi e senza critiche.

Conclusioni

Le mie conclusioni dopo aver letto Gente di Dublino sono state principalmente tre:

  • La prima è che il traduttore è davvero importante e dalla traduzione può dipendere il piacere della lettura e la comprensione del messaggio del testo. Io ho letto un’edizione in cui non viene neanche nominato il curatore edita da “Classic House Book”. Probabilmente faceva parte di qualche collana in omaggio con qualche Gazzetta dello sport, e si vede. Ho scaricato l’ebook e ho riletto quasi tutto per godermi una traduzione di Marina Emo Capodilista, indubbiamente migliore.
  • La seconda è che non puoi apprezzare Gente di Dublino se lo guardi con gli occhi del ventiduesimo secolo, bisogna contestualizzarlo. All’inizio il libro mi ha deluso, le storie erano inconcludenti, non capivo a cosa volesse arrivare Joyce. Poi ho studiato la storia, e ho capito. Rispetto alla letteratura della sua epoca, Gente di Dublino è una follia rischiosa, alla gente non piace sentirsi “dire” che è stupida e che sta stagnando senza ottenere niente. James Joyce l’ha gridato a tutti col mezzo più potente che esistesse nell’’800.
  • La terza – che si collega alla seconda – è che più delle altre questa recensione mi servirà a ricordare il libro e i suoi racconti che, altrimenti, avrei certamente dimenticato dopo qualche mese o forse meno. Non ti restano dentro, non ti affezioni ai personaggi o alle loro avventure, perché di fatti non esiste nessuna avventura, nessuna meraviglia da ricordare. Ed è proprio questo il senso.

Oggi esistono migliaia di romanzi così, storie di niente e di nessuno che non saranno mai ricordate perché non cambiano chi le legge. James Joyce però ha fatto è andato oltre, criticando e auto-criticandosi con la naturalezza di chi passeggia con calma e racconta le cose, ben consapevole di essere diverso da quelli che osserva ma neppure troppo, come tutti noi. 

Claudia Neri

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